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dario rivolta

analista geo-politico e consulente commercio internazionale

(Da Notizie Geopolitiche) Sbagliare in Iraq fu umano, perseverare in Ucraina è diabolico.
Ho sempre pensato, e credo ancora, che gli Stati Uniti siano una grande democrazia liberale e che alcune cose dello stile di vita americano e dei suoi valori possano essere, per noi europei, un esempio da seguire. Sono altresì convinto che la politica internazionale degli USA, come quella di ogni altro stato del mondo, non sia finalizzata a un generoso e irrazionale altruismo, bensì dalla comprensibile volontà di perseguire il mantenimento e magari l’accrescimento del benessere dei propri cittadini.
Sono stato Deputato al Parlamento Italiano per tre legislature e mi sono sempre occupato, non solo durante quel periodo, di politica internazionale. Come la maggior parte di noi ho reagito con dolore e indignazione al vile attacco terroristico dell’11 settembre ed ho condiviso la guerra dichiarata da Washington contro i talebani dell’Afghanistan. Purtroppo, ho dovuto anche costatare gli innumerevoli errori commessi da nostri alleati e amici almeno da quel momento in poi.
E’ stato un errore strategico gravissimo aver dichiarato la guerra all’Iraq, liberando così il fronte ovest dell’Iran dal loro acerrimo nemico che ne impediva la continuità della loro estensione strategica fino al Mediterraneo. Ovviamente, non provavo nessuna simpatia per Saddam Hussein ma, ancora prima che la guerra scoppiasse, avevo scritto su di una testata americana internazionale che far cadere Saddam avrebbe creato un pericoloso vuoto di potere, a meno di una numericamente enorme e di lunghissima durata presenza di militari americani su quel territorio. Tralascio, per pietà di causa, gli errori operativi e la scarsa capacità di empatia sia del governo USA sia degli uomini inviati a Baghdad per gestire la ricostruzione del Paese.
La loro serie di errori non è però finita in Iraq. Come i fatti stanno a dimostrare, è continuata in Siria, in Egitto, in Libia (con la complicità del megalomane Sarkozy) e sta ora manifestandosi con tutta la sua pericolosità in Ucraina.
So benissimo che, in parte per ignoranza in parte per nostalgia, un po’ per fanatismo, sono ancora molti gli americani, politici e semplici cittadini, che ritengono sia loro interesse “contenere” la Russia. Così come conosco le ataviche paure nei confronti di un potenziale espansionismo russo da parte di polacchi e Paesi Baltici. Voglio tacere, sempre per pietà, sugli ipocriti sentimenti “umanitari” a fasi alterne degli svedesi. Tuttavia, ritengo che identificare nella Russia un suo presunto, ma inverosimile, desiderio di ricostruire l’Unione Sovietica sia un tragico errore di valutazione. Naturalmente, anche i russi hanno i loro propri obiettivi nazionali ed è più che comprensibile che, dopo che l’occidente ha tradito gli impegni assunti con Gorbaciov per una non estensione della Nato fino ai suoi confini, si nutrano, anche a Mosca, forti dubbi sulle reali intenzioni occidentali e si desideri garantire i propri confini con Stati non nemici o almeno non militarmente avversi.
L’interesse di tutto il mondo occidentale non può e non deve esser quello di isolare Mosca. Al contrario, questa grande riserva di materie prime, culturalmente vicinissima all’Europa, dovrebbe essere vista come un nostro grande alleato politico ed economico per tutto il secolo che abbiamo di fronte. Il suo sviluppo ha davanti spazi enormi ed è proprio a ovest che il Cremlino ha sempre guardato per favorirlo. Inoltre, chi nel futuro potrebbe insidiare la nostra posizione nel mondo sta molto più a est e, debito pubblico permettendolo, è verso laggiù che gli Usa dovrebbero concentrare la loro attenzione.
Sbagliano, dunque gli americani ma quello di cui non riesco per nulla a farmi una ragione e, anzi, sento in me montare una sempre maggiore indignazione è per l’atteggiamento europeo che si accoda a un comportamento totalmente masochistico andando in modo più che evidente contro i propri stessi interessi immediati e di medio temine.
Si sostiene sempre che il vero amico sia quello che sa dire le verità anche le più spiacevoli al proprio sodale e che faccia di tutto per correggerlo quando sbaglia. Germania, Italia e Francia sembrano averci provato per un po’, ma oggi anche loro sembrano essersi accodate agli altri.
Non si venga a raccontare della volontà democratica manifestata dal popolo ucraino a Maidan. E’ oramai noto a tutti quanto su un comprensibile malcontento locale si siano innestati aiuti finanziari e organizzativi di alcuni Paesi occidentali. Né si venga a colpevolizzare la Russia per gli aiuti militari e di uomini che sta offrendo ai ribelli dell’est ucraino: forse che gli americani e alcuni dei loro alleati non stanno facendo la stessa cosa con l’esercito di Kiev?
La cosa più grave è che quei Governi europei che hanno spinto per la firma dell’accordo tra UE e Ucraina sembrano del tutto indifferenti ai costi politici, ma soprattutto economici diretti, che ciò significherebbe per tutti i contribuenti europei. Stiamo prendendo per la gola greci e portoghesi, per non parlare di altri, costringendoli a vita da stenti e disoccupazione alle stelle e vorremmo invece riversare decine e decine di miliardi di euro per finanziare un Paese di cinquanta milioni di abitanti la cui economia, per più del 50% è legata proprio a quella russa.
Mi rendo conto profondamente della necessità di non creare fratture all’interno dell’Unione Europea, così come ritengo che l’alleanza occidentale debba continuare a costituire una nostra scelta strategica fondamentale.
Ma a tutto c’è un limite! E se gli USA passano da errore in errore mettendo a rischio il loro stesso ruolo egemone nel mondo, se proprio non riusciamo a farli ragionare, evitiamo almeno di cadere nell’abisso con loro. Non ci guadagneremmo ne’noi ne’loro.
Da cittadino, politico ed ex Parlamentare italiano pretendo che il nostro Governo, possibilmente assieme a quelli che ancora in Europa mantengono il buon senso, si dissoci dalla rottura dei nostri virtuosi rapporti con il vicino russo.
Il ministro Mogherini sta facendo sicuramente molto e non si può che apprezzare la sua prudenza e i suoi tentativi di mediazione. Sembra però, purtroppo, che, anche a causa di una masnada di giornalisti italiani ed europei, ignoranti e ipocritamente buonisti, l’opinione pubblica sia fuorviata dalla realtà degli avvenimenti. Anche se, ciò considerato, la sua azione diventa sempre più difficile, mi auguro fortemente che continui e che, se non esistessero alternative, abbia il coraggio, con tutto il Governo, di dissociarsi dai comportamenti fortemente nocivi per noi tutti e per le nostre imprese.
Dario Rivolta*

*Già Vice Presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei deputati

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President Harry Truman’s words ring loud at the first-ever televised presidential address from the White House on Oct. 5, 1947: “It is logical that the United States should do whatever it is able to do to assist in the return of normal economic health to the world, without which there can be no political stability and no assured peace.” (Photo: pdxretro.com)
After a decade of financial struggle and a severe crisis in Europe that caused a massive ripple effect around the world, the United States found itself engaging in unprecedentedly loose monetary policy to finance public debt. You might have guessed I was describing the economy at the start of 2013, but despite financial prognostications that 2013 will be a good year for the U.S. economy, the parallels between the U.S. economy in 1947 and in 2013 are quite stark.
The history
During and immediately after World War II, the Fed maintained extremely low interest rates in order to reduce war-financing costs for the government. As these policies became unnecessary and inflationary after the war, the Fed was compelled by the Treasury to maintain the low cost of debt. The result of this highly accommodating monetary policy was 14 percent inflation in 1947 and rising unemployment that persisted into the early 1950s.

Throughout this period, a series of battles took place between the Fed and the Treasury, with Congress coming to the Fed’s aid and President Harry Truman backing the Treasury. These battles were marked by high political theater when newly elected Senator Paul Douglas (D-IL) held hearings to determine that the benefits of avoiding inflation were great enough to justify giving the Federal Reserve the freedom to raise interest rates, even though this increased the cost of servicing federal debt. Essentially, Senator Douglas clarified that controlling inflation trumped controlling federal debt. The White House and the Treasury rejected this assertion and continued to pressure the Fed to maintain low interest rates by citing the need to finance the Korean War.
As high inflation persisted all the way through 1950, Fed officials grew weary of political roadblocks to sound monetary policy and requested a meeting with the president. On Jan. 31, 1951, the entire Federal Reserve Board met with President Truman. At the conclusion of the meeting the President released the following statement: “The Federal Reserve Board has pledged its support to President Truman to maintain the stability of Government securities as long as the emergency lasts.” The Fed Board had agreed to no such thing, and in the ensuing days financiers and economists from around the country came to their aid. When it was announced that CPI rose 14 percent yet again, Secretary of Defense James Forrestal was so alarmed with the rising costs of fighting the Korean War that he expressed support for the Fed to rein in inflation. This ultimately led to the 1951 Fed-Treasury Accord that is commonly believed to have granted the Fed independence. However, throughout the remainder of the Truman administration, Fed policy did not dramatically change. It was not until Eisenhower took office with a Fed-friendly Treasury and the end of the Korean War in 1953 that the Fed began to fight inflation in earnest.
Present day
This history provides an apt parallel to monetary policy in 2013. Many commentators have been claiming for months or even years that Fed policy is creating inflation or even hyperinflation. As of yet these predictions have not come true, but inflation expectations have certainly risen, and the amount of liquidity in the system creates the potential for high inflation. This parallel leaves us with two lingering questions: When will we hit the 1947 wall? And will the Fed be willing and able to act quickly and autonomously to rein in this inflationary pressure?
At this point, it remains unpredictable when the United States will hit the wall causing inflation to rise. However, with Europe slowly stabilizing, China resuming high single-digit growth, Japan engaging in stimulus and the U.S. real estate market rebounding, it appears as though the U.S. economy has turned a corner and may now be headed for the inflation so many hawks have feared. If this is the case, it is worth noting that there are pros and cons to driving down the value of the dollar and diminishing the U.S. debt load in real terms, but such a policy creates winners (debtors) and losers (creditors), as Menzie Chinn and Jeffry Frieden have explained. And if inflation does pick up, questions remain about if, when and how the Fed will engage to slow it.
The 1947 case demonstrates that Fed independence is a necessary prerequisite for stemming the inflationary tide. While some inflation hawks may question whether the Fed (or at least the Bernanke Fed) will ever be willing to tighten monetary policy and combat inflation, given the way in which stimulative policies have been begrudgingly adopted, indications suggest that Fed policymakers would be willing to stem the tide of inflation should significant pressure arise.
Inflation and independence
1947 provides a cautionary tale about the dangers of prioritizing U.S. debt reduction over sound policies to promote economic growth. Unlike 1947, we now have an independent central bank that is willing and able to constrain inflation, but that is not the only policy choice before us today. As Congress and the president face the fiscal cliff, they should recall the Douglas hearings and promote a policy compromise that prioritizes promoting economic growth more than limiting government debt. When President Eisenhower took office in 1953, he engaged in massive fiscal stimulus coupled with tighter monetary policy, and it led to the most economically productive decade in American history, the 1950s. If we can recreate that kind of policy magic and allow the Fed to resume its usual role of dance chaperone taking away the punch bowl, rather than DJ trying to get the party started, then sustained economic growth will aid in deficit reduction and the economy will benefit in the long term.
Evan A. Schnidman is a Ph.D. candidate at Harvard University studying how politics and finance play a role in central-bank decision making. He is also the founder and primary author of FedPlaybook.com, a central bank forecasting and analysis resource for investors.

Anche gli USA rischiano il BANG!

Pubblicato: 24/09/2012 in review
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E’ facile dire che il deficit è “qualcosa che possiamo affrontare in seguito”. Ma si finisce per essere come il personaggio di Hemingway che alla domanda “Come hai fatto a finire in bancarotta?” Rispose: “In due modi. Gradualmente, poi improvvisamente.”
Per la maggior parte del tempo i deficit non sono considerati un problema. Molte famiglie, imprese e governi fanno crescere il debito e prendono in prestito denaro per evitare di dover ridurre i loro stili di vita. In realtà il problema non è l’immediato deficit, ma il debito totale. Se il debito è contenuto e il flusso di cassa è positivo, allora il deficit può essere una buona cosa. In sostanza, genera benefici il debito che viene investito in attività che producono reddito o in infrastrutture che rendono una famiglia, un’impresa o una nazione più efficiente nel modo di lavorare.
E’ quando il totale del debito diventa troppo grande che la sua gestione diventa un problema. Quando cioè i finanziatori chiedono ulteriori garanzie o interessi maggiori e, in seguito, se il debito non viene messo sotto controllo sospendono i prestiti. Per un paese ciò significa il crollo del suo mercato obbligazionario.
In un libro che abbiamo citato spessp, This Time Is Different, Ken Rogoff e Carmen Reinhart elencano oltre 200 casi in cui le nazioni hanno avuto una crisi del credito. Un elemento che sottolineano è che le nazioni sembrano in grado di prendere in prestito soldi fino a quando arriva il cosiddetto “Bang Moment”: a quel punto il mercato obbligazionario non funziona più. Fino ad allora coloro che sono a favore di un maggior debito sostengono che “questa volta è diverso”, ma non è mai così.
Nelle prime pagine di Anna Karenina di Lev Tolstoj, si legge: “Le famiglie felici sono tutte uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.” Anche i governi e le nazioni che hanno problemi di debito ci arrivano con un loro percorso individuale. La Spagna dice: non siamo la Grecia. E certamente non lo è. La Spagna ha intrapreso un percorso completamente diverso nella sua crisi del debito rispetto a ciò che ha fatto la Grecia. Anche la Francia, sostiene di non essere né la Grecia né la Spagna (né l’Italia né il Portogallo, ecc.), ma si trova nella situazione di dover riequilibrare rapidamente le proprie finanze (pare in maniera massiccia). Si può ritenere che i francesi metteranno a punto un altro modo per affrontare una vera e propria crisi del debito, con i vigilantes obbligazionari alla loro porta.
E’ un processo che ho descritto in Endgame. Gran parte dell’Europa sta affrontando una crisi del debito. Non sarà un lieto fine. La Spagna e la Grecia sono inciampate in quella che è a tutti gli effetti una depressione. Gran parte del resto d’Europa o è in recessione o al punto di non ritorno, e una depressione su scala continentale è ancora possibile. In parole semplici, l’Europa meridionale (insieme all’Irlanda) ha preso in prestito troppo denaro (per motivi diversi), ancora adesso tutte le banche europee hanno troppa leva (con la benedizione delle autorità di regolamentazione), e così in Europa ci sono enormi squilibri commerciali interni.
E’ impossibile riequilibrare il deficit di bilancio mentre vi è un deficit commerciale enorme, soprattutto se vi è una fuga di capitali. Una svalutazione dei cambi è il meccanismo di normale bilanciamento per un deficit commerciale ma non è attuabile per la Grecia, la Spagna e gli altri fintanto che rimangono nella zona euro. Questo porta a un significativo cambiamento nel costo del lavoro come l’unico modo per riequilibrare la situazione. Ma tale soluzione non può avvenire rapidamente nei paesi periferici senza riforme strutturali politicamente “impossibili”. La zona euro non ha facili scelte da fare. Non importa quello che (come collettività l’Europa e i singoli paesi) sceglieranno di fare, questo porterà anni di estreme difficoltà economiche.
Il Giappone, come sono solito dire, è un moscone alla ricerca di un parabrezza. Hanno tramutato i risparmi di due generazioni nel più grande debito che sia mai stato contratto per un paese, almeno tra quelli che conosco. Si avvicina al 220% del PIL ed è in aumento a un ritmo prodigioso, circa il 10% nel 2011. Si è passati da un tasso di risparmio del 16% a circa l’1%, in gran parte a causa di un invecchiamento della popolazione che ora vive senza risparmiare.
Quando i tassi di risparmio diventeranno negativi e la situazione demografica sarà più incerta, il Giappone potrà essere costretto a pagare tassi di interesse più elevati o a stampare enormi quantità di yen o tagliare la spesa pubblica per importi altrettanto enormi. Tutte queste opzioni sono molto negative nel breve termine. Se i tassi di interesse aumentano di appena un 2%, il Giappone dovrebbe utilizzare nel giro di pochi anni enormi somme per ripagare gli interessi passivi. Questo non è un modello di business perseguibile. Oggi, non possiamo entrare nel merito delle elezioni di fine mese in Giappone, ma saranno importanti.

L’eccezione americana

Il deficit degli Stati Uniti continua ad aumentare. Egan-Jones Ratings Co. venerdì 14 settembre ha declassato il rating sovrano degli Stati Uniti ad AA- da AA sulle preoccupazioni di un nuovo round della Fed di quantitative easing o QE3. L’agenzia di rating ha detto che il piano della Fed di acquistare 40 miliardi di dollari al mese di titoli garantiti da ipoteca e di mantenere i tassi di interesse vicino allo zero non aumenterà il PIL, ma ridurrà il valore del dollaro e farà crescere il prezzo delle materie prime. Egan-Jones ha scritto che “dal 2006 ad oggi, il debito degli Stati Uniti è aumentato dal 66% al 104% e sotto determinate circostanze entro un anno il debito salirà al 110%, il deficit di bilancio annuale è pari all’8%. In confronto, la Spagna ha un debito pari al 68,5% del PIL e un deficit di bilancio annuo del 8,5%.” (MarketWatch)
(Per quel che vale, non viene considerato come debito il “Social Security Trust Fund”, in quanto è una finzione contabile. Così, secondo me, il debito è leggermente minore di quello di Egan-Jones, mentre è giusto il dato sul deficit.)
Non vi è un punto predefinito in cui il rapporto debito /PIL è tale per cui una nazione perde la capacità di poter prendere in prestito del denaro a tassi ragionevoli. Per la Russia è stato del 12% nel 1998. Per il Giappone è al 220%. Spagna ha perso l’accesso ai mercati senza gli interventi della BCE a meno del 68%. L’Italia è al 120% e ha visto i suoi tassi aumentare fino a livelli che non possono essere sostenuti.
Ad un certo punto se una nazione non tiene il suo debito e il suo deficit sotto controllo, perderà l’accesso al mercato delle obbligazioni a prezzi ragionevoli. Non ci sono mai state eccezioni. C’è un punto in cui il mercato obbligazionario comincia a preoccuparsi per la capacità di un paese di ripagare il suo debito con una valuta che ha un valore inferiore rispetto a quando gli è stato prestato il denaro, e quindi i tassi di interesse cominciano a salire.
Non vi è alcun motivo di pensare che gli Stati Uniti saranno una eccezione a questa regola.
Perché penso che il deficit sia un problema? Perché non possiamo aspettare altri quattro anni, fino a quando anche gli Stati Uniti potrebbero perdere l’accesso al mercato obbligazionario con tassi d’interesse bassi? Sarebbe davvero un disastro?
In primo luogo, in un mondo senza Europa o Giappone, gli Stati Uniti potrebbero probabilmente per l’ultima parte di questo decennio registrare disavanzi di grandi dimensioni. Abbiamo una valuta utilizzata come riserva nel mondo, noi siamo la superpotenza, il motore del libero mercato, ecc.
Ritengo che l’Europa possa scontrarsi con un vero e proprio muro entro la fine del 2013 o la metà del 2014, se non prima. Lo stesso vale per il Giappone. Temo che gli operatori dei mercati obbligazionari prenderanno atto delle loro perdite in Europa e in Giappone e diranno al governo degli Stati Uniti qualcosa del genere:
“Abbiamo già visto i film per quanto riguarda il debito europeo e giapponese. Che non ha avuto un lieto fine. Il film del debito degli Stati Uniti sembra basato sulla stessa sceneggiatura, quindi se non vi dispiace, dal momento che sappiamo come finirà, ci prepariamo ad uscire durante l’intervallo”.
A mio parere, il disavanzo andrà affrontato nel 2013. Se aspettiamo fino al 2014, saremo nel bel mezzo di un’altra elezione. Come vedremo di seguito, la soluzione del deficit sta portando a compromessi politicamente impopolari per una o entrambe le parti. E mentre sono ottimista sul fatto che si possa fare qualcosa nel 2013, sono risoluto nel pensare che il 2014 sarebbe politicamente più problematico.
Entro il 2015 il debito sarà ben superiore al 90% del PIL. E vi è una crescente evidenza che quando il debito di un paese arriva al 90% il PIL rallenta di circa l’1%, il che rende più difficile trovare la via d’uscita dal debito.
In quel momento i tassi di interesse cominciano a salire e questo rende ancora più difficile il pareggio di bilancio. Sì, lo so, la Fed può mantenere i tassi bassi e stampare moneta, ma la stampa di denaro in quantità illimitata non è una strategia volta a rafforzare la fiducia dei mercati obbligazionari in termini di valore del dollaro.
Non solo la ricerca di Rogoff e Reinhart, ma anche numerosi altri studi, indicano che quando la fiducia svanisce, a quel punto si innesca un processo abbastanza veloce. E infatti quello è il momento del Bang!.
Se i tassi cominciano a crescere, forse il Congresso sarà costretto a fare qualcosa. Ma a quel punto, sarà il momento per maggiori imposte e profondi tagli nessuno è in grado di immaginare. Le cose non possono andare più avanti così, il peggior risultato finale sarà una ristrutturazione.
Abbiamo spesso detto che prendere denaro a prestito crea un problema per i nostri figli. E questo è vero. Ma questo crea anche un problema per questa generazione.
Gran parte dell’Europa e il Giappone stanno per cadere in depressione a causa della loro mancanza di volontà nell’affrontare i deficit e i problemi strutturali. Il 25% di disoccupazione è una brutta realtà che si sta diffondendo in tutta l’Europa meridionale. Il Giappone dovrà affrontare la propria versione di una crisi del debito, e credo che il risultato sarà una significativa inflazione data dai suoi prezzi di importazione e un calo del tenore di vita dei suoi anziani.
Forse mi sbaglio e gli Stati Uniti possono andare avanti per altri quattro anni prima di raggiungere il momento del Bang!. A volte le cose possono andare avanti più a lungo di quanto si possa pensare, per ragioni che (almeno io) non capisco. Ma l’attesa non rende le cose più facili. I piani previsti sono in costante peggioramento, e i costi per gli interessi saranno di altri 80 miliardi di dollari l’anno per il debito aggiuntivo. Cercando di risolvere il problema tra quattro anni si presuppone che le decisioni saranno ancora più difficili di oggi.

Il costo di gestire il deficit

Cerchiamo di essere chiari. Per ragioni sulle quali ho scritto a lungo ci sono dei costi molto significativi da sostenere per ridurre il deficit. Questo avrà un impatto sull’attuale PIL annuale. Certamente non desidero che sia raggiunto l’equilibrio di bilancio in un solo anno o anche in pochi anni. Mi farebbe piacere suggerire un taglio di non più del 1% del PIL all’anno, pari a circa $150 miliardi di dollari. Così quel poco di crescita che rimane può produrre qualche beneficio.

I tagli alle tasse o gli aumenti hanno un impatto sull’economia. Cito un articolo preso da Forbes:

“Un’importante analisi fatta dal primo Consiglio dei Consulenti Economici (CEA) del presidente Barack Obama segnala che gli aumenti fiscali proposti dal presidente avrebbero ucciso la ripresa economica e portato quasi 1 milione di americani a rimanere senza lavoro. Queste sono le straordinarie implicazioni della ricerca accademica di Christina D. Romer che ha presieduto la CEA dal 28 gennaio 2009 – al 3 settembre 2010. In un documento dal titolo “The Macrcoeconomic Effects of Tax Changes” pubblicato dalla prestigiosa American Economic Review nel giugno del 2010 (durante il suo mandato alla Casa Bianca), Romer ha dichiarato che: “Sembra che nel breve gli aumenti fiscali abbiano un ampio, sostenuto e un fortemente negativo impatto sulla crescita”.

“L’articolo della AER ha avuto come co-autore il marito e collega professore di Berkeley, David H. Romer, che ha esaminato l’impatto degli aumenti fiscali e le conseguenti riduzioni della crescita economica degli Stati Uniti nel periodo 1945-2007. Uno degli aspetti più innovativi presenti nel documento è la focalizzazione sui cambiamenti “esogeni” generati dalle imposte, cioè quelle variazioni delle imposte che avevano sia lo scopo di aumentare il tasso di crescita economica (e non solo di frenare la recessione) come i tagli fiscali di Kennedy, Reagan e Bush, che di ridurre il deficit di bilancio come ad esempio l’aumento delle imposte di Clinton. Sono state escluse dall’analisi solo le modifiche fiscali “endogene” puramente anticicliche, come gli sgravi fiscali del 1975 o quelle usate solo per “compensare un altro fattore che tendeva a spostare la crescita della produzione fuori da una situazione normale”, come ad esempio l’aumento delle tasse per finanziare la guerra in Corea e l’introduzione dell’imposta sui salari per finanziare il Medicare.
“Una stima che i Romer fanno indica che un aumento delle tasse pari all’1% del PIL (circa $160 miliardi di dollari nell’economia di oggi) riduce nei successivi 10 trimestri il PIL reale del 3%. Inoltre, i Romer hanno usato una varietà di test statistici per tener conto di altri fattori che possono influenzare la crescita economica nel momento in cui vengono attuate delle variazioni fiscali, tra cui la spesa pubblica, la politica monetaria, i prezzi del petrolio, a prescindere che il Presidente fosse un democratico o un repubblicano. Una sintesi del lavoro statistico stima che un aumento delle tasse pari al 1% del PIL genererebbe nei prossimi 10 trimestri un calo della produzione tra il 2,2% e il 3,6%.
“Quindi appare molto fondata l’affermazione che i cambiamenti fiscali hanno impatti notevoli sulla crescita”.
“Il comportamento della produzione a seguito di modifiche maggiormente esogene indica che l’aumento delle tasse è fortemente restrittivo. Gli effetti sono fortemente significativi, molto importanti e molto più ampi di quelli ottenuti con misure più allargate di modifiche fiscali”.
Si continua sottolineando che “Nel bilancio 2013 il presidente Obama ha proposto $103 miliardi dollari di aumento delle tasse, di cui 83 di maggiori imposte sul reddito di coloro che guadagnano più di 250.000 dollari l’anno, pari a circa lo 0,65% del PIL. Utilizzando la stima di base di Romer questa scelta dovrebbe ridurrebbe il PIL reale del 2% nei prossimi 10 trimestri. Sulla base della relazione generale tra la crescita economica e la disoccupazione, un calo della produzione implica una perdita di oltre 800.000 posti di lavoro.”

(Nota: Ci sono quelli che non sono d’accordo e spesso anche in modo vigoroso con le conclusioni del documento, ma per quanto sappia non offrono alcuna contro analisi dei dati. Romer si è dimesso meno di due mesi dopo aver pubblicato il documento.)

Le semplici nozioni di contabilità economica e la ricerca accademica indicano che i tagli di spesa avranno un effetto di contrazione del PIL per circa 4-5 trimestri. Ma se si taglia l’1% l’anno per 5 anni, ma a quel punto si è ridotto il PIL potenziale dell’ 1% l’anno per 5 anni, il che non aiuta la crescita di posti di lavoro.
Naturalmente se gli Stati Uniti perdessero l’accesso a basso costo al mercato obbligazionario, sarà un disastro ancora peggiore rispetto alla perdita dei posti di lavoro. Questa è la natura dell’Endgame, quando il superciclo del debito è nelle sue fasi finali. Non ci sono scelte facili. In questo momento gli Stati Uniti hanno di fronte solo alcune scelte molto difficili. Se aspetteremo troppo a lungo nell’affrontarle, ci troveremo di fronte le scelte disastrose dell’Europa.

Buona settimana.

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Maurizio Montalbetti
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