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dario rivolta

analista geo-politico e consulente commercio internazionale

(Da Notizie Geopolitiche) Sbagliare in Iraq fu umano, perseverare in Ucraina è diabolico.
Ho sempre pensato, e credo ancora, che gli Stati Uniti siano una grande democrazia liberale e che alcune cose dello stile di vita americano e dei suoi valori possano essere, per noi europei, un esempio da seguire. Sono altresì convinto che la politica internazionale degli USA, come quella di ogni altro stato del mondo, non sia finalizzata a un generoso e irrazionale altruismo, bensì dalla comprensibile volontà di perseguire il mantenimento e magari l’accrescimento del benessere dei propri cittadini.
Sono stato Deputato al Parlamento Italiano per tre legislature e mi sono sempre occupato, non solo durante quel periodo, di politica internazionale. Come la maggior parte di noi ho reagito con dolore e indignazione al vile attacco terroristico dell’11 settembre ed ho condiviso la guerra dichiarata da Washington contro i talebani dell’Afghanistan. Purtroppo, ho dovuto anche costatare gli innumerevoli errori commessi da nostri alleati e amici almeno da quel momento in poi.
E’ stato un errore strategico gravissimo aver dichiarato la guerra all’Iraq, liberando così il fronte ovest dell’Iran dal loro acerrimo nemico che ne impediva la continuità della loro estensione strategica fino al Mediterraneo. Ovviamente, non provavo nessuna simpatia per Saddam Hussein ma, ancora prima che la guerra scoppiasse, avevo scritto su di una testata americana internazionale che far cadere Saddam avrebbe creato un pericoloso vuoto di potere, a meno di una numericamente enorme e di lunghissima durata presenza di militari americani su quel territorio. Tralascio, per pietà di causa, gli errori operativi e la scarsa capacità di empatia sia del governo USA sia degli uomini inviati a Baghdad per gestire la ricostruzione del Paese.
La loro serie di errori non è però finita in Iraq. Come i fatti stanno a dimostrare, è continuata in Siria, in Egitto, in Libia (con la complicità del megalomane Sarkozy) e sta ora manifestandosi con tutta la sua pericolosità in Ucraina.
So benissimo che, in parte per ignoranza in parte per nostalgia, un po’ per fanatismo, sono ancora molti gli americani, politici e semplici cittadini, che ritengono sia loro interesse “contenere” la Russia. Così come conosco le ataviche paure nei confronti di un potenziale espansionismo russo da parte di polacchi e Paesi Baltici. Voglio tacere, sempre per pietà, sugli ipocriti sentimenti “umanitari” a fasi alterne degli svedesi. Tuttavia, ritengo che identificare nella Russia un suo presunto, ma inverosimile, desiderio di ricostruire l’Unione Sovietica sia un tragico errore di valutazione. Naturalmente, anche i russi hanno i loro propri obiettivi nazionali ed è più che comprensibile che, dopo che l’occidente ha tradito gli impegni assunti con Gorbaciov per una non estensione della Nato fino ai suoi confini, si nutrano, anche a Mosca, forti dubbi sulle reali intenzioni occidentali e si desideri garantire i propri confini con Stati non nemici o almeno non militarmente avversi.
L’interesse di tutto il mondo occidentale non può e non deve esser quello di isolare Mosca. Al contrario, questa grande riserva di materie prime, culturalmente vicinissima all’Europa, dovrebbe essere vista come un nostro grande alleato politico ed economico per tutto il secolo che abbiamo di fronte. Il suo sviluppo ha davanti spazi enormi ed è proprio a ovest che il Cremlino ha sempre guardato per favorirlo. Inoltre, chi nel futuro potrebbe insidiare la nostra posizione nel mondo sta molto più a est e, debito pubblico permettendolo, è verso laggiù che gli Usa dovrebbero concentrare la loro attenzione.
Sbagliano, dunque gli americani ma quello di cui non riesco per nulla a farmi una ragione e, anzi, sento in me montare una sempre maggiore indignazione è per l’atteggiamento europeo che si accoda a un comportamento totalmente masochistico andando in modo più che evidente contro i propri stessi interessi immediati e di medio temine.
Si sostiene sempre che il vero amico sia quello che sa dire le verità anche le più spiacevoli al proprio sodale e che faccia di tutto per correggerlo quando sbaglia. Germania, Italia e Francia sembrano averci provato per un po’, ma oggi anche loro sembrano essersi accodate agli altri.
Non si venga a raccontare della volontà democratica manifestata dal popolo ucraino a Maidan. E’ oramai noto a tutti quanto su un comprensibile malcontento locale si siano innestati aiuti finanziari e organizzativi di alcuni Paesi occidentali. Né si venga a colpevolizzare la Russia per gli aiuti militari e di uomini che sta offrendo ai ribelli dell’est ucraino: forse che gli americani e alcuni dei loro alleati non stanno facendo la stessa cosa con l’esercito di Kiev?
La cosa più grave è che quei Governi europei che hanno spinto per la firma dell’accordo tra UE e Ucraina sembrano del tutto indifferenti ai costi politici, ma soprattutto economici diretti, che ciò significherebbe per tutti i contribuenti europei. Stiamo prendendo per la gola greci e portoghesi, per non parlare di altri, costringendoli a vita da stenti e disoccupazione alle stelle e vorremmo invece riversare decine e decine di miliardi di euro per finanziare un Paese di cinquanta milioni di abitanti la cui economia, per più del 50% è legata proprio a quella russa.
Mi rendo conto profondamente della necessità di non creare fratture all’interno dell’Unione Europea, così come ritengo che l’alleanza occidentale debba continuare a costituire una nostra scelta strategica fondamentale.
Ma a tutto c’è un limite! E se gli USA passano da errore in errore mettendo a rischio il loro stesso ruolo egemone nel mondo, se proprio non riusciamo a farli ragionare, evitiamo almeno di cadere nell’abisso con loro. Non ci guadagneremmo ne’noi ne’loro.
Da cittadino, politico ed ex Parlamentare italiano pretendo che il nostro Governo, possibilmente assieme a quelli che ancora in Europa mantengono il buon senso, si dissoci dalla rottura dei nostri virtuosi rapporti con il vicino russo.
Il ministro Mogherini sta facendo sicuramente molto e non si può che apprezzare la sua prudenza e i suoi tentativi di mediazione. Sembra però, purtroppo, che, anche a causa di una masnada di giornalisti italiani ed europei, ignoranti e ipocritamente buonisti, l’opinione pubblica sia fuorviata dalla realtà degli avvenimenti. Anche se, ciò considerato, la sua azione diventa sempre più difficile, mi auguro fortemente che continui e che, se non esistessero alternative, abbia il coraggio, con tutto il Governo, di dissociarsi dai comportamenti fortemente nocivi per noi tutti e per le nostre imprese.
Dario Rivolta*

*Già Vice Presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei deputati

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di Massimo Boffa

Chi per spiegare gli eventi dell’Ucraina evoca il “neoimperialismo”russo manipola la realtà dei fatti. Non a caso, nelle sue narrazioni, rimuove proprio l’eventi da cui tutto ha avuto inizio, quello che ha fatto precipitare la crisi. Il 22 febbraio il presidente legittimamente eletto è stato cacciato a furor di piazza e al suo posto, con la benedizione dell’Occidente, invece di un governo di coalizione ( come previsto dagli accordi del giorno prima sottoscritti anche da Francia, Germania e Polonia) è stato insediato un potere espressione dei rivoltosi del Maidan.
Il problema non sta tanto nell’illegittimità forma del “colpo” di Kiev. Sta piuttosto nel fatto che l’Ucraina è uno Stato che si reggeva su un delicatissimo equilibrio: le regioni su-orientali sommo storicamente legate alla Russia, quelle occidentali alla Mitteleuropa.
Avere voluto spezzare in modo unilaterale quel delicato equilibrio ha provocato tutta la sequenza di gravissimi avvenimenti che è sotto i nostri occhi. E finchè non sarà ritrovato, la crisi non si risolverà.
La secessione e annessione della Crimea è stata la prima, prevedibilissima, direi quasi naturale, conseguenza di quella forzatura. Lo sciagurato pretendete del Kossovo, di cui a Mosca nessuno si era dimenticato, è venuto a fornire la cornice legale. Nonostante ancora ci si arrampichi sugli specchi per negare ogni analogia tra il Kosovo e la Crimea, l’unica grande differenza tra i due casi, differenza non da poco, è che la secessione in Kosovo è arrivata dopo un mese di bombardamento su Belgrado, mentre in Crimea non si è praticamente sparato un colpo.
Ma la secessione della Crimea non ha ristabilito l’equilibrio infranto. C’è il problema delle regioni sud-orientali. Problema che non riguarda solo la volontà delle popolazioni russofone ma anche quello che la Russia considera un requisito vitale della sua sicurezza: come l’America non avrebbe mai accettato missili a Cuba, così la Russia non potrà accettare truppe Nato lungo la frontiera con l’Ucraina.
Ora che gli Stati Uniti ed Europa si sono cacciati in questo pasticcio, propiziando sconsideratamente il colpo di Kiev, hanno il dovere di trovare, insieme alla Russia, una soluzione negoziata. Mosca ha avanzato una proposta: che l’Ucraina si dia una costituzione federale, con ampia autonomia per le regioni dell’est, e che rimanga neutrale, cioè non entri nella Nato.
Questa soluzione, considerata ragionevole da personalità come Helmut Schmidt, Henry Kissinger, Sergio Romano e tanti altri, non cedro sospettabili di ostilità verso gli Stati Uniti, viene sprezzantemente respinta da Kiev e da Washington. Ma al punto a cui sono giunte le cose, chi la rifiuta o ne rifiuta altre perché accettabili da Mosca, lavora pericolosamente per la guerra.
C’è chi obietta che negoziare con 40 mila soldati russi lungo il confine è come negoziare con la pistola sul tavolo. E’ vero, ma bisognerebbe anche ricordare che la pistola degli altri, a Kiev, ha già sparato. (il Foglio, 19 aprile).

Finalmente una parola chiara su fatti stravolti dalla propaganda e dall’uso strumentale del politicamente corretto. Va aggiunto che occorre esaminare due aspetti precedenti al “colpo” di Kiev, collegati tra loro, da cui ne discende la lezione più generale (o Muzos logoi, in greco): il trattato di associazione tra Ucraina e Ue prevedeva 10 anni di monopolio dell’export europeo verso il paese, 10 anni di tempo per mettersi in linea con gli standard finanziari della eurozona, in cambio della libertà di circolazione, ovvero – in un paese in crisi – di emigrare verso la Germania, la Polonia (e la Francia) per offrire manodopera a basso costo. Export significa investire nel paese in cambio di riacquistare, attraverso la regola degli standard finanziari, l’unica risorsa disponibile, ma inerte, ovvero materie prime. Praticamente l’associazione era un annessione gratuita, senza alcun finanziamento europeo per la crisi. Possibile che sia stata una spontanea rivolta popolare quella per entrare in questo tunnel? Il via vai dei funzionari di Bruxelles è del resto stranoto, come fondati i dubbi gravi sui cecchini che hanno ucciso un centinaio di persone. Persino Mc Cain si è recato sul posto prima del “colpo” di Kiev. E la garanzia di Francia, Germania e Polonia per un governo di coalizione, smentita dall’immediato riconoscimento del governo di Maidan, parla da sé sulla mano che ha animato la crisi.
La lezione più generale: Kohl e Mitterrand si accordarono per la riunificazione tedesca in cambio dell’Unione Europea saldata, ancorata, ad una moneta unica. Sembra che i tedeschi abbiano fatto gherminella ai francesi. La Germania è riunita, ma l’Europa è spezzata e cresce tra i tedeschi la parte che vuole tenersi l’Euro tutto per sé, moneta di una area di influenza direttamente circostante, ed egemone nel continente. Non siamo affatto certi che la Germania voglia, dopo la sua riunificazione, l’Unità dell’Europa che Mitterrand prevedeva come contro-bilanciamento al pericolo del ritorno del pangermanesimo. Perché unirsi alla pari con chi si può tranquillamente saccheggiare? La Francia allo scopo serve per la sua enfasi. Un inganno che i francesi capiscono andando a destra visto che c’è un governo di sottomissione, socialista.
Qui sta l’importanza più generale della crisi Ucraina. Che oltre ad essa l’espansionismo sbatte la testa contro Mosca. Si deve fermare.
E gli Usa sbagliano il capolinea: dovrebbero andare a Berlino non a Kiev.
E la imminente presidenza italiana della Ue dovrebbe annunciarsi già ora più assertiva in proposito e favorire certamente la proposta di Mosca. Sarebbe in più un colpo da maestri anche per farsi spazio nei lacci e laccioli di Bruxelles. Un ponte, come l’Italia dà da intendere di voler essere, poggia su due gambe, non su una e mezza. Altrimenti gli appelli al buon senso della Farnesina rimarranno parole senza mordente, politicamente disarmate. E l’Italia coi vincoli europei nella Costituzione di un Paese colonizzato.
s.car.

In Cold War Echo, Obama Strategy Writes Off Putin

WASHINGTON — Even as the crisis in Ukraine continues to defy easy resolution, President Obama and his national security team are looking beyond the immediate conflict to forge a new long-term approach to Russia that applies an updated version of the Cold War strategy of containment.

Just as the United States resolved in the aftermath of World War II to counter the Soviet Union and its global ambitions, Mr. Obama is focused on isolating President Vladimir V. Putin’s Russia by cutting off its economic and political ties to the outside world, limiting its expansionist ambitions in its own neighborhood and effectively making it a pariah state.

Mr. Obama has concluded that even if there is a resolution to the current standoff over Crimea and eastern Ukraine, he will never have a constructive relationship with Mr. Putin, aides said. As a result, Mr. Obama will spend his final two and a half years in office trying to minimize the disruption Mr. Putin can cause, preserve whatever marginal cooperation can be saved and otherwise ignore the master of the Kremlin in favor of other foreign policy areas where progress remains possible.
“That is the strategy we ought to be pursuing,” said Ivo H. Daalder, formerly Mr. Obama’s ambassador to NATO and now president of the Chicago Council on Global Affairs. “If you just stand there, be confident and raise the cost gradually and increasingly to Russia, that doesn’t solve your Crimea problem and it probably doesn’t solve your eastern Ukraine problem. But it may solve your Russia problem.”

The manifestation of this thinking can be seen in Mr. Obama’s pending choice for the next ambassador to Moscow. While not officially final, the White House is preparing to nominate John F. Tefft, a career diplomat who previously served as ambassador to Ukraine, Georgia and Lithuania.

When the search began months ago, administration officials were leery of sending Mr. Tefft because of concern that his experience in former Soviet republics that have flouted Moscow’s influence would irritate Russia. Now, officials said, there is no reluctance to offend the Kremlin.

In effect, Mr. Obama is retrofitting for a new age the approach to Moscow that was first set out by the diplomat George F. Kennan in 1947 and that dominated American strategy through the fall of the Soviet Union. The administration’s priority is to hold together an international consensus against Russia, including even China, its longtime supporter on the United Nations Security Council.

While Mr. Obama’s long-term approach takes shape, though, a quiet debate has roiled his administration over how far to go in the short term. So far, economic advisers and White House aides urging a measured approach have won out, prevailing upon a cautious president to take one incremental step at a time out of fear of getting too far ahead of skittish Europeans and risking damage to still-fragile economies on both sides of the Atlantic.

The White House has prepared another list of Russian figures and institutions to sanction in the next few days if Moscow does not follow through on an agreement sealed in Geneva on Thursday to defuse the crisis, as Obama aides anticipate. But the president will not extend the punitive measures to whole sectors of the Russian economy, as some administration officials prefer, absent a dramatic escalation.

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The more hawkish faction in the State and Defense Departments has grown increasingly frustrated, privately worrying that Mr. Obama has come across as weak and unintentionally sent the message that he has written off Crimea after Russia’s annexation. They have pressed for faster and more expansive sanctions, only to wait while memos sit in the White House without action. Mr. Obama has not even imposed sanctions on a list of Russian human rights violators waiting for approval since last winter.

“They’re playing us,” Senator Bob Corker of Tennessee, the ranking Republican on the Foreign Relations Committee, said of the Russians, expressing a sentiment that is also shared by some inside the Obama administration. “We continue to watch what they’re doing and try to respond to that,” he said on CNN on Friday. “But it seems that in doing so, we create a policy that’s always a day late and a dollar short.”

The prevailing view in the West Wing, though, is that while Mr. Putin seems for now to be enjoying the glow of success, he will eventually discover how much economic harm he has brought on his country. Mr. Obama’s aides noted the fall of the Russian stock market and the ruble, capital flight from the country and the increasing reluctance of foreign investors to expand dealings in Russia.

They argued that while American and European sanctions have not yet targeted wide parts of the Russian economy, they have sent a message to international businesses, and that just the threat of broader measures has produced a chilling effect. If the Russian economy suffers over the long term, senior American officials said, then Mr. Putin’s implicit compact with the Russian public promising growth for political control could be sundered.

That may not happen quickly, however, and in the meantime, Mr. Obama seems intent on not letting Russia dominate his presidency. While Mr. Obama spends a lot of time on the Ukraine crisis, it does not seem to absorb him. Speaking privately with visitors, he is more likely to bring up topics like health care and the Republicans in Congress than Mr. Putin. Ukraine, he tells people, is not a major concern for most Americans, who are focused on the economy and other issues closer to home.

Since returning from a trip to Europe last month, Mr. Obama has concentrated his public schedule around issues like job training and the minimum wage. Even after his diplomatic team reached the Geneva agreement to de-escalate the crisis last week, Mr. Obama headed to the White House briefing room not to talk about that but to hail new enrollment numbers he said validated his health care program.

Reporters asked about Ukraine anyway, as he knew they would, and he expressed skepticism about the prospects of the Geneva accord that his secretary of state, John Kerry, had just brokered. But when a reporter turned the subject back to health care, Mr. Obama happily exclaimed, “Yeah, let’s talk about that.”

That represents a remarkable turnaround from the start of Mr. Obama’s presidency, when he nursed dreams of forging a new partnership with Russia. Now the question is how much of the relationship can be saved. Mr. Obama helped Russia gain admission to the World Trade Organization; now he is working to limit its access to external financial markets.

But the two sides have not completely cut off ties. American troops and equipment are still traveling through Russian territory en route to and from Afghanistan. Astronauts from the two countries are currently in orbit together at the International Space Station, supplied by Russian rockets. A joint program decommissioning old Russian weapons systems has not been curtailed.
Nuclear inspections under the New Start arms control treaty Mr. Obama signed in his first term continue. The Air Force still relies on rockets with Russian-made engines to launch military satellites into space, although it is reviewing that. The United States has not moved to try to push Russia out of the W.T.O. And the Obama administration is still working with Russia on disarming Syria’s chemical weapons and negotiating a deal with Iran to curtail its nuclear program.

“You can’t isolate everything from a general worsening of the relationship and the rhetoric,” said Graham Allison, director of the Belfer Center for Science and International Affairs at Harvard University and an adviser to multiple administrations on Russia and defense policy. “But there’s still very high priority business that we have to try to do with Russia.”

Still, the relationship cannot return to normal either, even if the Ukraine situation is settled soon, specialists said. “There’s really been a sea change not only here but in much of Europe about Russia,” said Robert Nurick, a Russia expert at the Atlantic Council. “A lot of the old assumptions about what we were doing and where we were going and what was possible are gone, and will stay that way as long as Putin’s there.”

Mr. Nurick said discussion had already begun inside the administration about where and under what conditions the United States might engage with Russia in the future. “But I can’t imagine this administration expending a lot of political capital on this relationship except to manage it so that the other things they care about a lot more than Russia are not injured too badly,” he said.

Donetsk 1

 

di Stefano Carluccio

La crisi in Ucraina è giunta allo scontro armato. Nel tentativo di liberare alcuni Palazzi occupati a Sloviansk da separatisti russi, nell’est del paese, il governo di Kiev ha dato il via ad una “operazione antiterrorismo” che si è conclusa con tre morti e un numero imprecisato di feriti, senza peraltro riuscire nello sgombero.

La tensione tra Russia e Stati Uniti è crescente. Il 22 aprile il vicepresidente degli Usa, Biden, sarà a Kiev per esprimere il sostegno di Washington al governo ucraino.

Putin dal canto suo chiede una riunione del Consiglio di Sicurezza per l’invio dei militari contro i separatisti russi, ma allo steso tempo dichiara che la crisi, seppur importante, “non deve compromettere le relazioni tra Usa e Russia sul piano della sicurezza internazionale”. L’incendio rischia di estendersi, sembra di capire, se non si giunge ad un compromesso che escluda il timore di accerchiamento che è percepito a Mosca nelle intenzioni americane sin dall’inizio della crisi.

Per Gianni Cervetti, da sempre in stretto rapporto col mondo russo, comunista e post comunista, la questione è assai delicata e rischia di sfuggire di mano, con danno per l’Europa ma anche, aggiunge, per gli stessi Usa.

 

“La questione è piuttosto complessa  e non bisogna trattarla superficialmente. I problemi vanno affrontati sulla base di alcuni principi, altrimenti non se ne esce. Va alzato lo sguardo guarda  dal punto di vista degli interessi immediati e degli scontri che sugli interessi immediati si vanno determinando.  La questione fondamentale è quella dell’autodeterminazione dei popoli. È un principio che aveva avuto forza alla fine dell’Ottocento. Poi nel Novecento è stato messo, diciamo così, un po’ in soffitta anche a seguito di fatti che possiamo definire positivi come ad esempio la sconfitta del hitlerismo. Ma non è un principio che può essere nascosto o sottovalutato se si vuole effettivamente regolare sia la vita nelle nazioni, sia i rapporti tra le nazioni. Questo principio dice che una nazione e un popolo hanno diritto di autoformare lo Stato che desiderano. Quando questo principio viene  stravolto succedono pasticci”. 

Ad esempio?

Nel trattato di Helsinki, questo principio è stato in larga misura annacquato. 

Al principio di autodeterminazione dei popoli si è unito il principio che le frontiere divenissero intangibili, così come erano state determinate dalla seconda guerra mondiale. La sconfitta dell’ hitlerismo e del fascismo non hanno risolto il problema dei rapporti tra tutte le nazioni del mondo. Hanno stabilito alcuni confini all’interno dei quali nulla si sarebbe dovuto muovere. 

L’accordo raggiunto tra americani e sovietici è stato un accordo, diciamo così, debole dal punto di vista delle fondamenta di questo principio. Senza andare molto lontano, stando in Italia, per risolvere le questioni dell’Alto Adige abbiamo dovuto metterci del bello del buono. 

Si è voluto compensare la perdita dell’Istria.

Certo: ma se alla fine della seconda guerra mondiale si fosse deciso che l’Alto Adige dovesse rimanere all’Austria –  e non ci sarebbe stato niente di stravagante perché la popolazione è austriaca in stragrande maggioranza –  si sarebbe risolto un problema abbastanza tranquillamente. Invece ci sono stati anni di terrorismo e costi economici per l’Italia enormi.  

La stessa cosa è accaduta anche alla fine dell’Unione sovietica. Ci sono delle enclaves  russe nazionali consistenti che sono rimaste fuori dai confini della loro patria: e questo vale per i Russi dei Paesi baltici, vale per l’Ucraina, vale per la Moldavia. 

Questi problemi si trascineranno a lungo. Per risolvere dunque questi problemi si deve tenere fermo come punto essenziale quello dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni.

Tensioni autonomiste sono presenti un po’ dappertutto, in Europa, non solo ad est.

Questi sono problemi che continueranno a risorgere e a moltiplicarsi anche in Europa, certo.
Nel caso specifico dell’Ucraina questo accade e accadrà indipendentemente da chi governerà a Mosca. Sono questi i problemi di concreta convivenza tra i popoli. Ragionando su questa base si possono affrontare anche le questioni successive.

In Ucraina la rivolta è scoppiata dopo la firma dell’intesa con Mosca in luogo di quella con la UE. Che c’entra l’autodeterminazione? Non parrebbe vero il contrario?

Nella rivolta in Ucraina ci sono stati 100-150 morti russi (ma fosse stato anche solo un morto la questione non cambia perché resta una questione di principio). 

Quindi mi domando che cosa è successo davvero? Adesso nessuno più ne parla. I fatti sono stati rimossi. C’è stata una prima fase di propaganda, poi la cancellazione di quanto è accaduto. Ma in Ucraina ci sono problemi politici seri che permangono tuttora e che devono essere risolti dagli ucraini, se si vogliono distendere gli animi e dare a ciascuno il proprio ruolo. Queste sono le due questioni fondamentali sulla base delle quali secondo me occorre ragionare. 

Ci sono stati  però altri problemi legati a interessi commerciali e di risorse. 

 

 

Sono questioni reali. Sono questioni importanti, ma sono questioni che possono essere risolte soltanto in modo “logicamente successivo” rispetto ai due principi di cui ho parlato prima. Su questo insieme di cose viceversa, non mi pare che ci sia un modo di ragionare serio. Hanno infatti la prevalenza in questo caso, soprattutto da parte degli Stati Uniti, atteggiamenti che non voglio definire di potenza, ma sicuramente di “protettorato” su quello che deve accadere nel mondo. E questo non risolve i problemi. Anzi aumenta e complica i conflitti.

Non favorisce del resto neanche un ruolo positivo degli Stati Uniti nel contesto globale, in questo modo infatti vengono considerati dagli uni come i difensori dei loro interessi, dagli altri come gli aggressori dei propri interessi. Ne va anche del loro prestigio e anche della loro funzione mondiale. Da questo punto di vista oggi hanno fatto un passo indietro rispetto alla posizione di Wilson. Nei principi di Wilson del 1919, l’autodeterminazione era definita in modo preciso.

Questo tipo di approccio ha favorito a  lungo una posizione e un ruolo positivo degli Stati Uniti nel mondo. Queste sono questioni di fondo su cui non si può scherzare

 

Pare difficile da credere ad un’insurrezione spontanea di popolo in Ukraina per aderire all’Unione Europea quando i sondaggi di oggi dicono che il quasi il 70% della popolazione europea non vuole più questa Unione Europea. La stessa Gran Bretagna sembra volerne uscire al termine del prossimo referendum.

Ecco questo problema è molto importante.  Considero l’Unione Europea e i progressi che debbono ancora essere compiuti per realizzare l’idea che avevamo dell’ Europa, come una strada estremamente positiva. Considero positiva infatti la possibilità di unire popoli in un luogo come l’Europa in cui la storia è sempre stata una storia di conflitti e che – solo per rimanere nell’età moderna e cioè dall’ottocento, in poi fino al 900 – hanno determinato deflagrazioni addirittura di carattere mondiale. Ecco considero questa strada di unità una strada positiva.

Dunque su questa strada occorre insistere? 

Ma a questo punto oltre ad insistere occorre anche distinguere: una cosa è perseguire sinceramente questo obiettivo di unità e di rispetto reciproco tra popoli, altra cosa del tutto opposta è quella di strumentalizzare l’unione europea per andare in altri luoghi della terra, estranei non soltanto geograficamente, ma anche culturalmente e politicamente all’Europa per stimolare una ripresa di spirito diciamo la verità, “espansionistico”. Questo crea tensioni.
Questa aspirazione all’unità dell’Europa da obiettivo positivo diventa un fattore di conflitto e di pericolo.
Insisto e sottolineo che il cammino dell’unione dei popoli delle nazioni europee è una strada positiva, innanzitutto per gli stessi europei ma anche per il mondo intero, se fondato sul principio della autodeterminazione. Se questa è l’Europa che si unisce questo è il progetto di un assetto di pace che avevamo al termine della seconda guerra mondiale. 

Oggi invece l’unità europea viene utilizzata come uno strumento di contrasto con altri popoli non europei, diventa un elemento di conflittualità nel mondo. Non si può pensare di inglobare nell’Unione Europea tutto. L’Europa ha già conosciuto periodi di espansione: il colonialismo che cos’è stato se non un espansione imperialista europea? Questo espansionismo e già andato in crisi tra ottocento e novecento ed è impensabile che possa risorgere. Sul piano politico questo atteggiamento, per reazione, determina l’opposizione di chi non intende farsi annettere.

L’origine della crisi Ucraina ricorda l’inizio delle primavere arabe. Sembravano inizialmente processi autonomi di liberazione da regimi autoritari dopo il discorso del Cairo di Obama. Ma la vicenda non sembra così chiara. Israele, ad esempio, non è mai stata convinta di quanto accadeva e i fatti in Siria sembrano darle ragione.

Può darsi. Sicuramente nella crisi Ucraina ci sono dei tentativi o delle intenzioni di operare verso l’obiettivo di un accerchiamento della Russia. Tuttavia ci sono anche importanti controtendenze: grandi paesi come la Cina  sicuramente non si mettono su una strada di isolamento e di accerchiamento della Russia. Non è solo realismo. Lucidità politica vuole che si agisca in altra maniera. Non bisogna ricercare lo spezzettamento, mettere  gruppi gli uni contro gli altri armati, come ad esempio nell’area mediorientale. 

Anche in Ucraina, il problema non è quello che i russi si ergano contro gli ucraini o viceversa. Il problema è quello di trovare il modo in cui le volontà delle varie etnie vengano tenute nella dovuta considerazione. Se viceversa si stimolano i gruppi gli uni contro gli altri a confliggere tra loro, è evidente che il risultato è quello dello scontro. Persino della guerra. E dall’esterno non è concepibile che ci siano suggerimenti e sostegni affinché alcune etnie ed alcune nazionalità siano dominanti rispetto alle altre. Vedo una difficoltà tanto più seria, quanto più i gruppi nazionali, statali che dovrebbero aver maggiormente senso di responsabilità, perché hanno avuto dalla storia, anche per merito loro, delle posizioni che possiamo definire migliori, non sempre si attengono a principi di massima responsabilità.

L’ Italia può avere un ruolo?

Credo di sì. Noi abbiamo una caratteristica nazionale che ci viene dalle complesse vicende della storia: facendo parte di questo mondo più avanzato, qualcuno potrebbe dire più privilegiato, abbiamo una caratteristica – anche dal punto di vista geografico – di “ponte” e possiamo svolgere un lavoro serio di collaborazione per cercare di favorire quantomeno la ricerca di equilibri veri, e non di iniziative stravaganti. Peraltro anche nella nostra storia nazionale siamo stati protagonisti di vicende non sempre limpide, ma siamo stati in grado di superarle. 

Noi abbiamo attraversato una fase di “purificazione” dopo essere passati attraverso un regime autoritario e reazionario. Abbiamo creato gli anticorpi rispetto a fenomeni come quelli del fascismo che un’invenzione tutta italiana. 

Siamo stati uno dei primi paesi a superare il sistema coloniale. Siamo stati tra coloro i quali hanno promosso la comunità europea.  Abbiamo lavorato per unire. E questo è stato possibile perché abbiamo avuto una specifica storia nazionale alle spalle. Abbiamo quindi una capacità di unire che possiamo esercitare. Penso che nelle settimane attuali e nel prossimo futuro questa nostra capacità debba essere fortemente accentuata. 

L’Europa sembra sospinta nel vicolo cieco di una rottura con Russia. L’interscambio invece è molto importante. In bilico tra Nato e relazioni commerciali, gas compreso, mentre sono aperte le trattative  sull’area di libero scambio transatlantici non pone oggettivamente l Europa in posizione di difficoltà?

Non lo so se ci sia addirittura un disegno di questa natura negli Usa. Devo però constatare l’effetto di questo atteggiamento come un effetto anche per l’Europa negativo. L’Europa ha per sua natura anche altri interessi che dovrebbero trovare soddisfazione: sicuramente con la Russia e in secondo luogo anche con altri popoli orientali.

Si rischia nuovamente di non avere una chiara idea di quali siano i confini orientali dell’ Europa?

Esatto bisogna ragionare sul tema dei confini come frutto della volontà dei popoli che li definiscono e che li accettano e riconoscono reciprocamente. Se i confini non sono accettati dai popoli crei soltanto tensioni. Torniamo all’esempio della Crimea. Si dice che deve rimanere dov’è. Benissimo la Crimea rimanga dov’è. E quelli che in Crimea non ci voglio stare?

Non vogliono riconoscere quello che è stato deciso in un referendum di indipendenza votato dalla stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea. Benissimo. Qual’è l’alternativa? Ti poni da solo in un stadio in cui sei un imbelle, perché dici cose che non vengono accettate di fatto da nessuno. Altrimenti l’altra strada qual è? L’intervento armato, anche indiretto suscitando un focolaio di rivolta che spacchi il paese anziché cercare di risolvere problemi del paese. Che è esattamente quello che sembra succedere da ora in poi.

Europa e Italia senza parola?

L’Italia deve assolutamente svolgere una funzione perlomeno di collegamento. Essere un ponte forse è eccessivo per la situazione in cui ci troviamo. Però fare un’opera di collegamento, e di ragionevolezza questo si lo dobbiamo fare dei confronti degli uni e degli altri. 

Anche qui, bisogna stare attenti a non confondere i regimi con le esigenze nazionali dei popoli. Non puoi dire “Putin e un mascalzone, non gli riconosco niente”. Nelle relazioni internazionali queste cose non si devono dire mai. Se fai così crei soltanto degli sconquassi che ti si rivolgono contro.  Oggi c’è un’esigenza che se realizzata sarebbe un passo in avanti enorme: ragionare nelle relazioni internazionali non più sulla base degli schemi ideologici delle politiche interne. I criteri di organizzazione della politica internazionale non possono essere i criteri della lotta politica interna. Invece oggi sembra che stiamo tornando a questi criteri di natura più ideologica che politica nel trattare le relazioni internazionali.

 

Appunti: Sull’Ucraina la Ue si spaccherà. Schulz e il socialismo nazionalista. Dopo il direttorio franco tedesco, il consolato germanico ( Commissione + Berlino) sull’Europa (o meglio, sull’Eurozona, il resto se ne va)

1. Articolo interessante dal titolo, Ucraina: la nebbia della propaganda della NYRBooks 

2. Il Labour rifiuta la designazione di schulz alla Commissione europea decisa dal congresso del PSE di roma (evernote rassegne):
“The Labour party will on Saturday set itself definitively against the federalist vision of Europe when it refuses to endorse the European parliament president Martin Schulz as the Socialists’ candidate to be the next European commission president.

In a clear signal to its European partners on the left that there are limits to Labour’s support for the EU, the party will say that the German’s “political priorities” clash with its vision for Europe.

Ed Miliband and the shadow foreign secretary, Douglas Alexander, have decided to speak out against Schulz on the eve of his formal designation at a Party of European Socialists (PES) conference in Rome as the left’s candidate for EC president” (dal Guardian)

3. Ucraina: la tesi più verosimile ( ma bisogna conoscere meglio il testo dell accordo di adesione per l’integrazione europea) è che la crisi sia una crisi di “confini tra germania ed est. Le trattative vennero interrotte dopo la riduzione del budget 2014 del 9,4 per cento. L’ucraina chiedeva un negoziato trilaterale con UE e Russia a cui Ue si è opposta.

L’interruzione delle trattative precede la decisione di accettare il finanziamento russo e il più basso costo del gas per Kiev. Alla trattativa interrotta è seguita immediatamente la rivolta per la caduta del governo e le elezioni del nuovo parlamento (negli Usa hanno parlato tranquillamente di colpo di stato). La proposta europea prevedeva una transizione di 10 anni perché l’ucraina potesse adeguarci agli standar finanziari dell’Eurozona: nel frattempo un patto commerciale privilegiato tra Ue e Ucraina avrebbe per lo stesso periodo garantito condizioni di maggior vantaggio per le esportazioni europee. In pratica, con la riduzione del budget, l’interruzione delle trattative e la condizione del monopolio dell’export, la Ue (germania con francia in posizione ancillare) ha voluto prendersi l’Ucraina gratis.

Oggi per l’Ucraina è difficile competere sia con la Russia che con l’Ue. Attualmente è necessario che Kiev sviluppi una collaborazione commerciale-economica con entrambe le parti. L’iniziativa del governo ucraino di attuare delle trattative di tipo trilaterale è stata proprio pensata per smussare i contrasti esistenti. I rappresentanti dell’Ue, però, si dicono sempre contrari all’ingerenza della Russia nelle trattative tra Ucraina e Ue. L’Unione, a queste condizioni, non intende considerare la questione delle compensazioni finanziarie per l’Ucraina in caso di sottoscrizione dell’accordo.
Sempre più esperti ucraini ritengono che per l’Ue sia più importante distruggere i legami tra Russia e Ucraina piuttosto che avvicinare l’Ucraina all’Unione. Sembra che negli ambienti politici e nelle istituzioni Ue siano ancora forti gli stereotipi negativi sulla Russia e sulla sua grandissima influenza sull’Ucraina.
Le probabilità di un’assistenza finanziaria da parte dell’Ue all’Ucraina sono basse
I Paesi Ue ritengono per il momento impossibile l’allargamento dell’Unione. Nel budget comunitario per il 2014 non sono previste spese in tal senso. Per la prima volta nella storia dell’Ue, inoltre, il budget è stato diminuito del 9,4% da un anno all’altro. E’ dunque verosimile che i Paesi leader dell’Ue si comportino con circospezione rispetto all’integrazione dell’Ucraina nella Comunità europea anche per questo. L’Ue non ha alcuna fretta nel portare avanti le trattative con l’Ucraina quando si parla di questioni finanziarie. L’Ue ha concesso all’Ucraina dieci anni per il raggiungimento degli standard economici europei. Durante tale periodo, l’Ue avrà la priorità nell’esportazione dei propri prodotti e servizi in Ucraina.

L’espansionismo commerciale tedesco che si basa sulla centralizzazione del controllo finanziario da parte della burocrazia europea dei bilanci sovrani, al fine di indebolire le economie nazionali per renderle dipendenti politicamente e commercialmente, se tocca la questione dei “confini ad est” porta ad un passo dalla guerra.

E’ verosimile che in Europa nessuno abbia previsto che Mosca non può consentire che un’intero paese al suo confine passi armi (flotta e nucleare) e bagagli all’occidente? Con l’ucraina, infatti Mosca perderebbe in un colpo solo la flotta sul mar nero, ovvero il controllo dei gasdotti asiatici e caucasici. Nessuno a Bruxelles ci ha pensato? Se ci hanno pensato, allora la “rivolta democratica” va riesaminata da cima a fondo, raddrizzando gli occhiali con cui la propaganda la guarda e la fa guardare in occidente.

Ultimo punto:  l’iniziativa inglese di proporre la riunione del consiglio di sicurezza sembra indicare una tendenza della gran bretagna ad un ruolo di mediazione per contenere l’esuberanza tedesca. Infine, il silenzio della Merkel urla che chi lancia il sasso ora nasconde la mano dietro agli americani, che farebbero bene a ripristinare lo status quo ante, riconoscendo: 1. la non integrabilità della Ucraina alla Ue, 2. l’autonomia della Crimea nel quadro dell’unità nazionale Ucraina, e particolarmente l’inviolabilità delle basi militari russe nella penisola, una sorta di status speciale extraterritoriale come per la Nato nei paesi che ne ospitano le basi.

4. Pubblico un Testo di Antonio dB

Prima la crisi bancaria di Cipro di un anno fa –below a clear article by Roberto Savio, IPS,–, in cui si e’ assistito all’esproprio dei conti correnti al di sopra dei 100mila euro – soprattutto di investitori russi– il modo come essa e’ stata condotta, con diffusione ad arte di notizie su provenienze illecite dei capitali, conclusasi con l’invio da Mosca di navi russe nell’isola;
Ora la conduzione della crisi in Ukraina da parte della UE con l’inflizione di sanzioni al governo Ukraino in seguito alle quali subito e’ seguito il pilotato colpo di mano al governo Ukraino del 23 Feb ultimo scorso, con la sostituzione di Viktor Yanukovych, presidente eletto, riparato in Russia, che ha scatenato la reazione di Putin.
Forse l’Europa, il parlamento Europeo, la Commissione, la BCE –e tutto quanto rappresenti la burocrazia e il potere, non eletto dai popoli, che vi si nasconde dietro- stanno davvero giocando col fuoco .
Infatti la Crimea, appartenente intimamente alla tradizione, alla cultura e alla storia russa fu nel 1954, data in “dono” alla Ucraina dal leader sovietico Nikita Khrushchev. E mi sembra giusto che il governo russo e Putin agiscano per proteggere i propri cittadini.
Ma probabilmente, anche Putin ha intercettato la politica neo-espansionistica e dominatrice della Germania in Europa e nel mondo. La volonta’ di sganciarsi dalla rete internet e dal sistema satellitare e soprattutto la mira di soppiantare il dollaro con l’Euro, rivelano completa la sfrenata ambizione della Germania, da attuare con ogni mezzo e “a tutti i costi”.
Ed infatti per quali motivi essa ha imposto sacrifici, lacrime e sangue sulla pelle dei popoli europei (e sui nostri giovani che gridano vendetta)?
Ed ora assistiamo alla tentazione della Merkel di ampliare mercati dove esportare e serbatoi di manodopera da sfruttare, riconquistando i territori che si affacciano sul Mar Nero, e cosi’ ricreare il Reichskommissariat Ukraino

http://en.wikipedia.org/wiki/Reichskommissariat_Ukraine…. (vedere anche la mappa ingrandita)…..Putin permettendo.

Spero davvero che il Presidente Obama intenda!

Antonio dB