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di Mauro Del Bue

Il telefono squilla e mi risponde lui con la sua inconfondibile voce. Rino Formica è sempre un fiume in piena. E risponde senza domande. Con ragionamenti, previsioni, ricordi sempre lucidi, avvolgenti. Conditi con pepe e aceto. Con graffi come quelli d’un gatto che ti punta.

“Lasciate perdere il 4,5 o 4,7 per cento”, sostiene deciso. Mi viene in mente De Gregori: “Non è mica da questi particolari che si giudica” … un socialista. “Ci sarebbe una grande battaglia di democrazia. Questo è il punto di fondo. La questione è semplice. La ponemmo noi socialisti nel 1993 con una proposta di legge che riteneva l’introduzione del maggioritario incompatibile con l’architettura della nostra Costituzione. Il nostro equilibrio dei poteri è regolato dal proporzionale. Se introduciamo il maggioritario dobbiamo intervenire sul quorum per l’elezione dei giudici della Corte e del Csm, sui quorum per l’elezione del presidente della Repubblica, anche sulla soglia necessaria per l’approvazione dei regolamenti delle Camere e sullo stesso articolo 138 per le modifiche costituzionali. Noi prevedevamo allora il referendum confermativo anche in presenza dei due terzi alla Camera e al Senato. La legge venne approvata dalla Camera poi saltò il banco e ci furono le elezioni. Teniamo presente che già nell’inverno del 1947 Antonio Giolitti, allora comunista, propose l’introduzione in Costituzione della legge elettorale proporzionale, essendo essa stessa il perno su cui la Costituzione era stata costruita. E ricordo anche che nel 1995 tutti i gruppi presentarono una legge per modificare la Costituzione. Gli ex democristiani e gli ex comunisti fecero un progetto più organico per modificare le quattro questioni prima richiamate. Ma oggi siamo al paradosso. Non si propone solo il maggioritario, ma un sistema che permette di vincere con la minoranza, cioè col 37 per cento. E di andare al ballottaggio anche se prendi meno. E per di più con la logica delle coalizioni i grandi partiti anche se prendono poco più del venti per cento assorbiranno i voto dei minori che non raggiungono il quattro e mezzo e col venti rischiano di salire al 53. Pazzie. Roba da accordo BR, Berlusconi-Renzi. Sì, il compromesso Bierre. Con doppia fucilazione. Dei partiti minori e delle opposizioni dei grandi partiti, con i listini bloccati. In Italia c’è il tripolarismo, non il bipolarismo. E allora ecco che Renzi e Berlusconi introducono per legge il bipolarismo. In realtà c’è un quarto polo, il più consistente, quello delle astensioni. Che viene oggi sondato al 32 per cento”.
Cerco di inserirmi a fatica. Passo al Formica profeta. Alla zingara Formica che legge il futuro. Osservo che parte del Pd potrebbe approvare l’introduzione delle preferenze, assieme a grillini, Sel e altri e gli chiedo se a quel punto Berlusconi potrebbe far saltare il banco. Mi risponde che a suo giudizio Berlusconi il banco lo farà saltare sul Senato.

“Aspetterà le europee, e se gli andranno bene, magari con la legge elettorale ancora aperta, chiederà le elezioni in autunno con il proporzionale”.
E Renzi? Gli chiedo una sua previsione. E lui mi assesta un altro graffio: “Renzi è un condannato a vincere. Se perde una sola mano viene lapidato. Può cadere sulla legge elettorale. Magari su un emendamento che riguarda il Senato. Che senso ha fare un legge elettorale per un’Istituzione che si vuole sopprimere? Poi perché eliminare la sua eleggibilità? Occorrerebbe invece un Senato delle garanzie e delle tutele democratiche, un consesso dove si eleggono i giudici costituzionali e del Csm, si vigila e si promuovono i trattati”.
E siamo alla crisi della democrazia come l’abbiamo vissuta in Italia. Siamo alla web democrazia. Siamo alla fine dei partiti. Al massacro dei piccoli e delle opposizioni nei partiti. Alla massima centralizzazione e personalizzazione della politica. All’estetica e alla oligarchia della politica. E Formìca mi lancia un ultimo graffio.

“Quei 120 collegi saranno un nuovo ente decisivo. Non più comunale, provinciale, regionale. I parlamentari dei centoventi collegi si riferiranno al loro collegio, non saranno più parlamentari dello Stato che è ormai in frantumi”.

(da Avant!online)

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Padre Dante e il futuro della civiltà europea

Caro Emanuele,
ho letto il tuo libro e dico subito che vi ho trovato conferma del fatto che passione e rigore possono essere tenuti assieme solo a partire da una grande esperienza politica, la tua, vissuta, tra l’altro in un rapporto diretto con Togliatti, appunto con passione militante unita a rigore e autonomia. Al termine della lettura ho pensato che il libro avrebbe potuto avere un altro titolo, forse paradossale: Togliatti, un uomo solo. Replicando quello del libro della figlia di Alcide De Gasperi che ha raccontato la solitudine politica del padre. Togliatti e De Gasperi sono state figure centrali dell’Italia repubblicana. La mia non vuole essere una battuta ma vuole cercare di fissare il nocciolo della tua riflessione sul “partito nuovo” e sulla figura di Togliatti: la svolta di Salerno è stata una grande intuizione, una formidabile costruzione politico-ideale, una sintesi originale di politica estera e politica interna (l’Europa dopo Yalta) che, nonostante il prestigio internazionale e la forza politica del suo ideatore, è rimasta nei fatti minoritaria nel PCI. Una linea certamente condivisa, tu sostieni, ma con altrettanta certezza non compresa nella sua tessitura strategica dalla maggioranza del popolo e del gruppo dirigente comunista. Fatto sta che le due “solitudini” si sono dispiegate entro scenari diversi e soprattutto con esiti diversi. In fondo Togliatti, nella vicenda del post-fascismo nazionale, è risultato un personaggio vincente mentre De Gasperi ha visto, da perdente, l’Italia risorgere e crescere nella democrazia. Ma questa è un’altra storia.
Il Togliatti da te raccontato (con il supporto di una corposa e selezionata documentazione) risulta un personaggio “incompreso”. Infatti la via italiana al socialismo fu osteggiata dall’Urss e dal suo agente fiduciario ancorché di grande spessore politico e intellettuale, Secchia. Fu interpretata “autonomamente” da Amendola e “creativamente” da Berlinguer. La “sinistra comunista” (come tu la chiami passando sopra le infinite differenze e sottigliezze politiche e ideologiche che l’hanno contraddistinta, dal gramscismo movimentista di Ingrao all’anti-gramscismo operaista di Mario Tronti) vi si oppose fieramente e apertamente, vedendone non tanto i limiti “democraticistici” ma il risultato del deliberato decentramento della “questione operaia” (e del partito operaio) dall’orizzonte della via italiana al socialismo. L’unico che ne comprese la ratio, la difese (dal “secondo” Berlinguer e dal “secondo” Craxi) e ne sviluppò il pensiero a ridosso delle profonde trasformazioni del Paese e dello scenario mondiale, ne revisionò la “meccanica” troppo condizionata sia dai fattori esterni e sia dalla crisi nazionale del politico e delle istituzioni fu Napolitano, un altro uomo solo. E non a caso, potremmo dire con il senno del poi!
E adesso entriamo nel vivo delle questioni da te proposte, tra le quali in primis c’è la domanda: quale è stata la vera natura del PCI, inteso quello della “svolta”, un partito anti- sistema, del sistema o nel sistema? Indubbiamente questo è il punto di partenza imprescindibile per dare una versione non propagandistica e accademica della “via italiana al socialismo”. La domanda non ha una risposta secca (come tu ben sottolinei) e non può risolversi in un determinismo storicistico basato sul rapporto tra Stalin e Togliatti. La risposta deve prevedere una “trama” nella quale inserire un ragionamento articolato, un percorso, un processo politico, che parte dalla Costituzione, parte cioè dall’idea togliattiana della Costituzione come processo, come programma politico di costruzione di un modello di democrazia, dentro il quale si devono riconoscere sia le forze politiche che le forme politiche della democrazia e al di fuori del quale si devono collocare tutte le forze “antidemocratiche” da combattere. In sostanza solo dentro il quadrato delle forze politiche che hanno voluto la Costituzione, solo dentro il perimetro totalizzante di quel programma democratico è consentita la legittimazione democratica, solo nell’ “arco costituzionale”è possibile vedere e riconoscere il profilo sistemico e ideale della democrazia della nuova Italia, al di fuori c’è solo l’opacità della reazione.
In sostanza deve risultare evidente, e mi pare che una accorta storiografia oggi non registra più incertezze su questo punto, che tra la visione della democrazia progressiva che è stata di Secchia e quella di Togliatti non vi è solo una differenziazione tattica ma è di sostanza. Nella visione di Secchia le vie nazionali alla democrazia di matrice terzinternazionalista sono l’espediente per “entrare” nel campo della democrazia borghese per decretarne le incompatibilità e su queste innestare processi conflittuali a sbocco rivoluzionario. In Togliatti, all’opposto, l’idea della via nazionale al socialismo deve trovare le “vie” per rendersi compatibile e accompagnarsi per un lungo tratto con le esperienze di liberaldemocrazia, pena lo stesso esaurimento del progetto rivoluzionario e, dall’altro, l’affievolimento dello spirito delle Costituzioni di natura liberal-borghese. Gli interventi di Togliatti alla Costituente vanno letti come un continuo e travagliato esercizio di costruzione di un ponte tra queste visioni delle “Costituzioni delle libertà”, diverse ma non estranee, le libertà e i diritti individuali e le libertà e i diritti dei movimenti sociali organizzati. Di questa ricerca di collegamenti (ma anche di un travaglio interiore) ne è prova questo passaggio dell’intervento di Togliatti, nella seduta dell’11 marzo 1947 nel quale è evidente il tentativo di ricercare un nesso (un compromesso?) tra “vecchie” scuole costituzionali e i nuovi costituente

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Da un’intervista a Linkiesta

“Il popolo va istruito, deve andare a scuola. Non va lasciato ignorante. Altrimenti la democrazia rimane limitata al solo rito elettorale, che risulta sempre più scarno, vuoto. Il controllo democratico deve essere esercitato tutti i giorni, e da tutti”.

“Spesso capita che le istituzioni, nella storia, siano entrate in crisi. E Napolitano, che è nelle istituzioni – con tutta la sua cultura, le sue visioni, la sua storia – cerchi o meno un modo per salvarle. E io penso che lo cerchi. Ma le istituzioni entrano in crisi quando hanno perso l’animo popolare.

Cioè?
Quando il popolo non le sente più come valori, come organismi sacri. E questo è normale, quando la desacralizzazione degli ultimi vent’anni ha toccato tutto, perfino la Chiesa. Si figuri allora le istituzioni della Repubblica.

E di chi è la colpa di questa desacralizzazione?
La colpa? Della sbornia della fine degli anni ’80 e dell’inizio degli anni ’90. Ognuno, prima di dire se quello è o non è di destra o di sinistra, si faccia un esame di coscienza, e si chieda: dov’ero io, cosa facevo, tra il ’90 e il ’94? Le cose che dicevo, si sono rivelate giuste o sbagliate?

Ma perché?
Solo un esame di coscienza può restituire l’istituzione al popolo (senza, si aprono le strade a movimenti plebeo-insurrezionalisti, o aristocratico-dittatoriali). E soprattutto, si rende, una volta per tutte, questo dibattito trasparente, e non si parla più di destra e sinistra in modo ozioso. Perché vede, il punto è qui: adesso sembra che nessuno, in quegli anni, stesse con Di Pietro. Ma Di Pietro, stando a come si stava allora, oggi dovrebbe essere il capo assoluto di tutto, oppure del tutto espulso dal sistema politico.

Direi che è a metà.
Sì, sta a metà, ma perché stanno a metà tutti, vede? Questo è il problema. Uno dei tanti mali dell’arci-italiano: confida nel fatto che tutti dimenticano. E la mancanza di memoria provoca questi dibattiti surreali, tra destra e sinistra, tra Scalfari, De Benedetti, Zagrebelsky ed Ezio Mauro, quando il problema è un altro. E ci si confonde. Ma non solo.