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di Fabrizio Rondolino

Comunque vada, sarà un insuccesso. Convinto di aver già la vittoria elettorale in tasca, il Pd rischia seriamente di rimpersi l’osso del collo con la roulette delle primarie. Che si sono già trasformate, prima ancora della convocazione formale e della stesura del regolamento, in un supercongresso straordinario chiamato a decidere, con la scelta fra Bersani e Renzi, sull’identità culturale, sul profilo programmatico, sulle alleanze e sui gruppi dirigenti del partito.
La radicalità dello scontro è poi accentuata, e teatralmente messa in scena, dalla sua vistosa asimmetria: da una parte c’è tutto quanto il Pd – bersaniani e antibersaniani, dalemiani e veltroniani, ex democristiani ed ex comunisti, giovani turchi e vecchie cariatidi –, e dall’altra c’è un uomo solo, il sindaco di Firenze, con uno staff per lo più esterno ed estraneo alle logiche di apparato e, quel che più conta, alla tradizione politica cattocomunista e sostanzialmente berlingueriana che, dopo la breve parentesi veltroniana, costituisce ormai il soffocante pensiero unico del Pd di Bersani e Bindi.
I democratici, che in quattro anni di governo Berlusconi non sono mai stati capaci di andare oltre il giustizialismo, venuto meno il Caimano si sono ritrovati ad un bivio drammatico, che è poi l’eterna, irrisolta questione della Seconda repubblica vista da sinistra: unità dei progressisti o centro-sinistra? Il dilemma non è accademico, ma squisitamente politico. Le due sinistre italiane – la “radicale” e la “riformista”, per intenderci – hanno tentato più volte di costruire e condividere un’esperienza di governo, e ogni volta hanno fallito. Il Pd nasceva su questo fallimento, e ne traeva le conclusioni: per conquistare il centro dell’elettorato e dar vita ad un coerente programma riformista bisogna rompere con la sinistra radicale.
Ora la situazione si è rovesciata, e si vocifera addirittura di una possibile futura fusione fra Sel e Pd e, a seconda della legge elettorale che avremo, di un probabile listone comune. La sceneggiatura è già tutta scritta: come Bertinotti nel ’96, così oggi Vendola ha già cominciato a differenziarsi rumorosamente per sottolineare la propria identità “più di sinistra”. E a buon diritto: la contraddizione, infatti, è tutta nel Pd, che sostiene Monti ma si allea con Sel che sta all’opposizione, vota la riforma Fornero ma solidarizza con la Fiom, predica l’alternativa dei progressisti ma pratica l’unità nazionale con il partito di Berlusconi.
La fragilità del correntone bersanian-veltronian-dalemian-lettian-bindista è dunque tutta politica, e l’aspetto generazionale ne è soltanto una manifestazione folcloristica (i cosiddetti “giovani turchi”, del resto, la pensano esattamente come gli anziani da cui sono stati nominati, tranne che oggi vorrebbero mettersi in proprio): Renzi fa bene ad accanirsi sulla rottamazione – tutti i dirigenti del Pd sono in Parlamento da almeno vent’anni, molti da trenta –, ma è il primo a sapere che non è questo il punto cruciale.
Cruciale è il posizionamento sul mercato elettorale, e dunque cruciale è la scelta politica che si compie. Il ritorno in campo di Berlusconi cancella la possibilità di una rifondazione e di un ampliamento del centrodestra, mentre Grillo si appresta a celebrare il trionfo degli scontenti: in altre parole, il sistema politico è in pezzi. Bersani, come Occhetto nel ’94, è convinto che sulle macerie degli altri la vittoria della sinistra sia pressoché automatica; Renzi pensa invece che l’Italia, come ogni grande paese occidentale, si governi dal centro, aggregando su un programma di riforme liberali e sulla cosiddetta “agenda Monti” l’elettorato di centrodestra in libera uscita e quello di centrosinistra convinto della bontà del riformismo.
Ma se così stanno le cose, le primarie non sceglieranno fra due candidati premier, ma fra due prospettive politiche diametralmente opposte. Ci sarà, certo, un vincitore: ma, soprattutto, ci saranno presto due partiti.

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