Posts contrassegnato dai tag ‘renzi’

dario rivolta

analista geo-politico e consulente commercio internazionale

(Da Notizie Geopolitiche) Sbagliare in Iraq fu umano, perseverare in Ucraina è diabolico.
Ho sempre pensato, e credo ancora, che gli Stati Uniti siano una grande democrazia liberale e che alcune cose dello stile di vita americano e dei suoi valori possano essere, per noi europei, un esempio da seguire. Sono altresì convinto che la politica internazionale degli USA, come quella di ogni altro stato del mondo, non sia finalizzata a un generoso e irrazionale altruismo, bensì dalla comprensibile volontà di perseguire il mantenimento e magari l’accrescimento del benessere dei propri cittadini.
Sono stato Deputato al Parlamento Italiano per tre legislature e mi sono sempre occupato, non solo durante quel periodo, di politica internazionale. Come la maggior parte di noi ho reagito con dolore e indignazione al vile attacco terroristico dell’11 settembre ed ho condiviso la guerra dichiarata da Washington contro i talebani dell’Afghanistan. Purtroppo, ho dovuto anche costatare gli innumerevoli errori commessi da nostri alleati e amici almeno da quel momento in poi.
E’ stato un errore strategico gravissimo aver dichiarato la guerra all’Iraq, liberando così il fronte ovest dell’Iran dal loro acerrimo nemico che ne impediva la continuità della loro estensione strategica fino al Mediterraneo. Ovviamente, non provavo nessuna simpatia per Saddam Hussein ma, ancora prima che la guerra scoppiasse, avevo scritto su di una testata americana internazionale che far cadere Saddam avrebbe creato un pericoloso vuoto di potere, a meno di una numericamente enorme e di lunghissima durata presenza di militari americani su quel territorio. Tralascio, per pietà di causa, gli errori operativi e la scarsa capacità di empatia sia del governo USA sia degli uomini inviati a Baghdad per gestire la ricostruzione del Paese.
La loro serie di errori non è però finita in Iraq. Come i fatti stanno a dimostrare, è continuata in Siria, in Egitto, in Libia (con la complicità del megalomane Sarkozy) e sta ora manifestandosi con tutta la sua pericolosità in Ucraina.
So benissimo che, in parte per ignoranza in parte per nostalgia, un po’ per fanatismo, sono ancora molti gli americani, politici e semplici cittadini, che ritengono sia loro interesse “contenere” la Russia. Così come conosco le ataviche paure nei confronti di un potenziale espansionismo russo da parte di polacchi e Paesi Baltici. Voglio tacere, sempre per pietà, sugli ipocriti sentimenti “umanitari” a fasi alterne degli svedesi. Tuttavia, ritengo che identificare nella Russia un suo presunto, ma inverosimile, desiderio di ricostruire l’Unione Sovietica sia un tragico errore di valutazione. Naturalmente, anche i russi hanno i loro propri obiettivi nazionali ed è più che comprensibile che, dopo che l’occidente ha tradito gli impegni assunti con Gorbaciov per una non estensione della Nato fino ai suoi confini, si nutrano, anche a Mosca, forti dubbi sulle reali intenzioni occidentali e si desideri garantire i propri confini con Stati non nemici o almeno non militarmente avversi.
L’interesse di tutto il mondo occidentale non può e non deve esser quello di isolare Mosca. Al contrario, questa grande riserva di materie prime, culturalmente vicinissima all’Europa, dovrebbe essere vista come un nostro grande alleato politico ed economico per tutto il secolo che abbiamo di fronte. Il suo sviluppo ha davanti spazi enormi ed è proprio a ovest che il Cremlino ha sempre guardato per favorirlo. Inoltre, chi nel futuro potrebbe insidiare la nostra posizione nel mondo sta molto più a est e, debito pubblico permettendolo, è verso laggiù che gli Usa dovrebbero concentrare la loro attenzione.
Sbagliano, dunque gli americani ma quello di cui non riesco per nulla a farmi una ragione e, anzi, sento in me montare una sempre maggiore indignazione è per l’atteggiamento europeo che si accoda a un comportamento totalmente masochistico andando in modo più che evidente contro i propri stessi interessi immediati e di medio temine.
Si sostiene sempre che il vero amico sia quello che sa dire le verità anche le più spiacevoli al proprio sodale e che faccia di tutto per correggerlo quando sbaglia. Germania, Italia e Francia sembrano averci provato per un po’, ma oggi anche loro sembrano essersi accodate agli altri.
Non si venga a raccontare della volontà democratica manifestata dal popolo ucraino a Maidan. E’ oramai noto a tutti quanto su un comprensibile malcontento locale si siano innestati aiuti finanziari e organizzativi di alcuni Paesi occidentali. Né si venga a colpevolizzare la Russia per gli aiuti militari e di uomini che sta offrendo ai ribelli dell’est ucraino: forse che gli americani e alcuni dei loro alleati non stanno facendo la stessa cosa con l’esercito di Kiev?
La cosa più grave è che quei Governi europei che hanno spinto per la firma dell’accordo tra UE e Ucraina sembrano del tutto indifferenti ai costi politici, ma soprattutto economici diretti, che ciò significherebbe per tutti i contribuenti europei. Stiamo prendendo per la gola greci e portoghesi, per non parlare di altri, costringendoli a vita da stenti e disoccupazione alle stelle e vorremmo invece riversare decine e decine di miliardi di euro per finanziare un Paese di cinquanta milioni di abitanti la cui economia, per più del 50% è legata proprio a quella russa.
Mi rendo conto profondamente della necessità di non creare fratture all’interno dell’Unione Europea, così come ritengo che l’alleanza occidentale debba continuare a costituire una nostra scelta strategica fondamentale.
Ma a tutto c’è un limite! E se gli USA passano da errore in errore mettendo a rischio il loro stesso ruolo egemone nel mondo, se proprio non riusciamo a farli ragionare, evitiamo almeno di cadere nell’abisso con loro. Non ci guadagneremmo ne’noi ne’loro.
Da cittadino, politico ed ex Parlamentare italiano pretendo che il nostro Governo, possibilmente assieme a quelli che ancora in Europa mantengono il buon senso, si dissoci dalla rottura dei nostri virtuosi rapporti con il vicino russo.
Il ministro Mogherini sta facendo sicuramente molto e non si può che apprezzare la sua prudenza e i suoi tentativi di mediazione. Sembra però, purtroppo, che, anche a causa di una masnada di giornalisti italiani ed europei, ignoranti e ipocritamente buonisti, l’opinione pubblica sia fuorviata dalla realtà degli avvenimenti. Anche se, ciò considerato, la sua azione diventa sempre più difficile, mi auguro fortemente che continui e che, se non esistessero alternative, abbia il coraggio, con tutto il Governo, di dissociarsi dai comportamenti fortemente nocivi per noi tutti e per le nostre imprese.
Dario Rivolta*

*Già Vice Presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei deputati

Annunci

Images

Ad aprile si fanno le nomine: una quarantina di Enti importanti e 400 consigli d’amministrazione di Enti “minori”. Tutti Enti pubblici statali.
Poi ci sono le privatizzazioni, su cui c’è ancora da trattare.
Poi c’è il semestre europeo.
Il Foglio di Ferrara l’altro giorno ha fornito una mappa interessante degli sponsor di Renzi: Alberto Nagel (ad di Mediobanca), Jacopo Mazzei (presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo), Gian Maria Gros-Pietro (presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo), Giorgio Squinzi (presidente di Confindustria), Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli, vicepresidente del cda di Mediobanca), Gianfelice Rocca (Assolombarda), Lorenzo Bini-Smaghi (presidente di Snam), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca), Francesco Gaetano Caltagirone (presidente del gruppo omonimo ed editore del Messaggero), Fabrizio Palenzona (vicepresidente di Unicredit), Andrea Guerra (ad di Luxottica) e ovviamente Carlo De Benedetti (editore del gruppo Espresso).
Sempre il quotidiano dell’Elefante, precisava inoltre che “con alcuni di questi nomi (Nagel, Pagliaro, Palenzona, Greco, Caltagirone, Rocca) Renzi ha un rapporto indiretto mediato dai filtri creati dagli amici Marco Carrai e Alberto Bianchi, entrambi punti di riferimento del Rottamatore nel mondo dell’establishment (il primo, tra le tante cose, è consigliere dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, quarto azionista di Intesa Sanpaolo, il secondo è il tesoriere della fondazione Big Bang di Renzi, e fratello di Francesco Bianchi, capo del Maggio musicale, ex direttore responsabile dello sviluppo strategico in Banca Intesa, fino al 2011 consigliere nel cda di Banca Popolare di Milano). Con molti altri il rapporto è invece diretto e in diversi casi la richiesta di mettere un punto a questa esperienza di governo – premi il tasto finish, Matteo – il segretario l’ha ricevuta personalmente. E’ andata così con Tronchetti Provera (con cui Renzi è andato a colazione la scorsa settimana). E’ andata così con De Benedetti (con cui Renzi ha costruito un rapporto cordiale). E’ andata così con Della Valle (che dopo un periodo di rapporti burrascosi con Renzi è diventato un sostenitore della linea della rottamazione del governo, e che ogni tanto a Milano, negli uffici della Tod’s in Corso Venezia 30, organizza pranzi per il sindaco con alcuni osservatori stranieri). Ed è andata così, per esempio, anche con Mazzei (che prima di arrivare ai vertici di Intesa è stato presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e che proprio a Firenze ha visto la figlia Violante sposare Bruno Scaroni, figlio di Paolo, ad dell’Eni)”.

Praticamente Giuliano Ferrara ha pubblicato le “basi materiali della staffetta”.

Noi non siamo esperti di poteri forti, ma “politicamente ragionando” se sommassimo gli spazi che si aprono a breve con i curricula (e le aspirazioni) di questi nomi, possiamo ipotizzare che dietro tanta agitazione per “cambiare allenatore” e “caricare la pila” del governo c’è una spartizione che aspetta. Nel bagnasciuga della seconda repubblica si mangia con le mani. Nemmeno ai tempi della partitocrazia della prima repubblica era così sfacciata.

Se per di più tutto questo accade ora, prima dell’Italicum che – se lo si analizza bene – è peggio della legge Acerbo di Mussolini in quanto esclude dalla rappresentanza (con due blocchi, sopra e sotto) il 36 per cento degli gli elettori prima ancora di andare a votare, contro il 25 per cento degli esclusi (il blocco era solo sopra) dalla contesa secondo la legge che instaurò il fascismo, immaginate cosa succederà dopo, quando non gli Enti, ma le Istituzioni pubbliche saranno oggetto del “bottino” di un “partito unico” del futurismo dossettiano, dove non esistono sensi di colpa a sbrigarsi nell’arraffare, poiché come ricordava Giuanni Baget Bozzo di colui che Renzi dichiara essere fonte della sua cultura politica (con La Pira) è dallo Stato e dall’elites che lo possiedono che sorge il diritto, non dal popolo che fa casino.

La replica di Enrico Letta al “segretario” ( il che evidentemente nel linguaggio sfumato della scuola politica che Letta conosce perché ha fatto ottimi studi, ci rivela che prima della conferenza stampa era evidentemente stato convocato per essere ricondotto all’ordine di partito) è stata distaccata e algida, ma soprattutto “istituzionale”. Il programma di governo è un accordo tdi coalizione non un referendum delle primarie.

Al di la del merito del piano “Impegno Italia, la lezione che ha impartito è stata quella della liturgia vigente nella Repubblica Parlamentare, finche tale rimane: i governi nascono e cadono in Parlamento e del governo ne risponde il presidente del Consiglio (art.192 tanto caro a Scalfari negli anni 80 per rivendicare l’autonomia del Presidente dalle logiche spartitori delle segreterie, come Repubblica sosteneva allora, prima che Renzi uscisse dalle scuole medie).

Dunque non sarà la Direzione di oggi che sfiducerà il presidente del Consiglio, ma solo il gruppo parlamentare del PD potrebbe farlo. Interrompendo l’attività del “suo” governo, “per fare presto” le riforme, anzi le “nomine”, senza pudore verso il ridicolo poiché i benzinai ci informano ogni giorno da settimane che essere sarebbero già state fatte “in dieci giorni, dopo anni che se ne parla”: legge elettorale, abolizione del Senato, riforma del Titolo V. E dove sono queste riforme? Chi le ha viste? Di quelle costituzionali non sono state presentati nemmeno i disegni di legge alla Canera. Dov’è il Job Act e il foglio excel?

Ecco come si perde la testa quando la leadership non è generata e ancorata dalla sovranità popolare. Si diventa “palloni gonfiati”. Come dice Tremonti nel suo pamphlet “non manca solo la legge elettorale, mancano gli elettori”.
E sembra che ci sia chi non li vuole nemmeno tra i piedi.
Ci sono gli Enti, ragazzi, riunione alle 7!

di Fabrizio Rondolino

Comunque vada, sarà un insuccesso. Convinto di aver già la vittoria elettorale in tasca, il Pd rischia seriamente di rimpersi l’osso del collo con la roulette delle primarie. Che si sono già trasformate, prima ancora della convocazione formale e della stesura del regolamento, in un supercongresso straordinario chiamato a decidere, con la scelta fra Bersani e Renzi, sull’identità culturale, sul profilo programmatico, sulle alleanze e sui gruppi dirigenti del partito.
La radicalità dello scontro è poi accentuata, e teatralmente messa in scena, dalla sua vistosa asimmetria: da una parte c’è tutto quanto il Pd – bersaniani e antibersaniani, dalemiani e veltroniani, ex democristiani ed ex comunisti, giovani turchi e vecchie cariatidi –, e dall’altra c’è un uomo solo, il sindaco di Firenze, con uno staff per lo più esterno ed estraneo alle logiche di apparato e, quel che più conta, alla tradizione politica cattocomunista e sostanzialmente berlingueriana che, dopo la breve parentesi veltroniana, costituisce ormai il soffocante pensiero unico del Pd di Bersani e Bindi.
I democratici, che in quattro anni di governo Berlusconi non sono mai stati capaci di andare oltre il giustizialismo, venuto meno il Caimano si sono ritrovati ad un bivio drammatico, che è poi l’eterna, irrisolta questione della Seconda repubblica vista da sinistra: unità dei progressisti o centro-sinistra? Il dilemma non è accademico, ma squisitamente politico. Le due sinistre italiane – la “radicale” e la “riformista”, per intenderci – hanno tentato più volte di costruire e condividere un’esperienza di governo, e ogni volta hanno fallito. Il Pd nasceva su questo fallimento, e ne traeva le conclusioni: per conquistare il centro dell’elettorato e dar vita ad un coerente programma riformista bisogna rompere con la sinistra radicale.
Ora la situazione si è rovesciata, e si vocifera addirittura di una possibile futura fusione fra Sel e Pd e, a seconda della legge elettorale che avremo, di un probabile listone comune. La sceneggiatura è già tutta scritta: come Bertinotti nel ’96, così oggi Vendola ha già cominciato a differenziarsi rumorosamente per sottolineare la propria identità “più di sinistra”. E a buon diritto: la contraddizione, infatti, è tutta nel Pd, che sostiene Monti ma si allea con Sel che sta all’opposizione, vota la riforma Fornero ma solidarizza con la Fiom, predica l’alternativa dei progressisti ma pratica l’unità nazionale con il partito di Berlusconi.
La fragilità del correntone bersanian-veltronian-dalemian-lettian-bindista è dunque tutta politica, e l’aspetto generazionale ne è soltanto una manifestazione folcloristica (i cosiddetti “giovani turchi”, del resto, la pensano esattamente come gli anziani da cui sono stati nominati, tranne che oggi vorrebbero mettersi in proprio): Renzi fa bene ad accanirsi sulla rottamazione – tutti i dirigenti del Pd sono in Parlamento da almeno vent’anni, molti da trenta –, ma è il primo a sapere che non è questo il punto cruciale.
Cruciale è il posizionamento sul mercato elettorale, e dunque cruciale è la scelta politica che si compie. Il ritorno in campo di Berlusconi cancella la possibilità di una rifondazione e di un ampliamento del centrodestra, mentre Grillo si appresta a celebrare il trionfo degli scontenti: in altre parole, il sistema politico è in pezzi. Bersani, come Occhetto nel ’94, è convinto che sulle macerie degli altri la vittoria della sinistra sia pressoché automatica; Renzi pensa invece che l’Italia, come ogni grande paese occidentale, si governi dal centro, aggregando su un programma di riforme liberali e sulla cosiddetta “agenda Monti” l’elettorato di centrodestra in libera uscita e quello di centrosinistra convinto della bontà del riformismo.
Ma se così stanno le cose, le primarie non sceglieranno fra due candidati premier, ma fra due prospettive politiche diametralmente opposte. Ci sarà, certo, un vincitore: ma, soprattutto, ci saranno presto due partiti.

Design by Haus Media Design