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Ad aprile si fanno le nomine: una quarantina di Enti importanti e 400 consigli d’amministrazione di Enti “minori”. Tutti Enti pubblici statali.
Poi ci sono le privatizzazioni, su cui c’è ancora da trattare.
Poi c’è il semestre europeo.
Il Foglio di Ferrara l’altro giorno ha fornito una mappa interessante degli sponsor di Renzi: Alberto Nagel (ad di Mediobanca), Jacopo Mazzei (presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo), Gian Maria Gros-Pietro (presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo), Giorgio Squinzi (presidente di Confindustria), Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli, vicepresidente del cda di Mediobanca), Gianfelice Rocca (Assolombarda), Lorenzo Bini-Smaghi (presidente di Snam), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca), Francesco Gaetano Caltagirone (presidente del gruppo omonimo ed editore del Messaggero), Fabrizio Palenzona (vicepresidente di Unicredit), Andrea Guerra (ad di Luxottica) e ovviamente Carlo De Benedetti (editore del gruppo Espresso).
Sempre il quotidiano dell’Elefante, precisava inoltre che “con alcuni di questi nomi (Nagel, Pagliaro, Palenzona, Greco, Caltagirone, Rocca) Renzi ha un rapporto indiretto mediato dai filtri creati dagli amici Marco Carrai e Alberto Bianchi, entrambi punti di riferimento del Rottamatore nel mondo dell’establishment (il primo, tra le tante cose, è consigliere dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, quarto azionista di Intesa Sanpaolo, il secondo è il tesoriere della fondazione Big Bang di Renzi, e fratello di Francesco Bianchi, capo del Maggio musicale, ex direttore responsabile dello sviluppo strategico in Banca Intesa, fino al 2011 consigliere nel cda di Banca Popolare di Milano). Con molti altri il rapporto è invece diretto e in diversi casi la richiesta di mettere un punto a questa esperienza di governo – premi il tasto finish, Matteo – il segretario l’ha ricevuta personalmente. E’ andata così con Tronchetti Provera (con cui Renzi è andato a colazione la scorsa settimana). E’ andata così con De Benedetti (con cui Renzi ha costruito un rapporto cordiale). E’ andata così con Della Valle (che dopo un periodo di rapporti burrascosi con Renzi è diventato un sostenitore della linea della rottamazione del governo, e che ogni tanto a Milano, negli uffici della Tod’s in Corso Venezia 30, organizza pranzi per il sindaco con alcuni osservatori stranieri). Ed è andata così, per esempio, anche con Mazzei (che prima di arrivare ai vertici di Intesa è stato presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e che proprio a Firenze ha visto la figlia Violante sposare Bruno Scaroni, figlio di Paolo, ad dell’Eni)”.

Praticamente Giuliano Ferrara ha pubblicato le “basi materiali della staffetta”.

Noi non siamo esperti di poteri forti, ma “politicamente ragionando” se sommassimo gli spazi che si aprono a breve con i curricula (e le aspirazioni) di questi nomi, possiamo ipotizzare che dietro tanta agitazione per “cambiare allenatore” e “caricare la pila” del governo c’è una spartizione che aspetta. Nel bagnasciuga della seconda repubblica si mangia con le mani. Nemmeno ai tempi della partitocrazia della prima repubblica era così sfacciata.

Se per di più tutto questo accade ora, prima dell’Italicum che – se lo si analizza bene – è peggio della legge Acerbo di Mussolini in quanto esclude dalla rappresentanza (con due blocchi, sopra e sotto) il 36 per cento degli gli elettori prima ancora di andare a votare, contro il 25 per cento degli esclusi (il blocco era solo sopra) dalla contesa secondo la legge che instaurò il fascismo, immaginate cosa succederà dopo, quando non gli Enti, ma le Istituzioni pubbliche saranno oggetto del “bottino” di un “partito unico” del futurismo dossettiano, dove non esistono sensi di colpa a sbrigarsi nell’arraffare, poiché come ricordava Giuanni Baget Bozzo di colui che Renzi dichiara essere fonte della sua cultura politica (con La Pira) è dallo Stato e dall’elites che lo possiedono che sorge il diritto, non dal popolo che fa casino.

La replica di Enrico Letta al “segretario” ( il che evidentemente nel linguaggio sfumato della scuola politica che Letta conosce perché ha fatto ottimi studi, ci rivela che prima della conferenza stampa era evidentemente stato convocato per essere ricondotto all’ordine di partito) è stata distaccata e algida, ma soprattutto “istituzionale”. Il programma di governo è un accordo tdi coalizione non un referendum delle primarie.

Al di la del merito del piano “Impegno Italia, la lezione che ha impartito è stata quella della liturgia vigente nella Repubblica Parlamentare, finche tale rimane: i governi nascono e cadono in Parlamento e del governo ne risponde il presidente del Consiglio (art.192 tanto caro a Scalfari negli anni 80 per rivendicare l’autonomia del Presidente dalle logiche spartitori delle segreterie, come Repubblica sosteneva allora, prima che Renzi uscisse dalle scuole medie).

Dunque non sarà la Direzione di oggi che sfiducerà il presidente del Consiglio, ma solo il gruppo parlamentare del PD potrebbe farlo. Interrompendo l’attività del “suo” governo, “per fare presto” le riforme, anzi le “nomine”, senza pudore verso il ridicolo poiché i benzinai ci informano ogni giorno da settimane che essere sarebbero già state fatte “in dieci giorni, dopo anni che se ne parla”: legge elettorale, abolizione del Senato, riforma del Titolo V. E dove sono queste riforme? Chi le ha viste? Di quelle costituzionali non sono state presentati nemmeno i disegni di legge alla Canera. Dov’è il Job Act e il foglio excel?

Ecco come si perde la testa quando la leadership non è generata e ancorata dalla sovranità popolare. Si diventa “palloni gonfiati”. Come dice Tremonti nel suo pamphlet “non manca solo la legge elettorale, mancano gli elettori”.
E sembra che ci sia chi non li vuole nemmeno tra i piedi.
Ci sono gli Enti, ragazzi, riunione alle 7!

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Ha ragione De Michelis ( l’ Inkiesta) quando afferma che un ex socialista alla guida del Pd non e’ il segno ancora di una vera svolta.
Ma da Guglielmo Epifani, gia’ leader della Cgil ( primo socialista a guidarla, dopo l ultimo ex Pci Cofferati) se il sangue non mente ci si puo legittimamente aspettare non solo l’assemblaggio di un partito a pezzi che nemmeno le fratture vecchia Dc spaccavano fino a questo punto ( peraltro la Dc era una federazione di partiti, piu’ che un partito di sole correnti).
Ci si puo aspettare, in vista di ottobre, la preparazione di un “midas” del Pd.
Generazionale? Assolutamento non e’ questo il punto. Non lo fu, nonostante la vulgata sul ricambio del 76 alla guida del partito socialista dopo la sconfitta alle elezioni del 76, neppure allora.
La generazione che ” prese il potere” con Craxi in minoranza alla segreteria, fu la generazione dei giovani ” piu vecchi”, i nenniani, la generzione dell’ autonomismo socialista, la generazione dei giovani del ’56, di quelli nati nel mito frontista e scossi dagli eventi del’l invasione sovietica dell Ungheria.
Fu quindi un cambio non di linea, soltanto, ma di identita e di prospettiva. Una rivoluzione copernicana.
Nel pieno della crisi che sta portando tutta l Europa nella recessione, chi prima ( il sud) e chi poi (Francia e in ultimo Germania) la Spd celebra alla fine di maggio l’ anniversario della sua fondazione e propone di oltrepassare l Internazionale socialista verso una Alleanza di progresso, una sorta di Internazionale democratica, che portrebbe anche il partito di Obama nella possibilita’ di entrare nell associazione da cui sarebbero espunle le scorie di regimi filo-comunisti e autoritari che hanno infestato l’ IS.
i socialisti tedeschi propongono quel che il Psi italiano e il socialismo latino proponeva negli anni 80.
Vedono cioè la necessità di una dimensione politica e organizzativa adeguata alle dimensione della crisi e alla dimensione degli interlocutori e delle controparti, oltre che alla dimensione giuridica e politica che supera il confine del singolo stato e del singolo partito. Al di la’ della stessa Europa, in una sorta di Atlantismo che coniughi nella democrazia socialismo e liberalismo, l una e l altra sponda.
La sinistra italiana e’ priva della storia adeguata per essere all altezza di questa prospettiva, per di piu’ mentre la finanza ha eliminato ogni barriera tra se è la politica annettendosi l’economia e il lavoro e con essi le società, qui vige ancora il dogma della divisione tra politico ed economico, tra partito e sindacato.
Ora, e’ senz’ altro evidente che si tratta di funzioni e ruoli distinti, non piu separabili. Non e’ questione di cinghia di trasmissione ma di riqualificare la rappresentnaza del movimento dei lavoratori e del ceto medio in alleanza col capitale produttivo. Il socialismo largo.
Una revisione interna al sindacato sulla rappresentanza e sulla contrattazione che riforma la struttura delle relazioni industriali, sarebbe talmente dirompente da essere un evento puramente politico, non economico. È poiché questo passaggio e’ urgentissimo, altrettanto lo è’ giungere alla consapevoleszza che il sindacato debba farsi parte costituente del partito politico.
Si tratta di una svolta laburista che porta con se’ innanzitutto il superamento delle tre confederazioni ( che costituirà la resistenza maggiore), la devolution sul territorio di ampi margini di contrattazione, il federalismo in luogo del contratto nazionale unico: l’ unita e’ data appunto dalla politica, non dai meccanismi normativi “universali”.
Eppoi la cogestione sul modello dei comitato di sorveglianza cui prende parte in modo paritario l IGMetal ( ad esempio) in Wolksvagen, affiancata simmetricamente da una ripresa del mutualismo e dell’ autogoverno del movimento dei lavoratori, anche qui in cogestione con le imprese: e’ il superamento cioè della cultura classista che cova ancora nel mito della Classe generale quale ” “civiltà’ differente”, ” moralità diversa”, “altra nazione”. Una separatezza da guerra civile permanente da sostituire con la propria specifica responsabilità verso una sola nazione, consapevoli POLITICAMENTE di essere componente senza la quale la stessa nazione non c’ e’ più.

Il sindacato deve entrare nel partito politico, come componente congressuale, come nel Labour party. la linea da Bissolati a Buozzi.
Solo così si avrà un Partito politico del Lavoro, che è’ il Midas del PD che ci aspetttiamo gia’ da ottobre. È che Napolitano auspicava alla Bolognina.
Non servono rese dei conti. Noi socialisti di Critica sociale siam interessati ad un grande dibattito di altissimo livello per l enorme influenza che avra sul futuro dell Italia.
Serve il Midas nel PD della generazione del dopo 93-94, del dopo Tangentopoli e Mani pulite. Come scrive Ezio Mauro, Rino Formica ed Emanule Macaluso. È un aspetto che vediamo implicito nella disponibilità di Napolitano alla sua riconferma per dare una convergenza di quadro politico utile a una ricostruzione dalle fondamenta della politica, delle relazioni istituzionali e degli aggiornamenti costituzionali. In una parola dello Stato.
i socialisti contribuirono in modo indispensabile alla costruzione della società italiana dopo l nota nazionale, e alla poi alla sua ricostruzione dopo il fascismo.
Epifani e’ stato del Psi, il Psi non c e’ più, ma il socialismo e’ una filosofia, una coscienza che va oltre il tesseramento.
Questo speriamo da Epifani, perché ( al netto dell’ opinione corretta di De Michelis, anzi proprio incontinuità con quanto afferma) buon sangue non dovrebbe mentire.

Domani si apre l’Assemblea nazionale del PD e la vigilia sembra essere quella di un appuntamento senza rete. I nomi di chi dovrà condurre il partito al congresso si accavallano. Si è giunti persino a dividersi sull’opportunità di non avere un segretario effettivo dopo Bersani, ma un “re travicello” in balia delle correnti (che si moltiplicano per partogenesi da se stesse).
In questa occasione si incrociano più linee direttrici provenienti da piani e periodi diversi della storia e dell’attualità politica: vengono al pettine nodi di fondo della sinistra del Novecento tutto intero.
Dietro il disordine e i twitt, la storia tira la riga e fa le sue somme, anche se la maggior parte di coloro che saranno presenti non sembrano esserne consapevoli. Nella dissoluzione finora vince “la fiera delle vanità” di improvvisati capicorrente in un generale ed incontrollato “rompete le righe” che promette vanamente di aprire comodi varchi alla “visibilità” e a una “posizione”. Il proprio tornaconto sembra indifferente dall’essere inversamente proporzionale al pericolo concreto di “irrilevanza” per il PD come ha pronosticato il direttore di Repubblica, Ezio Mauro.

Le linee che si intrecciano, nella storia e da piani diversi si incontrano nel punto di sempre, quello del governo, di “essere nazione” oltre la propria rapresentanza di interessi.

Un male che affligge la sinistra già nel corso della Resistenza, dove la lotta di Liberazione in alcune sue componenti importanti si intrecciò con l’aspirazione alla conquista del potere anche a costo di trasformare la cacciata dei nazifascisti in guerra civile.

Sommariamente, tranne la parentesi del Togliatti della Costituente e di Berlinguer del “compromesso storico”, ( seppur con la riserva mentale di passaggi solo tattici) la maggioranza della sinistra italiana ha sembre sofferto la liberaldemocrazia nazionale come un camicia di forza.

Chi nuotò in senso contrario a questa corrente impetuosa furono Saragat e Craxi.
Entrambi espulsi dalla “sinistra”, mai ricomosciuti almeno come una delle sue componenti.

Oggi quella loro posizione è alla Presidenza della Repubblica. E questo costringe alla masima tennsione interna.

Il concetto del leader laburista Ed Miliband con il quale egli descrive il socialismo inglese, “One Nation party”, in Italia è inconcepibile. Eppure Ed Miliband è la “sinistra” laburista, quella che ha rottamato i “blairist”. “One Nation” significa appunto questo: “non limitarsi a rappresentare solo gli interessi della propria parte, ma tenere conto anche degli interessi rappresentati dalla parte avversaria, perche la base comune è l’ appartenenza alla medesima Nazione, alla stessa civiltà”.

E qui sta il punto: “educati” all’odio dell’avversario per decenni, sia nella prima che nella seconda repubblica, l’elettorato e soprattutto la militanza di sinistra non si sente di appartenere alla medesima civiltà dei propri avversari.

Delegazione di Mosca in Italia, ha saputo convivere nella democrazia reale, ma ha sempre tenuto un tono sopra le righe per tenere unito il “corpaccione” nell’attesa messianica.

L’assemblea di domani si intreccia con ciò che accadde ai socialisti con la nascita del centro sinistra, partorito con resistenze anche nello stesso Psi di Nenni e Lombardi, ma sicuramente attaccato frontalmente dal Pci. “Voltagabbana” fu insulto comune e tratto dall’abitudine dei militanti comunisti di recarsi ai comizi di Nenni, togliersi la giacca e rimettersela al contrario davanti all’oratore.

Quanti si rivolteranno la giacca domani di fronte al governo Letta?

Il recente editoriale di Ezio Mauro su Repubblica tira le conseguenze con lucidità del soffiare “azionista” del suo editore e del suo predecessore alla direzione del giornale, sul fuoco del massimalismo e della diversità (un’altra civiltà) della sinistra. Si tratta di un’autocritica nella forma di suggerimento, che non evita anche nel quoticdiano, dopo gli anni passati ad aizzare le divisioni sui “fondamentali unitari”, alla posizione di Mauro di sembrare isolata.
Egli in sostanza dice una cosa ragionevole: le identità destra e sinistra devono definire le posizioni politiche, ma essere fondate su “sostantivi” (non solo su aggettivi). Dire quindi cosa significa essere di sinistra, non solo essere “moralisti”, quindi aniberlusconiani e affidarsi al giustizialismo.
Il dibattito di grande importanza che ne potrebbe derivare non ha decollato.
Sono intervenuti, non casualmente Emanuele Macaluso e Rino Formica. Poi un silenzio di tomba.
La regola (di eredità “rivoluzionaria”) per la quale non ci devono essere nemici a sinistra è sbagiata e porterà al suicidio definitivo.
E’ vero il contrario: senza nemici a sinistra, non si è sinistra di governo. Questa posizione è la linea che sconfigge l’estremismo, perchè lo spinge fuori dai confini della comune appartenenza alla Nazione.
Se la questione sarà ignorata o peggio, sconfitta, essa porterà all’esplosione del PD. Già da domani. Che si trovi un nome o un soprannome.

Bologna tappezzata di garofani rossi su manifesti affissi in tutta la città. La firma è del Partito democratico. E’ un primo miracolo della vittoria al primo turno di Francois Hollande, portatore di un programma alternativo alla linea che guida la politica economica europea a cui il medesimo PD dà sostegno in Italia. Non saranno pochi, immaginiamo, i maldipancia tra i militanti bolognesi. Ma i miracoli, si sa, superano le leggi della scienza medica. Ma anche di quella della finanza a cui la democrazia è stata sottomessa. E’ un miracolo socialista, una pentecoste su chi ha dato del “trasformista” a Tremonti? Vedremo. In ogni caso il tappo sta per saltare.

Perchè Bersani non riprende l’iniziativa dell’Unione del Pd bolognese e la esporta in tutta Italia? Forse il “socialismo” deve rimanere chiuso nel perimetro emiliano per paura della Bindi. Lo esportasse allora nella vicina Toscana, per rispetto almento dell’alleato Nencini.

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