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DI MAURIZIO BLONDET

Ho letto il programma di Giulio Tremonti. Se ho ben capito, le sue più importanti proposte concrete sono due:

– Ricomprare la quota in mani straniere del nostro debito pubblico, in modo di sottrarlo agli alti-e-bassi dei “mercati” esteri, e toglierci dal malvolere della speculazione finanziaria globale. La quota in mani estere è oggi è di 800 miliardi, il 40% del nostro debito pubblico totale (2 mila miliardi). L’idea è di invogliare gli italiani a comprarlo, premiandoli se lo fanno. Come minimo, rendere i Bot e BTP di nuovo “esenti da ogni imposta presente e futura tanto sui frutti quanto sul patrimonio”, come sono stati sempre, fino agli anni 80 – Come nota giustamente Tremonti, oggi sono invece tassati, ma solo per gli italiani – gli stranieri non hanno il prelievo fiscale che rende i titoli pubblici così poco appetibili ai nostri risparmiatori. Gli italiani hanno così tanti soldi?

Sì, ritiene lui: noi esportiamo risparmio in quantità astronomiche; sono le enormi cifre che gli italiani investono all’estero perchè qui da noi non conviene o non c’è da investire, o viene ritenuto insicuro investire dsul debito pubblico. E parliamo solo dei risparmi legalmente esportati, senza menzionare la fuga di capitali occulta. In realtà, molto spesso gli italiani trovano che investire all’estero non è poi così sicuro (vedi bond argentini) e nemmeno tanto redditizio. Rendere conveniente per loro con un regime “premiale” l’investimento in Bot, ci liberarerebbe dall’incubo delle spread. Saremmo più vicini al Giappone, che s’indebita coi propri cittadini e non sui “mercati”.

– Fondare una banca dedicata a fare Credito per l’Economia – per le imprese oggi strangolate dalla mancanza di credito bancario – fondendo Cassa Depositi e Prestiti, SACE, Export Banca e due fondi strategici. E’ una banca di stato? Sì. Orrore orrore! Un momento: la Germania ha una enorme banca di stato che fa’ proprio queste cose, la Kredit fuer Wirtschaft (KfW). LA KfW ha garanzia di stato totale, ed è sottratta ai vincoli di bilancio europei, senza incorrere nelle condanne e reprimende di Bruxelles per aiuti di stato (nella Fattoria degli Animali, la Germania è un po’ più uguale di noialtri). Tremonti propone di esigere le stesse condizioni per la nostra futura banca di Credito all’Economia, se del caso battendo i pugni in Europa.

Queste le due proposte principali. Ce ne sono parecchie altre interessanti: cancellare la folle legge Fornero sulle assunzioni, che ottiene l’effetto contrario allo scopo che si propone; all’interno di un settore produttivo, esempio metalmeccanico, contratti di lavoro distinti per grandi e piccole imprese; concordato fiscale preventivo triennale, onde lavorare per tre anni senza fisco e burocrazia sul collo. Ma i due principali punti del programma Tremonti sembrano quelli.

A me sembrano buone idee. Mi piacerebbe avere il vostro parere, e magari quello dei circoli liberisti attorno ad Oscar Giannino. La discussione pubblica, e magari polemica, di idee politico-economiche è essenziale, e non per una vana chiacchiera.

Ogni decisione politica ha questa strana caratterirstica: non è mai una scelta fra un tutto-bene e un tutto-male, altrimenti scegliere sarebbe facilissimo e non ci sarebbe da discutere. Ogni scelta comporta dei “pro” e dei “contro” , effetti collaterali, che possono essere negativi, danni ad interessi legittimi. Per questo la discussione: sono gli oppositori di una proposta quelli che mettono in luce gli effetti collaterali dannosi, i “contro”. In tal modo, i cittadini che assistono al dibattito possono scegliere consapevolmente, consapevoli anche delle ombre di una decisione, di cui si assumono la responsabilità (anche dei “contro”). Questo sarebbe il funzionamento della democrazia ideale, dove sono i cittadini a decidere sulle questioni reali , dopo aver preso coscienza – grazie al dibattito – dei pro e dei contro.

Ma naturalmente, in Italia non avviene così. I cittadini non sono chiamati a decidere, ma a votare “per un partito o per un altro” – per lo più privi di programmi. I “dibbattiti” televisivi sono alterchi con la Santanché. Quando persone stimabili – come ritengo Giannino e Tremonti – fanno proposte, “er dibbattito” ammutolisce. Cadono nel vuoto, come fastidiose intromissioni di concorrenti politici, che sono già troppi. I giornali non ne parlano. Non c’è nessuno che replica a ragion veduta. E il peggio è che nemmeno Giannino critica le proposte di Tremonti, nè questo quelle di Giannino. I due si ignorano.

Probabilmente si detestano. Ideologicamente, sono – o appaiono – agli antipodi. Giannino un super-liberista, riterrà Tremonti uno “statalista”, un “socialista”. Per Tremonti, l’altro sarà l’esemplare del “mercatista” selvaggio. Ora, io dò ragione a Giannino quando strilla sdegnato che “lo stato è ladro”, e che non fa’ mai il “bene comune”, ma solo quello delle lobbies parassitarie che l’hanno occupato: in Italia è effettivamente così, è scandalosamente così, e il settore pubblico va’ smantellato per scacciarne i parassiti che ciucciano le nostre tasse dissanguando i cittadini e le imprese, il paese ha davvero bisogno di una ventata liberista, occorre davvero “affamare la bestia”. Non gli dò ragione quando – con gli estremisti ultra-liberisti del Bruno Leoni, gli Al-Qaeda della scuola austriaca – sostiene che “ogni” stato è solo parassitismo e usurpazione e sfruttamento del privato. Questa posizione auspica o crede possibile una sparizione dello stato, sostituito del tutto dal “mercato”: ciò la rivela come una ideologia. Molto vicina a quella di Marx, di cui si crede contraria. Anche Marx e i marxisti profetizzarono il “deperimento” dello stato – secondo loro, organo repressivo della borgesia sfruttatrice – e la sua graduale definitiva scomparsa, nella libertà comunista dove, tolta la proprietà privata, non ci sarebbe stato più bisogno di leggi, obblighi e polizia. Si sa com’è andata a finire quella storia. Il liberismo selvaggio globale, il rifiuto di ogni regola pubblica ed ogni freno sui mercati finanziari,ci sta portando verso qualcosa di simile: un regime di miseria, spoliazione ed oppressione. Anzichè deperire per lasciar posto alla benevola (per Adam Smith) “mano invisibile del mercato”, gli stati sono stati occupati da oligarchie finanziarie e burocratiche che comandano ai politici comprandoli.

La scomparsa dello stato è un’utopia ideologica, ancorchè di moda anche fra gli eurocrati. Continuerà ad esistere, perchè è la protesi necessaria della vita in società. Ogni società è infatti in gran misura anche “dis-società”, dissociazione di gruppi d’interesse particolare pullulanti, per tenere a bada i quali è necessaria la polizia, il diritto, il tribunale, un centro che faccia prevalere l’interesse generale, una qualche idea o “dottrina” del bene pubblico; occorre anche una forza reale che convinca o costringa gli interessi particolari a “fare qualcosa di grande assieme”. Questa dovrebbe essere incarnata nello stato.

Siccome non scomparirà, lo stato, tanto vale farlo funzionare meglio. Come in Gran Bretagna, Francia, Germania, dove una qualche coscienza del bene comune anima quegli stati. Lo stato italiano, con le orrende Regioni, non è normale; è un caso di patologia, che va’ curata. Questo non lo faranno certo i “partiti politici”, che infatti hanno lasciato il timone a Monti, il tecnocrate-incapace, e si propongono di continuare a reggere Monti e loro restare sotto ad arraffare. Occorrono persone come Giannino. Occorrono persone come Tremonti, a cui magari dare il nostro voto e la nostra forza come cittadini che non godono di privilegi. Siamo già così pochi; e ci dividiamo. Tremonti e Giannino stanno su sponde opposte. Perchè non vedere, invece, che sono complementari? Giannino porta idee utili per lo snellimento dello stato, per sfrondarlo di lacci e mediazioni politiche improprie; Tremonti ha a cuore mettere un freno ai “mercati” distruttivi, e si interessa di più a restituire allo stato la sua potenza, sovranità ed autonomia dalla speculazione globale. In qualche modo, hanno ragione entrambi. Si occupano di livelli diversi dell’economia. E Stato “forte” non significa stato invadente, super-regolante l’iniziativa privata e super-tassante; al contrario, quello è uno stato debole, come vediamo. Uno stato “piccolo” è quello che, non avendo le mani in pasta in mille regolazioni e mediazioni losche, ha agio di prendere le decisioni strategiche: battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, minacciare la Germania di uscire dall’euro, esigere eccetera.

Insomma, mi farebbe piacere che i due discutessero. Mettessero in luce i “contro” dei “pro” che l’altro propone. Io, come s’è capito, pendo più dalla parte di Tremonti. Ma mi piacerebbe che Giannino dicesse cosa pensa delle sue proposte. Potrebbe adottarle nel suo programma? E se no, perchè le rifiuta?

Maurizio Blondet
Fonte: http://www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/10/tremonti-e-giannino-secondo-me-sono-complementari-di-maurizio-blondet.html
19.10.2012

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