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Appunti: Sull’Ucraina la Ue si spaccherà. Schulz e il socialismo nazionalista. Dopo il direttorio franco tedesco, il consolato germanico ( Commissione + Berlino) sull’Europa (o meglio, sull’Eurozona, il resto se ne va)

1. Articolo interessante dal titolo, Ucraina: la nebbia della propaganda della NYRBooks 

2. Il Labour rifiuta la designazione di schulz alla Commissione europea decisa dal congresso del PSE di roma (evernote rassegne):
“The Labour party will on Saturday set itself definitively against the federalist vision of Europe when it refuses to endorse the European parliament president Martin Schulz as the Socialists’ candidate to be the next European commission president.

In a clear signal to its European partners on the left that there are limits to Labour’s support for the EU, the party will say that the German’s “political priorities” clash with its vision for Europe.

Ed Miliband and the shadow foreign secretary, Douglas Alexander, have decided to speak out against Schulz on the eve of his formal designation at a Party of European Socialists (PES) conference in Rome as the left’s candidate for EC president” (dal Guardian)

3. Ucraina: la tesi più verosimile ( ma bisogna conoscere meglio il testo dell accordo di adesione per l’integrazione europea) è che la crisi sia una crisi di “confini tra germania ed est. Le trattative vennero interrotte dopo la riduzione del budget 2014 del 9,4 per cento. L’ucraina chiedeva un negoziato trilaterale con UE e Russia a cui Ue si è opposta.

L’interruzione delle trattative precede la decisione di accettare il finanziamento russo e il più basso costo del gas per Kiev. Alla trattativa interrotta è seguita immediatamente la rivolta per la caduta del governo e le elezioni del nuovo parlamento (negli Usa hanno parlato tranquillamente di colpo di stato). La proposta europea prevedeva una transizione di 10 anni perché l’ucraina potesse adeguarci agli standar finanziari dell’Eurozona: nel frattempo un patto commerciale privilegiato tra Ue e Ucraina avrebbe per lo stesso periodo garantito condizioni di maggior vantaggio per le esportazioni europee. In pratica, con la riduzione del budget, l’interruzione delle trattative e la condizione del monopolio dell’export, la Ue (germania con francia in posizione ancillare) ha voluto prendersi l’Ucraina gratis.

Oggi per l’Ucraina è difficile competere sia con la Russia che con l’Ue. Attualmente è necessario che Kiev sviluppi una collaborazione commerciale-economica con entrambe le parti. L’iniziativa del governo ucraino di attuare delle trattative di tipo trilaterale è stata proprio pensata per smussare i contrasti esistenti. I rappresentanti dell’Ue, però, si dicono sempre contrari all’ingerenza della Russia nelle trattative tra Ucraina e Ue. L’Unione, a queste condizioni, non intende considerare la questione delle compensazioni finanziarie per l’Ucraina in caso di sottoscrizione dell’accordo.
Sempre più esperti ucraini ritengono che per l’Ue sia più importante distruggere i legami tra Russia e Ucraina piuttosto che avvicinare l’Ucraina all’Unione. Sembra che negli ambienti politici e nelle istituzioni Ue siano ancora forti gli stereotipi negativi sulla Russia e sulla sua grandissima influenza sull’Ucraina.
Le probabilità di un’assistenza finanziaria da parte dell’Ue all’Ucraina sono basse
I Paesi Ue ritengono per il momento impossibile l’allargamento dell’Unione. Nel budget comunitario per il 2014 non sono previste spese in tal senso. Per la prima volta nella storia dell’Ue, inoltre, il budget è stato diminuito del 9,4% da un anno all’altro. E’ dunque verosimile che i Paesi leader dell’Ue si comportino con circospezione rispetto all’integrazione dell’Ucraina nella Comunità europea anche per questo. L’Ue non ha alcuna fretta nel portare avanti le trattative con l’Ucraina quando si parla di questioni finanziarie. L’Ue ha concesso all’Ucraina dieci anni per il raggiungimento degli standard economici europei. Durante tale periodo, l’Ue avrà la priorità nell’esportazione dei propri prodotti e servizi in Ucraina.

L’espansionismo commerciale tedesco che si basa sulla centralizzazione del controllo finanziario da parte della burocrazia europea dei bilanci sovrani, al fine di indebolire le economie nazionali per renderle dipendenti politicamente e commercialmente, se tocca la questione dei “confini ad est” porta ad un passo dalla guerra.

E’ verosimile che in Europa nessuno abbia previsto che Mosca non può consentire che un’intero paese al suo confine passi armi (flotta e nucleare) e bagagli all’occidente? Con l’ucraina, infatti Mosca perderebbe in un colpo solo la flotta sul mar nero, ovvero il controllo dei gasdotti asiatici e caucasici. Nessuno a Bruxelles ci ha pensato? Se ci hanno pensato, allora la “rivolta democratica” va riesaminata da cima a fondo, raddrizzando gli occhiali con cui la propaganda la guarda e la fa guardare in occidente.

Ultimo punto:  l’iniziativa inglese di proporre la riunione del consiglio di sicurezza sembra indicare una tendenza della gran bretagna ad un ruolo di mediazione per contenere l’esuberanza tedesca. Infine, il silenzio della Merkel urla che chi lancia il sasso ora nasconde la mano dietro agli americani, che farebbero bene a ripristinare lo status quo ante, riconoscendo: 1. la non integrabilità della Ucraina alla Ue, 2. l’autonomia della Crimea nel quadro dell’unità nazionale Ucraina, e particolarmente l’inviolabilità delle basi militari russe nella penisola, una sorta di status speciale extraterritoriale come per la Nato nei paesi che ne ospitano le basi.

4. Pubblico un Testo di Antonio dB

Prima la crisi bancaria di Cipro di un anno fa –below a clear article by Roberto Savio, IPS,–, in cui si e’ assistito all’esproprio dei conti correnti al di sopra dei 100mila euro – soprattutto di investitori russi– il modo come essa e’ stata condotta, con diffusione ad arte di notizie su provenienze illecite dei capitali, conclusasi con l’invio da Mosca di navi russe nell’isola;
Ora la conduzione della crisi in Ukraina da parte della UE con l’inflizione di sanzioni al governo Ukraino in seguito alle quali subito e’ seguito il pilotato colpo di mano al governo Ukraino del 23 Feb ultimo scorso, con la sostituzione di Viktor Yanukovych, presidente eletto, riparato in Russia, che ha scatenato la reazione di Putin.
Forse l’Europa, il parlamento Europeo, la Commissione, la BCE –e tutto quanto rappresenti la burocrazia e il potere, non eletto dai popoli, che vi si nasconde dietro- stanno davvero giocando col fuoco .
Infatti la Crimea, appartenente intimamente alla tradizione, alla cultura e alla storia russa fu nel 1954, data in “dono” alla Ucraina dal leader sovietico Nikita Khrushchev. E mi sembra giusto che il governo russo e Putin agiscano per proteggere i propri cittadini.
Ma probabilmente, anche Putin ha intercettato la politica neo-espansionistica e dominatrice della Germania in Europa e nel mondo. La volonta’ di sganciarsi dalla rete internet e dal sistema satellitare e soprattutto la mira di soppiantare il dollaro con l’Euro, rivelano completa la sfrenata ambizione della Germania, da attuare con ogni mezzo e “a tutti i costi”.
Ed infatti per quali motivi essa ha imposto sacrifici, lacrime e sangue sulla pelle dei popoli europei (e sui nostri giovani che gridano vendetta)?
Ed ora assistiamo alla tentazione della Merkel di ampliare mercati dove esportare e serbatoi di manodopera da sfruttare, riconquistando i territori che si affacciano sul Mar Nero, e cosi’ ricreare il Reichskommissariat Ukraino

http://en.wikipedia.org/wiki/Reichskommissariat_Ukraine…. (vedere anche la mappa ingrandita)…..Putin permettendo.

Spero davvero che il Presidente Obama intenda!

Antonio dB

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STRATEGIA TEDESCA:

“Il fallimento di uno Stato sul proprio debito sovrano nell’Eurozona deve essere possibile per assicurare una disciplina di mercato. È di questa opinione Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce: «Nel lungo termine – ha detto, intervenendo a un convegno monetario organizzato dalla Banca di Francia a Parigi – dobbiamo assicurare che sia possibile il fallimento di uno Stato. La possibilità di un ‘default’ é un elemento chiave per la disciplina di mercato».
È per questa ragione, ha continuato Weidmann, che l’Eurozona sta lavorando sulla regolamentazione finanziaria e per la creazione dell’unione bancaria che spezzerà il legame tra le banche e il debito sovrano del proprio Paese.

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Strangolare il sud europa, inglobarlo nel mercato interno tedesco (concezione esattoriale del mutualismo del debito) per alimentare le risorse dela Germania destinate alla strategia di sviluppo del suo export globale. Poi vedremo come sia una strategia destinata all’isolamento dopo lo sgarbo di Cipro – da un lato – e dopo il G8 e il gelo Usa-Russia, dall’altro, con l’ esca degli accordi per l’unione commerciale  transatlantica vantaggiosa anche sopratutto per la Germania. (Se la stanno cucinando col suo stesso condimento, il trade in cambio della politica)

STRATEGIA BRITANNICA

Charles Grant (CER) sul Guardian: “Ma i leader dell’Ue devono fare anche dell’altro: devono rendere l’Ue più responsabile dal punto di vista del potere, più pronta a rispondere del proprio operato. il parlamento, malgrado il buon lavoro che ha fatto su alcune leggi, non è riuscito a convincere molte persone che agisce in rappresentanza dei loro interessi. Molti europarlamentari hanno pochi contatti con i sistemi politici nazionali. E la priorità del parlamento sembrano spesso incrementare i propri poteri, ottenere un budget Ue maggiore e dare all’Ue un ruolo più importante, ma non sembra che molti elettori le condividano. I parlamentari nazionali potrebbero far sì che l’Ue risponda maggiormente del proprio operato in due modi. Prima di tutto i collegamenti tra i parlamenti nazionali dovrebbero essere rafforzati. Il trattato di Lisbona ha dato vita alla procedura del “cartellino giallo”, grazie alla quale se un terzo o più dei parlamenti nazionali crede che una proposta della commissione infranga il principio di sussidiarietà, l’idea che le decisioni dovrebbero essere prese al livello più basso compatibile con l’efficienza ( l’opposto di quello che dice Weidmann, ndr), sono autorizzati a chiedere che essa sia ritirata. La commissione deve quindi ottemperare a ciò o giustificare perché intende proseguire nella sua decisione. Questa procedura, utilizzata un’unica volta finora, potrebbe evolvere in un “cartellino rosso”, con la quale i parlamenti nazionali potrebbero costringere la commissione a ritirare una data proposta.

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Spiegazione dello stesso autore: “A un certo punto i governi della zona euro potrebbero cercare di rafforzare la loro valuta prendendo alcuni provvedimenti decisivi in direzione di un sistema più integrato di decisione delle politiche economiche. Ma poi è sufficiente che un parlamento nazionale, un’elezione generale o un referendum blocchino questi provvedimenti e il futuro dell’euro è a rischio“.

Politica batte Economia, vedi Grand Bergain di Tony Blair su questo sito.

Di carlo bastasin ( il modello tedesco e la sfida europea. Brookings Istitution)

The excellent performance of the German economy over the past decade has drawn increasing interest across Europe for the kind of structural reforms that have relaunched the German model. Through those reforms, in fact, Germany has become one of the countries that benefit most from global economic integration. As such, Germany has become a reference model for the possibility of a thriving Europe in the global age. However, the same factors that have contributed to the German “global miracle” – the accumulation of savings and gains in competitiveness – are also a “European problem”. In fact they contributed to originate the euro crisis and rep- resent elements of danger to the future survival of the euro area. Since the economic success of Germany has translated also into political influence, the other European countries are required to align their economic and social models to the German one. But can they do it? Are structural reforms all that are required? This study shows that the German success depended only in part on the vast array of structural reforms undertaken by German governments in the twenty-first century. Much of the transformation took place much earlier. Moreover, it was the consequence of business initiatives by private actors – large-sized firms and banks that were increas- ingly oriented to cut their investments at home and thrive in the global market – more than the choices made by public policy actors. As such, the peculiarities of the German success story cannot be easily reproduced in other countries. The survival of the euro area and its future design depend on making the inevitable differences among countries compatible in a spirit of integration.

Il fallimento di uno Stato sul proprio debito sovrano nell’Eurozona deve essere possibile per assicurare una disciplina di mercato”. E’ questa l’opinione di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere della BCE secondo quanto riferisce il Sole 24 Ore.
“Nel lungo termine – ha detto ad un convegno monetario organizzato dalla Banca di Francia – dobbiamo assicurare che sia possibile il fallimento di uno Stato. La possibilità di un “default” è un elemento chiave per la disciplina di mercato. E’ per questa ragione, ha continuato Weidmann, che l’Eurozona sta lavorando sulla regolamentazione finanziaria e per la creazione dell’unione bancaria che spezzerà il legame tra le banche e il debito sovrano del proprio Paese”.
Le clamorose dichiarazioni del capo della Banca centrale tedesca nel giorno in cui l’ andamento dei mercati segnala che si sta ritracciando tutto, sono due PROVE DEL NOVE su quanto Giulio Tremonti prevedeva solo lunedì scorso in un’intervista al Corriere della Sera che pubblichiamo oggi, mentre va in edicola il nuovo numero dell’Economist dal titolo beffardo “I Sonnambuli” con i leader europei che camminano sull’orlo del baratro. (leggi l’editoriale cliccando il titolo ed entrando nel sito della Critica Sociale)

L’intervista è accompagnata da ampia scheda di proposte per una svolta che metta in sicurezza il nostro Paese.
Tremonti nell’intervista metteva in guardia dal pericolo dello scoppio della bolla di liquidità e puntava il dito sul programma Bail-in per il quale in caso di crisi del debito, non saranno più gli Stati, ormai esausti, a pagare (vedi vignetta dell’Economist), ma direttamente i correntisti e i risparmiatori (vedi Cipro).

Weidmann ne spiega senza peli sulla lingua la filosofia sottostante: separando Stati dalle Banche i primi potranno falllire, tanto i soldl li metterano i clienti degli Istituti.

Una nostra notazione: un linguaggio simile che prevede il fallimento di uno Stato, di solito si usa nelle guerre. E questa ha tutte le caratteristiche di una guerra: distruzione delle risorse, della capacità produttiva e degli spazi commerciali dell’avversario, dove la disciplina di mercato è la base dell’armistizio scritto nel quartier generale della potenza vincitrice. L’arma? il credit-crunch per famiglie e imprese. I vertici europei? Utili come Monaco 1938

Nelle foto:

Sopra: la copertine dell’inserto speciale dell’Economist con le macerie degli Stati sotto la vittoria del Toro del Mercati.

Sotto: la copetrina dell’ultimo numero del settimanale inglese: I SONNAMBULI. Angela Merkel in testa ad un drappello con Hollande, Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla sua sinistra Draghi, Letta e Samaras alla sua destra: tutti in marcia verso lo strapiombo. Titolo: “The sleepwalkers” (i sonnambuli, appunto). Sottotitolo: in attesa di un disastro europeo.

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THE SLEEPWALKERS – I SONNAMBULI (dall’Economist del 24 maggio)

“Un gruppo di sonnambuli che cammina ignaro verso il precipizio. È così chel’Economist vede i leader europei, da Angela Merkel ad Enrico Letta. “Forse non ve ne siete accordi – si legge nell’editoriale – ma questa settimana c’è stato un summit dell’Unione Europea”. Un meeting – nella lettura del settimanale finanziario – tra sonnambuli, che invece di affrontare il burrone verso cui si sta dirigendo l’Ue preferiscono raccontarsi la favola di una crisi già relegata al passato.

I leader europei – argomenta l’Economist – sembrano essersi dimenticati della crisi, e già non si parla più di dissoluzione dell’euro. In realtà, stanno marciando come sonnambuli verso l’orlo del precipizio. È il senso della copertina dell’ Economist in edicola oggi, che mostra Angela Merkel in testa ad un drappello con Hollande, Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla sua sinistra e Draghi, Letta e Samaras alla sua destra: tutti in marcia verso lo strapiombo. Titolo: “The sleepwalkers” (i sonnambuli, appunto). Sottotitolo: in attesa di un disastro europeo.

Nell’editoriale del settimanale economico britannico si osserva che in generale “la somma dell’indebitamento di governi, privati e imprese è ancora eccessivo”, che “le banche sono sottocapitalizzate e gli investitori internazionali si preoccupano per le perdite ancora da determinare” e che se anche “gli interessi sono bassi, le aziende dell’Europa del sud soffrono per una crudele stretta creditizia”.

L’Economist scrive anche che “i mercati finanziari sono stati anestetizzati da quando Mario Draghi ha promesso ‘di fare qualsiasi cosa serva’ per proteggere l’euro del collasso” e che la mossa del presidente della Bce ha dato sia tempo che mezzi per combattere la speculazione. Ma al contrario i leader politici non riescono a trovare una via di uscita per “riforme ordinate”.

“E se i leader dell’eurozona inciampassero? Come il Giappone – conclude l’Economist – l’Europa sarà in ombra per gli anni a venire. Il costo sarà misurato in termini di disillusione, comunità sociali arrugginite e vite sprecate. Ma a differenza del Giappone, l’Eurozona non ha coesione. Per tutto il tempo che stagnazione e recessione stresseranno la democrazia, l’eurozona rischia un fatale rigetto popolare. Se i sonnambuli tengono alla loro valuta e alla loro gente, devono svegliarsi”.

“Qualcuno chiami un’ambulanza per sonnambuli”, invoca l’Economist. Il Prodotto Interno Lordo dell’Eurozona continua a restringersi, e il turbamento si sta espandendo anche a paesi chiave come la Finlandia e l’Olanda. Le vendite al dettaglio stanno calando. La disoccupazione, superiore al 12%, è un record, basti pensare chepiù di una persona su quattro in Spagna è senza lavoro. Nonostante i tagli alla spesa, i deficit restano persistenti e alti. Di fronte a un quadro così grave – osserva l’Economist – la calma ostentata a Bruxelles è un segno non tanto di convalescenza, quanto piuttosto di decadenza.

“Per il bene di tutti – si legge ancora nell’editoriale – i leader europei devono scuotersi dal loro letargo. Devono capire che se non agiscono, l’Eurozona rischia di andare in pezzi”. “Dopo anni di crisi, la lista delle cose da fare è chiara”. Il compito più urgente – sostiene l’Economist – consiste nel troncare il legame tra banche e governi troppo deboli per supportarle. Era questo lo scopo dell’unione bancaria approvata lo scorso anno. Ora che la pressione si è allentata, però, l’unione si è ritrovata intrappolata in una serie di tecnicismi. “Questo ritardo è altamente dannoso”, avverte l’Economist. “Le banche europee hanno bisogno di fondi con qualsiasi strumento. L’America ha recuperato prima dell’Europa non solo perché è stata meno austera, ma anche perché ha riorganizzato le sue banche in maniera tale che potessero fare di nuovo dei prestiti”.

L’immobilità dei “sonnambuli” non deriva certo dalla mancanza di cose da fare, prosegue l’editoriale, quanto piuttosto dalla mancanza della “volontà” di farle. L’Economist individua almeno due ragioni per questo immobilismo. Da un lato le elezioni di settembre in Germania. Dall’altro, il risentimento diffuso degli elettori europei verso i propri politici in generale e l’Unione europea in particolare. Spendersi per l’Ue, insomma, non sembra convenire troppo ai leader europei, che però così rischiano di piombare, bellamente, giù dal burrone”.

I russi mostrano i muscoli di fronte all’esproprio bancario promosso dall’Europa tedesca per Cipro. Almeno cinque fregate terranno a tiro utile le coste dell’isola levantina «permanentemente». Così, quello che sta succedendo al largo di Cipro dimostra per l’ennesima volta che il petrolio, il debito e i soldi si difendono con il deterrente delle armi.
Domenica notte Viktor Viktorovich Chirkov, comandante in capo della marina russa, ha dichiarato che almeno cinque fregate rimarranno «permanentemente» nel Mediterraneo.
Per la precisione tra Cipro e le coste vicine alla Siria.

“Chiunque creda che le questioni della pace e della guerra siano eternamente risolte in Europa potrebbe commettere un errore monumentale. I demoni non sono ancora stati cacciati; essi stanno semplicemente dormendo, come le guerre in Bosnia e Kosovo ci hanno mostrato. Sono sorpreso nel constatare di come le circostanze dell’Europa del 2013 somiglino a quelle di cent’anni fa”.
Lo affermava solo una decina di giorni fa il lussemburghese Jean-Claude Junker al settimanale tedesco Der Spiegel.
La crisi di Cipro, con l’invio di cinque fregate russe schierate

Ciprobanca

dalla marina militare di Mosca – “permamentemente” – di fronte alle coste dell’isola sembra dargli ragione: la crisi finanziaria europea è una crisi di natura geopolitica.

“Il 1913 fu l’ anno prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – esclama il settimanale tedesco – Pensa davvero che possa verificarsi un conflitto armato in Europa?”
Juncker: “No, ma noto ovvi parallelismi nella compiacenza della gente. Nel 1913 molte persone ritenevano che mai vi sarebbe stata un’altra guerra in Europa. Le grandi potenze del Continente erano così interconnesse economicamente da far ritenere impossibile un confronto militare, quanto meno per ragioni di mera convenienza reciproca. Soprattutto nell’Europa occidentale e settentrionale, v’era un completo senso di compiacenza, basato sull’assunto che la pace fosse assicurata per sempre”.

Secondo lo storico Dominic Sandbrook, come scrive sul Daily Mail nel commentare l’intervista di J.C.Juncker, “per la terza volta in meno di cento anni la Germania sta cercando doi prendere il controllo dell’Europa”.
E’ ormai all’ordine del giorno non tanto un “problema Europa”, ma – titola il laburista New Statesman – “un problema tedesco”.

Non è il Quarto Reich, come si è scritto di là e di qua dell’Atlantico più volte nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ma sicuramente la Germania si trova di fronte al bivio (“essere troppo forte o troppo debole”) creato dall’ “essere – scrive il settimanale britannico – al centro di una Unione che è stata concepita per limitarne la potenza dopo l’unificazione, ma che invece ha contribuito ad accrescerla: gli errori di progettazione – prosegue il New Statesman – hanno involontariamente privato molti altri paesi europei della loro sovranità senza dar loro in cambio una leva democratica nel nuovo ordine”.

Un bivio che già impegna la cancelliera tedesca in vista delle elezioni di settembre: fino ad oggi ha saputo tenere a bada le correnti autarchiche (e nazionaliste) alla sua destra. Ma da qualche mese, con la nascita del partito “Alternativa per la Germania” che punta all’uscita dall’Euro per intascare in Marchi i dividenti dell’egemonia commerciale e finanziaria acquisita (lasciando agli ex partners Ue i debiti dei propri prodotti finanziari tossici rifilati in passato alle altre banche europee), il sentiero per la riconferma si fa sempre più stretto.

In Germania, i possibili aiuti finanziari per Cipro sono diventati il banco di prova del governo di Angela Merkel, sostiene l’ agenzia Nova da Berlino. Già adesso la sua coalizione “nero-gialla” (Cdu/Csu-Fdp) è in disaccordo sugli aiuti per il salvataggio di Cipro. Mentre il delegato dell’Unione al comitato finanziario del Bundestag, Hans Michelbach, si dice a favore di aiuti finanziari in cambio di riforme radicali e vincoli molto severi, l’esperto finanziario dell’Fdp, Frank Schaeffler ritiene che Nicosia possa salvarsi da sola: “I crediti per Cipro sono totalmente inutili poiché lo stato insulare potrebbe trovare i soldi dalle entrate del mercato del gas”, ha dichiarato Schaeffler. “Per capire come si potrebbe procedere, il governo cipriota potrebbe chiedere consigli al presidente della Bce, Mario Draghi, il quale ha fatto molta esperienza all’interno della banca d’investimento Goldman Sachs”. L’adesione della Grecia all’Eurozona sarebbe infatti un “esempio molto significativo e sarebbe avvenuto in concomitanza del suo incarico in Goldman Sachs”. Il presidente del Consiglio economico della Cdu, Kurt Lauk, si sarebbe espresso analogamente: “Tutti i possibili aiuti finanziari dovrebbero essere garantiti da future entrate provenienti dalla vendita del gas; dopotutto il valore di mercato degli enormi giacimenti ciprioti di petrolio e gas naturale è stato stimato per più di 600 miliardi di euro”, ha dichiarato Lauk.

E dopo la perdita del “proconsole” Sarkozy, una crisi con Putin, lascerebbe la Germania scoperta anche ad est e nell’assoluto isolamento. In un clima anti-tedesco che sta certamente crescendo in modo esponenziale nel Continente che va assolutamente contrastato per non creare una nuova tragica spirale.

Solo un approccio politico alla crisi finanziaria, quindi, può evitare che essa si avviti in crisi geopolitica (e in crisi democratica nella stessa Germania, come ha avvertito un anno fa Junger Habermas).

di Wolfgang Münchau

Due cose devono essere sistemate in Italia, ed entrambe sono oltre la portata dei tecnocrati.

L’annuncio di Mario Monti, di aver l’intenzione di dimettersi da primo ministro, ci dice due cose: la politica sta entrando in gioco, e la crisi sta peggiorando di nuovo.

Ho sempre rispettato Mr Monti come commissario europeo e saggio osservatore degli affari europei, ma sono più scettico circa la sua performance come capo del governo in Italia. L’adulazione acritica di cui a volte ha goduto era basata sull’idea che si potessero risolvere i problemi dell’Italia mettendo da parte la politica, imponendo alcune riforme e molta austerità. In Italia vi era consenso sul fatto che solo un governo tecnocratico avrebbe potuto consegnare questo tipo di politiche.

La magia Monti è sembrata funzionare per un po’ – molto più a lungo di quanto mi aspettassi. I rendimenti sui titoli italiani a 10 anni sono scesi a circa 200 punti base durante il suo mandato, perché gli investitori, alla disperata ricerca di buone notizie, volevano credere alla magia.

Ma l’anno di Monti è stato una bolla, buona per gli investitori finché è durata, ma che ora si è sgonfiata. E probabilmente gli italiani e gli investitori stranieri non ci metteranno molto a capire che ben poco è cambiato nel corso dell’ultimo anno, ad eccezione del fatto che l’economia è caduta in una profonda depressione.

Ora ci sono due cose che devono essere sistemate in Italia, entrambe profondamente politiche e oltre la portata dei tecnocrati

La prima è quella di invertire immediatamente l’austerità – essenzialmente smantellare il lavoro di Monti. Gli aumenti delle tasse e i tagli alla spesa hanno un effetto controproducente. Riducendo sia il debito che la crescita, il rapporto debito-PIL nel breve periodo è aumentato, e dubito che nel lungo si ridurrà di molto. Il peggioramento nella sostenibilità del debito pubblico Italiano diventerà molto più chiaro il prossimo anno, quando avremo più dati statistici sugli effetti calamitosi dell’austerità.

Gli effetti si fanno già sentire, anche prima che il bilancio 2013 entri in esecuzione. Il carico fiscale sulle famiglie italiane è quasi raddoppiato questo mese – a seguito dell’introduzione di un nuovo sistema di tasse sulla proprietà che ha avuto l’effetto immediato di stroncare le vendite pre-natalizie. Confcommercio, un’organizzazione di imprese dei servizi, stima una caduta dei consumi del 13 per cento.

La seconda priorità è quella di scendere in campo contro Angela Merkel. Una cosa che Mr. Monti non voleva – e non era capace – di fare. Ha provato un po’ a farsi sentire in occasione del vertice europeo di giugno, ma non è mai riuscito ad affrontare il cancelliere tedesco sull’unica cosa che conta: che senza una qualche forma di mutualizzazione del debito – come un eurobond – sarebbe stato difficile che un paese con un rapporto debito-PIL del 130 per cento e una crescita praticamente a zero potesse rimanere all’interno dell’eurozona, e continuare a rinnovare il suo debito per sempre. Solo un leader eletto è in grado di forzare una scelta. Non si può pretendere da un primo ministro tecnocratico di minacciare una contro-mossa credibile se la risposta è no.

Spesso mi viene chiesto cosa farebbe la Germania di fronte alla scelta tra un eurobond e un’ uscita dell’Italia. Io credo che Berlino reagirebbe in un batter d’occhio a una tale situazione di stallo. La ragione per cui Monti era così popolare in Germania era che la sua bolla e la sua austerità e facevano buon gioco al cancelliere nel ritardare le decisioni difficili sulla risoluzione del debito e la riforma istituzionale a dopo le elezioni tedesche del prossimo anno.

Ma il tipo di leader che sarebbe necessario, è in vista? Pier Luigi Bersani, il leader del Partito Democratico appena eletto, chiaramente non è l’uomo giusto. E’ parte dell’ala conservatrice del centro-sinistra che sostiene l’austerità di Monti e un po’ meno le riforme strutturali – la peggiore combinazione possibile.

Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze, che ha perso contro l’onorevole Bersani, avrebbe potuto essere un candidato più capace di riportare fiducia nella politica italiana. Ma con l’altro in cima e il suo partito saldamente avanti nei sondaggi, mi aspetto che l’establishment ora cercherà di lanciarlo come il prossimo cavallo, l’uomo con più probabilità di gonfiare un altro po’ d’aria dentro la bolla.

Un’altra possibilità è un ritorno di Mario Monti in una campagna politica, come candidato di un’alleanza centrista.

Che dire di Silvio Berlusconi, il cui ritorno in prima linea ha provocato le imminenti dimissioni di Mario Monti? Egli non diventerà primo ministro. Gli italiani ne hanno avuto abbastanza di lui, anche se nella destra gode ancora di una certa popolarità .

Ma per quanto inutile e comico possa essere stato Berlusconi nel suo ultimo mandato, la sua diagnosi dei problemi italiani da quando ha lasciato è stata precisa. L’Italia ha bisogno di un nuovo accordo della zona euro, ha detto, aggiungendo che anche un’uscita non dovrebbe essere trattata come un tabù. Ed ha ripetutamente affermato che l’austerità non funziona. Avrebbe dovuto dirlo quando era primo ministro.

Il risultato delle elezioni è ulteriormente complicato dal ruolo anti-euro del Movimento Cinque Stelle condotto dal comico Beppe Grillo , che ha mantenuto il secondo posto nei sondaggi per qualche tempo.

Il miglior risultato per l’Italia sarebbe un leader politico che forza il problema del futuro in Italia con una visione lucida della scelta che la zona euro e il paese dovrà fare. In caso contrario, l’Italia rischia di essere spinta in una posizione come quella della Grecia, che ha seguito politiche simili e non ha più scelta.
Articolo originale: Politics have burst the Monti bubble