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di Massimo Boffa

Chi per spiegare gli eventi dell’Ucraina evoca il “neoimperialismo”russo manipola la realtà dei fatti. Non a caso, nelle sue narrazioni, rimuove proprio l’eventi da cui tutto ha avuto inizio, quello che ha fatto precipitare la crisi. Il 22 febbraio il presidente legittimamente eletto è stato cacciato a furor di piazza e al suo posto, con la benedizione dell’Occidente, invece di un governo di coalizione ( come previsto dagli accordi del giorno prima sottoscritti anche da Francia, Germania e Polonia) è stato insediato un potere espressione dei rivoltosi del Maidan.
Il problema non sta tanto nell’illegittimità forma del “colpo” di Kiev. Sta piuttosto nel fatto che l’Ucraina è uno Stato che si reggeva su un delicatissimo equilibrio: le regioni su-orientali sommo storicamente legate alla Russia, quelle occidentali alla Mitteleuropa.
Avere voluto spezzare in modo unilaterale quel delicato equilibrio ha provocato tutta la sequenza di gravissimi avvenimenti che è sotto i nostri occhi. E finchè non sarà ritrovato, la crisi non si risolverà.
La secessione e annessione della Crimea è stata la prima, prevedibilissima, direi quasi naturale, conseguenza di quella forzatura. Lo sciagurato pretendete del Kossovo, di cui a Mosca nessuno si era dimenticato, è venuto a fornire la cornice legale. Nonostante ancora ci si arrampichi sugli specchi per negare ogni analogia tra il Kosovo e la Crimea, l’unica grande differenza tra i due casi, differenza non da poco, è che la secessione in Kosovo è arrivata dopo un mese di bombardamento su Belgrado, mentre in Crimea non si è praticamente sparato un colpo.
Ma la secessione della Crimea non ha ristabilito l’equilibrio infranto. C’è il problema delle regioni sud-orientali. Problema che non riguarda solo la volontà delle popolazioni russofone ma anche quello che la Russia considera un requisito vitale della sua sicurezza: come l’America non avrebbe mai accettato missili a Cuba, così la Russia non potrà accettare truppe Nato lungo la frontiera con l’Ucraina.
Ora che gli Stati Uniti ed Europa si sono cacciati in questo pasticcio, propiziando sconsideratamente il colpo di Kiev, hanno il dovere di trovare, insieme alla Russia, una soluzione negoziata. Mosca ha avanzato una proposta: che l’Ucraina si dia una costituzione federale, con ampia autonomia per le regioni dell’est, e che rimanga neutrale, cioè non entri nella Nato.
Questa soluzione, considerata ragionevole da personalità come Helmut Schmidt, Henry Kissinger, Sergio Romano e tanti altri, non cedro sospettabili di ostilità verso gli Stati Uniti, viene sprezzantemente respinta da Kiev e da Washington. Ma al punto a cui sono giunte le cose, chi la rifiuta o ne rifiuta altre perché accettabili da Mosca, lavora pericolosamente per la guerra.
C’è chi obietta che negoziare con 40 mila soldati russi lungo il confine è come negoziare con la pistola sul tavolo. E’ vero, ma bisognerebbe anche ricordare che la pistola degli altri, a Kiev, ha già sparato. (il Foglio, 19 aprile).

Finalmente una parola chiara su fatti stravolti dalla propaganda e dall’uso strumentale del politicamente corretto. Va aggiunto che occorre esaminare due aspetti precedenti al “colpo” di Kiev, collegati tra loro, da cui ne discende la lezione più generale (o Muzos logoi, in greco): il trattato di associazione tra Ucraina e Ue prevedeva 10 anni di monopolio dell’export europeo verso il paese, 10 anni di tempo per mettersi in linea con gli standard finanziari della eurozona, in cambio della libertà di circolazione, ovvero – in un paese in crisi – di emigrare verso la Germania, la Polonia (e la Francia) per offrire manodopera a basso costo. Export significa investire nel paese in cambio di riacquistare, attraverso la regola degli standard finanziari, l’unica risorsa disponibile, ma inerte, ovvero materie prime. Praticamente l’associazione era un annessione gratuita, senza alcun finanziamento europeo per la crisi. Possibile che sia stata una spontanea rivolta popolare quella per entrare in questo tunnel? Il via vai dei funzionari di Bruxelles è del resto stranoto, come fondati i dubbi gravi sui cecchini che hanno ucciso un centinaio di persone. Persino Mc Cain si è recato sul posto prima del “colpo” di Kiev. E la garanzia di Francia, Germania e Polonia per un governo di coalizione, smentita dall’immediato riconoscimento del governo di Maidan, parla da sé sulla mano che ha animato la crisi.
La lezione più generale: Kohl e Mitterrand si accordarono per la riunificazione tedesca in cambio dell’Unione Europea saldata, ancorata, ad una moneta unica. Sembra che i tedeschi abbiano fatto gherminella ai francesi. La Germania è riunita, ma l’Europa è spezzata e cresce tra i tedeschi la parte che vuole tenersi l’Euro tutto per sé, moneta di una area di influenza direttamente circostante, ed egemone nel continente. Non siamo affatto certi che la Germania voglia, dopo la sua riunificazione, l’Unità dell’Europa che Mitterrand prevedeva come contro-bilanciamento al pericolo del ritorno del pangermanesimo. Perché unirsi alla pari con chi si può tranquillamente saccheggiare? La Francia allo scopo serve per la sua enfasi. Un inganno che i francesi capiscono andando a destra visto che c’è un governo di sottomissione, socialista.
Qui sta l’importanza più generale della crisi Ucraina. Che oltre ad essa l’espansionismo sbatte la testa contro Mosca. Si deve fermare.
E gli Usa sbagliano il capolinea: dovrebbero andare a Berlino non a Kiev.
E la imminente presidenza italiana della Ue dovrebbe annunciarsi già ora più assertiva in proposito e favorire certamente la proposta di Mosca. Sarebbe in più un colpo da maestri anche per farsi spazio nei lacci e laccioli di Bruxelles. Un ponte, come l’Italia dà da intendere di voler essere, poggia su due gambe, non su una e mezza. Altrimenti gli appelli al buon senso della Farnesina rimarranno parole senza mordente, politicamente disarmate. E l’Italia coi vincoli europei nella Costituzione di un Paese colonizzato.
s.car.

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Che il baricentro dell’economia mondiale si stesse spostando sempre più ad Est lo ha detto anche l’illustre economista statunitense Nial Ferguson, posizionando il centro del Pil globale “poco più a Nord del Kazakistan”, ovvero in territorio russo, ma con gli occhi ben puntati sull’Asia. Proprio sulla Russia e sulle opportunità che offre alle imprese italiane era centrato il convegno “III Forum Investire nella nuova Russia” organizzato ieri in Bocconi a Milano, alla presenza di autorità dell’ex Paese sovietico e di diversi capitani d’azienda italiani.

“Statistiche alla mano – è stato detto quasi all’unisono – Mosca non è più da considerare un Paese in via di sviluppo. E’ un mercato ormai maturo, così come lo sono i suoi consumatori”. Quasi 150 milioni di appetibili clienti per le aziende nostrane di cui, oltre ai soliti ricchissimi, si annoverano sempre meno poveri (nel 2012 sono 17 milioni, il 12% della popolazione, minimo da 20 anni) e soprattutto sempre più membri della middle class. “Dopo la caduta del Muro – spiega Vittorio Volpi di Mikro Capital Sarl, società di asset management – erano appena il 4%, adesso secondo molti economisti americani alla classe media appartiene il 20% dei russi”. Senza contare il Pil in costante crescita e il tasso di disoccupazione sotto il 6%, con punte dello 0,6% nella capitale Mosca.

Sempre più potenziali acquirenti dunque, anche in virtù della loro storica passione per il made in Italy e, alla faccia dei pregiudizi della “linea Maginot dell’opinione pubblica” evocata più volte da André Glucksmann nei confronti dell’ex mondo sovietico, sempre più alla ricerca del prodotto di alta qualità. Come ricordato in Bocconi da Guido Damiani, attuale presidente e nipote del fondatore della maison di gioielleria Damiani Group, “la Russia è il secondo mercato di sbocco del lusso italiano e anche nel nostro Paese turisti, viaggiatori e investitori russi sono comunque di gran lunga i primi acquirenti: comprano beni di lusso in Italia quasi cinque volte più degli americani, che pure sono i primi acquirenti nel settore a livello mondiale”.

Nello Stivale infatti il 29% degli acquisti extra-Ue arriva da clienti russi, davanti ai cinesi e agli americani terzi con il 6%, mentre a livello europeo comandano sempre gli ex sovietici ma solo con il 20% della quota di mercato. Una freccia in più al nostro arco, dunque, così come quella del settore bancario, dove Unicredit è la prima banca straniera in Russia e l’ottava tra tutti gli istituti di credito. “Abbiamo 20 miliardi di euro di total asset in Russia”, ha spiegato Alessandro Decio di Unicredit, ricordando anche come “quello russo sarà il principale mercato auto per i prossimi dieci anni, ed è il motivo della nostra joint venture con Renault Nissan a Mosca”.

Mercato automobilistico nel quale però l’Italia potrebbe fare di più, come ricordato dal vicepresidente di Altagamma Armando Branchini: “La Russia ha il 5-6% di quota di mercato globale per i prodotti di altagamma nei quali l’Italia è leader, tranne che nel settore auto: sfondiamo invece nei beni domestici, food&beverage e cura della persona. L’opportunità comunque è ancora tutta da sfruttare: l’economia di Mosca e dintorni crescerà per almeno altri 6-7 anni”.

Periodo durante il quale chi non ha ancora scommesso sulla Russia, come Amplifon, avrà tutto il tempo di farlo: “Siamo presenti in 20 Paesi nel mondo – spiega l’ad Franco Moscetti – e già leader del mercato in Usa, Australia e Nuova Zelanda, ma in Russia ancora no: cerchiamo un partner locale per entrarci. Al momento gli ostacoli sono l’età media troppo giovane, bassa per il nostro target, e un sistema sanitario che seppur di eccellenza è ancora ‘ospedalocentrico’ e non favorisce business come il nostro”.

Poi, per tutti gli intervenuti al convegno in Bocconi, c’è il grande ostacolo dei dazi doganali, ancora troppo alti al 20% e che scenderanno solo nel 2017 secondo gli accordi presi con l’entrata in vigore di Mosca nel Wto. “Altre due pericolose patologie – dice Branchini di Altagamma – sono quella della crescita del mercato parallelo e della diffusione della contraffazione, a causa del confine doganale unico con Bielorussia e Kazakistan, il che apre le porte ai prodotti cinesi”.

Dunque Kazakistan come nuovo baricentro ma anche come potenziale pericolo per l’economia russa? Se da un lato l’espansione del mercato parallelo sarebbe una sciagura per il made in Italy, c’è però chi la pensa come Ferguson: “Il pendolo dell’economia mondiale si sta spostando sempre più ad Est – sostiene Volpi di Mikro Capital -: è normale che la Russia rivolga il suo potenziale verso l’Asia, che cresce del 6,6%, piuttosto che verso l’Europa, ferma allo 0,7%. Del resto gli scambi Russia-Cina toccano ormai gli 80 miliardi di dollari, superando di gran lunga quelli con la Germania, mentre il commercio con la Corea del Sud è quintuplicato negli ultimi tre anni. E questo non fa altro che accrescere le potenzialità di un Paese che occupa anche geograficamente una posizione strategica”. E questo, di riflesso, è un gran bene anche per l’Italia.

Donetsk 1

 

di Stefano Carluccio

La crisi in Ucraina è giunta allo scontro armato. Nel tentativo di liberare alcuni Palazzi occupati a Sloviansk da separatisti russi, nell’est del paese, il governo di Kiev ha dato il via ad una “operazione antiterrorismo” che si è conclusa con tre morti e un numero imprecisato di feriti, senza peraltro riuscire nello sgombero.

La tensione tra Russia e Stati Uniti è crescente. Il 22 aprile il vicepresidente degli Usa, Biden, sarà a Kiev per esprimere il sostegno di Washington al governo ucraino.

Putin dal canto suo chiede una riunione del Consiglio di Sicurezza per l’invio dei militari contro i separatisti russi, ma allo steso tempo dichiara che la crisi, seppur importante, “non deve compromettere le relazioni tra Usa e Russia sul piano della sicurezza internazionale”. L’incendio rischia di estendersi, sembra di capire, se non si giunge ad un compromesso che escluda il timore di accerchiamento che è percepito a Mosca nelle intenzioni americane sin dall’inizio della crisi.

Per Gianni Cervetti, da sempre in stretto rapporto col mondo russo, comunista e post comunista, la questione è assai delicata e rischia di sfuggire di mano, con danno per l’Europa ma anche, aggiunge, per gli stessi Usa.

 

“La questione è piuttosto complessa  e non bisogna trattarla superficialmente. I problemi vanno affrontati sulla base di alcuni principi, altrimenti non se ne esce. Va alzato lo sguardo guarda  dal punto di vista degli interessi immediati e degli scontri che sugli interessi immediati si vanno determinando.  La questione fondamentale è quella dell’autodeterminazione dei popoli. È un principio che aveva avuto forza alla fine dell’Ottocento. Poi nel Novecento è stato messo, diciamo così, un po’ in soffitta anche a seguito di fatti che possiamo definire positivi come ad esempio la sconfitta del hitlerismo. Ma non è un principio che può essere nascosto o sottovalutato se si vuole effettivamente regolare sia la vita nelle nazioni, sia i rapporti tra le nazioni. Questo principio dice che una nazione e un popolo hanno diritto di autoformare lo Stato che desiderano. Quando questo principio viene  stravolto succedono pasticci”. 

Ad esempio?

Nel trattato di Helsinki, questo principio è stato in larga misura annacquato. 

Al principio di autodeterminazione dei popoli si è unito il principio che le frontiere divenissero intangibili, così come erano state determinate dalla seconda guerra mondiale. La sconfitta dell’ hitlerismo e del fascismo non hanno risolto il problema dei rapporti tra tutte le nazioni del mondo. Hanno stabilito alcuni confini all’interno dei quali nulla si sarebbe dovuto muovere. 

L’accordo raggiunto tra americani e sovietici è stato un accordo, diciamo così, debole dal punto di vista delle fondamenta di questo principio. Senza andare molto lontano, stando in Italia, per risolvere le questioni dell’Alto Adige abbiamo dovuto metterci del bello del buono. 

Si è voluto compensare la perdita dell’Istria.

Certo: ma se alla fine della seconda guerra mondiale si fosse deciso che l’Alto Adige dovesse rimanere all’Austria –  e non ci sarebbe stato niente di stravagante perché la popolazione è austriaca in stragrande maggioranza –  si sarebbe risolto un problema abbastanza tranquillamente. Invece ci sono stati anni di terrorismo e costi economici per l’Italia enormi.  

La stessa cosa è accaduta anche alla fine dell’Unione sovietica. Ci sono delle enclaves  russe nazionali consistenti che sono rimaste fuori dai confini della loro patria: e questo vale per i Russi dei Paesi baltici, vale per l’Ucraina, vale per la Moldavia. 

Questi problemi si trascineranno a lungo. Per risolvere dunque questi problemi si deve tenere fermo come punto essenziale quello dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni.

Tensioni autonomiste sono presenti un po’ dappertutto, in Europa, non solo ad est.

Questi sono problemi che continueranno a risorgere e a moltiplicarsi anche in Europa, certo.
Nel caso specifico dell’Ucraina questo accade e accadrà indipendentemente da chi governerà a Mosca. Sono questi i problemi di concreta convivenza tra i popoli. Ragionando su questa base si possono affrontare anche le questioni successive.

In Ucraina la rivolta è scoppiata dopo la firma dell’intesa con Mosca in luogo di quella con la UE. Che c’entra l’autodeterminazione? Non parrebbe vero il contrario?

Nella rivolta in Ucraina ci sono stati 100-150 morti russi (ma fosse stato anche solo un morto la questione non cambia perché resta una questione di principio). 

Quindi mi domando che cosa è successo davvero? Adesso nessuno più ne parla. I fatti sono stati rimossi. C’è stata una prima fase di propaganda, poi la cancellazione di quanto è accaduto. Ma in Ucraina ci sono problemi politici seri che permangono tuttora e che devono essere risolti dagli ucraini, se si vogliono distendere gli animi e dare a ciascuno il proprio ruolo. Queste sono le due questioni fondamentali sulla base delle quali secondo me occorre ragionare. 

Ci sono stati  però altri problemi legati a interessi commerciali e di risorse. 

 

 

Sono questioni reali. Sono questioni importanti, ma sono questioni che possono essere risolte soltanto in modo “logicamente successivo” rispetto ai due principi di cui ho parlato prima. Su questo insieme di cose viceversa, non mi pare che ci sia un modo di ragionare serio. Hanno infatti la prevalenza in questo caso, soprattutto da parte degli Stati Uniti, atteggiamenti che non voglio definire di potenza, ma sicuramente di “protettorato” su quello che deve accadere nel mondo. E questo non risolve i problemi. Anzi aumenta e complica i conflitti.

Non favorisce del resto neanche un ruolo positivo degli Stati Uniti nel contesto globale, in questo modo infatti vengono considerati dagli uni come i difensori dei loro interessi, dagli altri come gli aggressori dei propri interessi. Ne va anche del loro prestigio e anche della loro funzione mondiale. Da questo punto di vista oggi hanno fatto un passo indietro rispetto alla posizione di Wilson. Nei principi di Wilson del 1919, l’autodeterminazione era definita in modo preciso.

Questo tipo di approccio ha favorito a  lungo una posizione e un ruolo positivo degli Stati Uniti nel mondo. Queste sono questioni di fondo su cui non si può scherzare

 

Pare difficile da credere ad un’insurrezione spontanea di popolo in Ukraina per aderire all’Unione Europea quando i sondaggi di oggi dicono che il quasi il 70% della popolazione europea non vuole più questa Unione Europea. La stessa Gran Bretagna sembra volerne uscire al termine del prossimo referendum.

Ecco questo problema è molto importante.  Considero l’Unione Europea e i progressi che debbono ancora essere compiuti per realizzare l’idea che avevamo dell’ Europa, come una strada estremamente positiva. Considero positiva infatti la possibilità di unire popoli in un luogo come l’Europa in cui la storia è sempre stata una storia di conflitti e che – solo per rimanere nell’età moderna e cioè dall’ottocento, in poi fino al 900 – hanno determinato deflagrazioni addirittura di carattere mondiale. Ecco considero questa strada di unità una strada positiva.

Dunque su questa strada occorre insistere? 

Ma a questo punto oltre ad insistere occorre anche distinguere: una cosa è perseguire sinceramente questo obiettivo di unità e di rispetto reciproco tra popoli, altra cosa del tutto opposta è quella di strumentalizzare l’unione europea per andare in altri luoghi della terra, estranei non soltanto geograficamente, ma anche culturalmente e politicamente all’Europa per stimolare una ripresa di spirito diciamo la verità, “espansionistico”. Questo crea tensioni.
Questa aspirazione all’unità dell’Europa da obiettivo positivo diventa un fattore di conflitto e di pericolo.
Insisto e sottolineo che il cammino dell’unione dei popoli delle nazioni europee è una strada positiva, innanzitutto per gli stessi europei ma anche per il mondo intero, se fondato sul principio della autodeterminazione. Se questa è l’Europa che si unisce questo è il progetto di un assetto di pace che avevamo al termine della seconda guerra mondiale. 

Oggi invece l’unità europea viene utilizzata come uno strumento di contrasto con altri popoli non europei, diventa un elemento di conflittualità nel mondo. Non si può pensare di inglobare nell’Unione Europea tutto. L’Europa ha già conosciuto periodi di espansione: il colonialismo che cos’è stato se non un espansione imperialista europea? Questo espansionismo e già andato in crisi tra ottocento e novecento ed è impensabile che possa risorgere. Sul piano politico questo atteggiamento, per reazione, determina l’opposizione di chi non intende farsi annettere.

L’origine della crisi Ucraina ricorda l’inizio delle primavere arabe. Sembravano inizialmente processi autonomi di liberazione da regimi autoritari dopo il discorso del Cairo di Obama. Ma la vicenda non sembra così chiara. Israele, ad esempio, non è mai stata convinta di quanto accadeva e i fatti in Siria sembrano darle ragione.

Può darsi. Sicuramente nella crisi Ucraina ci sono dei tentativi o delle intenzioni di operare verso l’obiettivo di un accerchiamento della Russia. Tuttavia ci sono anche importanti controtendenze: grandi paesi come la Cina  sicuramente non si mettono su una strada di isolamento e di accerchiamento della Russia. Non è solo realismo. Lucidità politica vuole che si agisca in altra maniera. Non bisogna ricercare lo spezzettamento, mettere  gruppi gli uni contro gli altri armati, come ad esempio nell’area mediorientale. 

Anche in Ucraina, il problema non è quello che i russi si ergano contro gli ucraini o viceversa. Il problema è quello di trovare il modo in cui le volontà delle varie etnie vengano tenute nella dovuta considerazione. Se viceversa si stimolano i gruppi gli uni contro gli altri a confliggere tra loro, è evidente che il risultato è quello dello scontro. Persino della guerra. E dall’esterno non è concepibile che ci siano suggerimenti e sostegni affinché alcune etnie ed alcune nazionalità siano dominanti rispetto alle altre. Vedo una difficoltà tanto più seria, quanto più i gruppi nazionali, statali che dovrebbero aver maggiormente senso di responsabilità, perché hanno avuto dalla storia, anche per merito loro, delle posizioni che possiamo definire migliori, non sempre si attengono a principi di massima responsabilità.

L’ Italia può avere un ruolo?

Credo di sì. Noi abbiamo una caratteristica nazionale che ci viene dalle complesse vicende della storia: facendo parte di questo mondo più avanzato, qualcuno potrebbe dire più privilegiato, abbiamo una caratteristica – anche dal punto di vista geografico – di “ponte” e possiamo svolgere un lavoro serio di collaborazione per cercare di favorire quantomeno la ricerca di equilibri veri, e non di iniziative stravaganti. Peraltro anche nella nostra storia nazionale siamo stati protagonisti di vicende non sempre limpide, ma siamo stati in grado di superarle. 

Noi abbiamo attraversato una fase di “purificazione” dopo essere passati attraverso un regime autoritario e reazionario. Abbiamo creato gli anticorpi rispetto a fenomeni come quelli del fascismo che un’invenzione tutta italiana. 

Siamo stati uno dei primi paesi a superare il sistema coloniale. Siamo stati tra coloro i quali hanno promosso la comunità europea.  Abbiamo lavorato per unire. E questo è stato possibile perché abbiamo avuto una specifica storia nazionale alle spalle. Abbiamo quindi una capacità di unire che possiamo esercitare. Penso che nelle settimane attuali e nel prossimo futuro questa nostra capacità debba essere fortemente accentuata. 

L’Europa sembra sospinta nel vicolo cieco di una rottura con Russia. L’interscambio invece è molto importante. In bilico tra Nato e relazioni commerciali, gas compreso, mentre sono aperte le trattative  sull’area di libero scambio transatlantici non pone oggettivamente l Europa in posizione di difficoltà?

Non lo so se ci sia addirittura un disegno di questa natura negli Usa. Devo però constatare l’effetto di questo atteggiamento come un effetto anche per l’Europa negativo. L’Europa ha per sua natura anche altri interessi che dovrebbero trovare soddisfazione: sicuramente con la Russia e in secondo luogo anche con altri popoli orientali.

Si rischia nuovamente di non avere una chiara idea di quali siano i confini orientali dell’ Europa?

Esatto bisogna ragionare sul tema dei confini come frutto della volontà dei popoli che li definiscono e che li accettano e riconoscono reciprocamente. Se i confini non sono accettati dai popoli crei soltanto tensioni. Torniamo all’esempio della Crimea. Si dice che deve rimanere dov’è. Benissimo la Crimea rimanga dov’è. E quelli che in Crimea non ci voglio stare?

Non vogliono riconoscere quello che è stato deciso in un referendum di indipendenza votato dalla stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea. Benissimo. Qual’è l’alternativa? Ti poni da solo in un stadio in cui sei un imbelle, perché dici cose che non vengono accettate di fatto da nessuno. Altrimenti l’altra strada qual è? L’intervento armato, anche indiretto suscitando un focolaio di rivolta che spacchi il paese anziché cercare di risolvere problemi del paese. Che è esattamente quello che sembra succedere da ora in poi.

Europa e Italia senza parola?

L’Italia deve assolutamente svolgere una funzione perlomeno di collegamento. Essere un ponte forse è eccessivo per la situazione in cui ci troviamo. Però fare un’opera di collegamento, e di ragionevolezza questo si lo dobbiamo fare dei confronti degli uni e degli altri. 

Anche qui, bisogna stare attenti a non confondere i regimi con le esigenze nazionali dei popoli. Non puoi dire “Putin e un mascalzone, non gli riconosco niente”. Nelle relazioni internazionali queste cose non si devono dire mai. Se fai così crei soltanto degli sconquassi che ti si rivolgono contro.  Oggi c’è un’esigenza che se realizzata sarebbe un passo in avanti enorme: ragionare nelle relazioni internazionali non più sulla base degli schemi ideologici delle politiche interne. I criteri di organizzazione della politica internazionale non possono essere i criteri della lotta politica interna. Invece oggi sembra che stiamo tornando a questi criteri di natura più ideologica che politica nel trattare le relazioni internazionali.

 

Obama: “Mosca si è isolata dal mondo”. Ma le sanzioni a Mosca non fanno paura Borse euforiche, Milano la migliore:
Fa un balzo piazza Affari, migliore della giornata in Europa dove i listini sono tutti in rialzo: l’indice Ftse Mib ha chiuso in crescita del 2,52% e l’All Share +2,37%. Secondo gli operatori gli indici sono rimbalzati perché dopo una settimana di forte calo a seguito della crisi ucraina si è verificato che alla Russia non è stata imposta alcuna sanzione significativa.

Fra i titoli più brillanti, Rcs +7,50%, A2A +7,08% e Telecom +3,91%.In regresso solo Pirelli (-2,24%) nel giorno in cui è stato annunciato l’arrivo dei soci russi di Rosneft.

Lo spread chiude in calo a 181 punti base, col tasso sul titolo a 10 anni al 3,37%.

Acquisti copiosi sugli energetici, con Enel +3,7%, Eni +1,34% e Saipem +1,24%, mentre A2A ha piazzato addirittura un +7,08% dopo che il cda venerdì scorso ha diffuso i conti 2013 e ha rivisto al rialzo la cedola di quest’anno. A giustificare il boom di Telecom (+3,91%) è lo shopping di Vodafone in Spagna che riaccende le aspettative del risiko nel settore.

Per quanto riguarda gli altri industriali a maggior capitalizzazione, Fiat +3,21% e Finmeccanica +6,26% in vista della presentazione del nuovo piano industriale (il 19 marzo). Ben intonati anche i finanziari (Unicredit +5,52%, Mediobanca 1,59%, Generali +1,38%, Intesa Sanpaolo +0,84%) e il lusso con Tod’s +2,14% e Luxottica +1,59%. In controtendenza la sola Ferragamo che si è tenuta sui valori della vigilia a 21,01 euro.

CRIMEA, ARRIVANO LE SANZIONI

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Dopo meno di 24 ore dal referendum che ha sancito la secessione della penisola da Kiev, Usa e Ue fanno scattare le prime sanzioni nei confronti di Mosca. Nel mirino finiscono i «fedelissimi» di Putin, militari e politici (russi e ucraini) che avrebbero lavorato per riportare la Crimea sotto il controllo russo.

Le liste Gli elenchi stilati da Usa e Ue sono diversi. Undici i nomi compresi nell’elenco americano, 21 in quello europeo (vedi elenco)
Le sanzioni Barack Obama ha spiegato che «contro Mosca è calato l’isolamento internazionale», che «nessuno riconosce il referendum in Crimea» e che le sanzioni decise sono «le più ampie e complete misure applicate contro la Russia, dopo la fine della Guerra Fredda». In realtà Usa e Ue per ora si sono limitati a congelare i beni e a bloccare i visti. Non solo, ma le misure non colpiscono né politici di spicco, né grandi oligarchi.

Qui Putin Per tutta il risposta il presidente russo ha firmato il decreto che riconosce la Crimea come Stato indipendente (Bbc). Ma, secondo il presidente di turno dell’Osce, lo svizzero Didier Burkhalter, avrebbe anche dato un via libera di massima per una missione di osservatori dell’Organizzazione nella penisola. Un segnale che sembrerebbe lasciare aperta una soluzione diplomatica della crisi.

Minacce Gli Usa fanno sapere che presto potrebbero arrivare altre sanzioni, la Francia starebbe valutando l’annullamento della fornitura alla Marina russa delle portaelicotteri di classe “Mistral”. Anche il Giappone annuncia un pacchetto di sanzioni contro la Russia.

Business is business E mentre i governi occidentali provano a fermare l’avanzata di Putin, gli affari proseguono. I russi di Rosneft hanno investito 500 milioni per il controllo del 13% di Pirelli (Repubblica), mentre la tedesca RWE ha chiuso un accordo per cedere la sua controllata DEA (attiva nel settore degli idrocarburi) al magnate russo Mikhail Fridman (Reuters).

Appunti: Sull’Ucraina la Ue si spaccherà. Schulz e il socialismo nazionalista. Dopo il direttorio franco tedesco, il consolato germanico ( Commissione + Berlino) sull’Europa (o meglio, sull’Eurozona, il resto se ne va)

1. Articolo interessante dal titolo, Ucraina: la nebbia della propaganda della NYRBooks 

2. Il Labour rifiuta la designazione di schulz alla Commissione europea decisa dal congresso del PSE di roma (evernote rassegne):
“The Labour party will on Saturday set itself definitively against the federalist vision of Europe when it refuses to endorse the European parliament president Martin Schulz as the Socialists’ candidate to be the next European commission president.

In a clear signal to its European partners on the left that there are limits to Labour’s support for the EU, the party will say that the German’s “political priorities” clash with its vision for Europe.

Ed Miliband and the shadow foreign secretary, Douglas Alexander, have decided to speak out against Schulz on the eve of his formal designation at a Party of European Socialists (PES) conference in Rome as the left’s candidate for EC president” (dal Guardian)

3. Ucraina: la tesi più verosimile ( ma bisogna conoscere meglio il testo dell accordo di adesione per l’integrazione europea) è che la crisi sia una crisi di “confini tra germania ed est. Le trattative vennero interrotte dopo la riduzione del budget 2014 del 9,4 per cento. L’ucraina chiedeva un negoziato trilaterale con UE e Russia a cui Ue si è opposta.

L’interruzione delle trattative precede la decisione di accettare il finanziamento russo e il più basso costo del gas per Kiev. Alla trattativa interrotta è seguita immediatamente la rivolta per la caduta del governo e le elezioni del nuovo parlamento (negli Usa hanno parlato tranquillamente di colpo di stato). La proposta europea prevedeva una transizione di 10 anni perché l’ucraina potesse adeguarci agli standar finanziari dell’Eurozona: nel frattempo un patto commerciale privilegiato tra Ue e Ucraina avrebbe per lo stesso periodo garantito condizioni di maggior vantaggio per le esportazioni europee. In pratica, con la riduzione del budget, l’interruzione delle trattative e la condizione del monopolio dell’export, la Ue (germania con francia in posizione ancillare) ha voluto prendersi l’Ucraina gratis.

Oggi per l’Ucraina è difficile competere sia con la Russia che con l’Ue. Attualmente è necessario che Kiev sviluppi una collaborazione commerciale-economica con entrambe le parti. L’iniziativa del governo ucraino di attuare delle trattative di tipo trilaterale è stata proprio pensata per smussare i contrasti esistenti. I rappresentanti dell’Ue, però, si dicono sempre contrari all’ingerenza della Russia nelle trattative tra Ucraina e Ue. L’Unione, a queste condizioni, non intende considerare la questione delle compensazioni finanziarie per l’Ucraina in caso di sottoscrizione dell’accordo.
Sempre più esperti ucraini ritengono che per l’Ue sia più importante distruggere i legami tra Russia e Ucraina piuttosto che avvicinare l’Ucraina all’Unione. Sembra che negli ambienti politici e nelle istituzioni Ue siano ancora forti gli stereotipi negativi sulla Russia e sulla sua grandissima influenza sull’Ucraina.
Le probabilità di un’assistenza finanziaria da parte dell’Ue all’Ucraina sono basse
I Paesi Ue ritengono per il momento impossibile l’allargamento dell’Unione. Nel budget comunitario per il 2014 non sono previste spese in tal senso. Per la prima volta nella storia dell’Ue, inoltre, il budget è stato diminuito del 9,4% da un anno all’altro. E’ dunque verosimile che i Paesi leader dell’Ue si comportino con circospezione rispetto all’integrazione dell’Ucraina nella Comunità europea anche per questo. L’Ue non ha alcuna fretta nel portare avanti le trattative con l’Ucraina quando si parla di questioni finanziarie. L’Ue ha concesso all’Ucraina dieci anni per il raggiungimento degli standard economici europei. Durante tale periodo, l’Ue avrà la priorità nell’esportazione dei propri prodotti e servizi in Ucraina.

L’espansionismo commerciale tedesco che si basa sulla centralizzazione del controllo finanziario da parte della burocrazia europea dei bilanci sovrani, al fine di indebolire le economie nazionali per renderle dipendenti politicamente e commercialmente, se tocca la questione dei “confini ad est” porta ad un passo dalla guerra.

E’ verosimile che in Europa nessuno abbia previsto che Mosca non può consentire che un’intero paese al suo confine passi armi (flotta e nucleare) e bagagli all’occidente? Con l’ucraina, infatti Mosca perderebbe in un colpo solo la flotta sul mar nero, ovvero il controllo dei gasdotti asiatici e caucasici. Nessuno a Bruxelles ci ha pensato? Se ci hanno pensato, allora la “rivolta democratica” va riesaminata da cima a fondo, raddrizzando gli occhiali con cui la propaganda la guarda e la fa guardare in occidente.

Ultimo punto:  l’iniziativa inglese di proporre la riunione del consiglio di sicurezza sembra indicare una tendenza della gran bretagna ad un ruolo di mediazione per contenere l’esuberanza tedesca. Infine, il silenzio della Merkel urla che chi lancia il sasso ora nasconde la mano dietro agli americani, che farebbero bene a ripristinare lo status quo ante, riconoscendo: 1. la non integrabilità della Ucraina alla Ue, 2. l’autonomia della Crimea nel quadro dell’unità nazionale Ucraina, e particolarmente l’inviolabilità delle basi militari russe nella penisola, una sorta di status speciale extraterritoriale come per la Nato nei paesi che ne ospitano le basi.

4. Pubblico un Testo di Antonio dB

Prima la crisi bancaria di Cipro di un anno fa –below a clear article by Roberto Savio, IPS,–, in cui si e’ assistito all’esproprio dei conti correnti al di sopra dei 100mila euro – soprattutto di investitori russi– il modo come essa e’ stata condotta, con diffusione ad arte di notizie su provenienze illecite dei capitali, conclusasi con l’invio da Mosca di navi russe nell’isola;
Ora la conduzione della crisi in Ukraina da parte della UE con l’inflizione di sanzioni al governo Ukraino in seguito alle quali subito e’ seguito il pilotato colpo di mano al governo Ukraino del 23 Feb ultimo scorso, con la sostituzione di Viktor Yanukovych, presidente eletto, riparato in Russia, che ha scatenato la reazione di Putin.
Forse l’Europa, il parlamento Europeo, la Commissione, la BCE –e tutto quanto rappresenti la burocrazia e il potere, non eletto dai popoli, che vi si nasconde dietro- stanno davvero giocando col fuoco .
Infatti la Crimea, appartenente intimamente alla tradizione, alla cultura e alla storia russa fu nel 1954, data in “dono” alla Ucraina dal leader sovietico Nikita Khrushchev. E mi sembra giusto che il governo russo e Putin agiscano per proteggere i propri cittadini.
Ma probabilmente, anche Putin ha intercettato la politica neo-espansionistica e dominatrice della Germania in Europa e nel mondo. La volonta’ di sganciarsi dalla rete internet e dal sistema satellitare e soprattutto la mira di soppiantare il dollaro con l’Euro, rivelano completa la sfrenata ambizione della Germania, da attuare con ogni mezzo e “a tutti i costi”.
Ed infatti per quali motivi essa ha imposto sacrifici, lacrime e sangue sulla pelle dei popoli europei (e sui nostri giovani che gridano vendetta)?
Ed ora assistiamo alla tentazione della Merkel di ampliare mercati dove esportare e serbatoi di manodopera da sfruttare, riconquistando i territori che si affacciano sul Mar Nero, e cosi’ ricreare il Reichskommissariat Ukraino

http://en.wikipedia.org/wiki/Reichskommissariat_Ukraine…. (vedere anche la mappa ingrandita)…..Putin permettendo.

Spero davvero che il Presidente Obama intenda!

Antonio dB

I russi mostrano i muscoli di fronte all’esproprio bancario promosso dall’Europa tedesca per Cipro. Almeno cinque fregate terranno a tiro utile le coste dell’isola levantina «permanentemente». Così, quello che sta succedendo al largo di Cipro dimostra per l’ennesima volta che il petrolio, il debito e i soldi si difendono con il deterrente delle armi.
Domenica notte Viktor Viktorovich Chirkov, comandante in capo della marina russa, ha dichiarato che almeno cinque fregate rimarranno «permanentemente» nel Mediterraneo.
Per la precisione tra Cipro e le coste vicine alla Siria.

“Chiunque creda che le questioni della pace e della guerra siano eternamente risolte in Europa potrebbe commettere un errore monumentale. I demoni non sono ancora stati cacciati; essi stanno semplicemente dormendo, come le guerre in Bosnia e Kosovo ci hanno mostrato. Sono sorpreso nel constatare di come le circostanze dell’Europa del 2013 somiglino a quelle di cent’anni fa”.
Lo affermava solo una decina di giorni fa il lussemburghese Jean-Claude Junker al settimanale tedesco Der Spiegel.
La crisi di Cipro, con l’invio di cinque fregate russe schierate

Ciprobanca

dalla marina militare di Mosca – “permamentemente” – di fronte alle coste dell’isola sembra dargli ragione: la crisi finanziaria europea è una crisi di natura geopolitica.

“Il 1913 fu l’ anno prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – esclama il settimanale tedesco – Pensa davvero che possa verificarsi un conflitto armato in Europa?”
Juncker: “No, ma noto ovvi parallelismi nella compiacenza della gente. Nel 1913 molte persone ritenevano che mai vi sarebbe stata un’altra guerra in Europa. Le grandi potenze del Continente erano così interconnesse economicamente da far ritenere impossibile un confronto militare, quanto meno per ragioni di mera convenienza reciproca. Soprattutto nell’Europa occidentale e settentrionale, v’era un completo senso di compiacenza, basato sull’assunto che la pace fosse assicurata per sempre”.

Secondo lo storico Dominic Sandbrook, come scrive sul Daily Mail nel commentare l’intervista di J.C.Juncker, “per la terza volta in meno di cento anni la Germania sta cercando doi prendere il controllo dell’Europa”.
E’ ormai all’ordine del giorno non tanto un “problema Europa”, ma – titola il laburista New Statesman – “un problema tedesco”.

Non è il Quarto Reich, come si è scritto di là e di qua dell’Atlantico più volte nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ma sicuramente la Germania si trova di fronte al bivio (“essere troppo forte o troppo debole”) creato dall’ “essere – scrive il settimanale britannico – al centro di una Unione che è stata concepita per limitarne la potenza dopo l’unificazione, ma che invece ha contribuito ad accrescerla: gli errori di progettazione – prosegue il New Statesman – hanno involontariamente privato molti altri paesi europei della loro sovranità senza dar loro in cambio una leva democratica nel nuovo ordine”.

Un bivio che già impegna la cancelliera tedesca in vista delle elezioni di settembre: fino ad oggi ha saputo tenere a bada le correnti autarchiche (e nazionaliste) alla sua destra. Ma da qualche mese, con la nascita del partito “Alternativa per la Germania” che punta all’uscita dall’Euro per intascare in Marchi i dividenti dell’egemonia commerciale e finanziaria acquisita (lasciando agli ex partners Ue i debiti dei propri prodotti finanziari tossici rifilati in passato alle altre banche europee), il sentiero per la riconferma si fa sempre più stretto.

In Germania, i possibili aiuti finanziari per Cipro sono diventati il banco di prova del governo di Angela Merkel, sostiene l’ agenzia Nova da Berlino. Già adesso la sua coalizione “nero-gialla” (Cdu/Csu-Fdp) è in disaccordo sugli aiuti per il salvataggio di Cipro. Mentre il delegato dell’Unione al comitato finanziario del Bundestag, Hans Michelbach, si dice a favore di aiuti finanziari in cambio di riforme radicali e vincoli molto severi, l’esperto finanziario dell’Fdp, Frank Schaeffler ritiene che Nicosia possa salvarsi da sola: “I crediti per Cipro sono totalmente inutili poiché lo stato insulare potrebbe trovare i soldi dalle entrate del mercato del gas”, ha dichiarato Schaeffler. “Per capire come si potrebbe procedere, il governo cipriota potrebbe chiedere consigli al presidente della Bce, Mario Draghi, il quale ha fatto molta esperienza all’interno della banca d’investimento Goldman Sachs”. L’adesione della Grecia all’Eurozona sarebbe infatti un “esempio molto significativo e sarebbe avvenuto in concomitanza del suo incarico in Goldman Sachs”. Il presidente del Consiglio economico della Cdu, Kurt Lauk, si sarebbe espresso analogamente: “Tutti i possibili aiuti finanziari dovrebbero essere garantiti da future entrate provenienti dalla vendita del gas; dopotutto il valore di mercato degli enormi giacimenti ciprioti di petrolio e gas naturale è stato stimato per più di 600 miliardi di euro”, ha dichiarato Lauk.

E dopo la perdita del “proconsole” Sarkozy, una crisi con Putin, lascerebbe la Germania scoperta anche ad est e nell’assoluto isolamento. In un clima anti-tedesco che sta certamente crescendo in modo esponenziale nel Continente che va assolutamente contrastato per non creare una nuova tragica spirale.

Solo un approccio politico alla crisi finanziaria, quindi, può evitare che essa si avviti in crisi geopolitica (e in crisi democratica nella stessa Germania, come ha avvertito un anno fa Junger Habermas).