Posts contrassegnato dai tag ‘europa’

CRIMEA, ARRIVANO LE SANZIONI

Images

Dopo meno di 24 ore dal referendum che ha sancito la secessione della penisola da Kiev, Usa e Ue fanno scattare le prime sanzioni nei confronti di Mosca. Nel mirino finiscono i «fedelissimi» di Putin, militari e politici (russi e ucraini) che avrebbero lavorato per riportare la Crimea sotto il controllo russo.

Le liste Gli elenchi stilati da Usa e Ue sono diversi. Undici i nomi compresi nell’elenco americano, 21 in quello europeo (vedi elenco)
Le sanzioni Barack Obama ha spiegato che «contro Mosca è calato l’isolamento internazionale», che «nessuno riconosce il referendum in Crimea» e che le sanzioni decise sono «le più ampie e complete misure applicate contro la Russia, dopo la fine della Guerra Fredda». In realtà Usa e Ue per ora si sono limitati a congelare i beni e a bloccare i visti. Non solo, ma le misure non colpiscono né politici di spicco, né grandi oligarchi.

Qui Putin Per tutta il risposta il presidente russo ha firmato il decreto che riconosce la Crimea come Stato indipendente (Bbc). Ma, secondo il presidente di turno dell’Osce, lo svizzero Didier Burkhalter, avrebbe anche dato un via libera di massima per una missione di osservatori dell’Organizzazione nella penisola. Un segnale che sembrerebbe lasciare aperta una soluzione diplomatica della crisi.

Minacce Gli Usa fanno sapere che presto potrebbero arrivare altre sanzioni, la Francia starebbe valutando l’annullamento della fornitura alla Marina russa delle portaelicotteri di classe “Mistral”. Anche il Giappone annuncia un pacchetto di sanzioni contro la Russia.

Business is business E mentre i governi occidentali provano a fermare l’avanzata di Putin, gli affari proseguono. I russi di Rosneft hanno investito 500 milioni per il controllo del 13% di Pirelli (Repubblica), mentre la tedesca RWE ha chiuso un accordo per cedere la sua controllata DEA (attiva nel settore degli idrocarburi) al magnate russo Mikhail Fridman (Reuters).

Annunci

STRATEGIA TEDESCA:

“Il fallimento di uno Stato sul proprio debito sovrano nell’Eurozona deve essere possibile per assicurare una disciplina di mercato. È di questa opinione Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce: «Nel lungo termine – ha detto, intervenendo a un convegno monetario organizzato dalla Banca di Francia a Parigi – dobbiamo assicurare che sia possibile il fallimento di uno Stato. La possibilità di un ‘default’ é un elemento chiave per la disciplina di mercato».
È per questa ragione, ha continuato Weidmann, che l’Eurozona sta lavorando sulla regolamentazione finanziaria e per la creazione dell’unione bancaria che spezzerà il legame tra le banche e il debito sovrano del proprio Paese.

———–

Strangolare il sud europa, inglobarlo nel mercato interno tedesco (concezione esattoriale del mutualismo del debito) per alimentare le risorse dela Germania destinate alla strategia di sviluppo del suo export globale. Poi vedremo come sia una strategia destinata all’isolamento dopo lo sgarbo di Cipro – da un lato – e dopo il G8 e il gelo Usa-Russia, dall’altro, con l’ esca degli accordi per l’unione commerciale  transatlantica vantaggiosa anche sopratutto per la Germania. (Se la stanno cucinando col suo stesso condimento, il trade in cambio della politica)

STRATEGIA BRITANNICA

Charles Grant (CER) sul Guardian: “Ma i leader dell’Ue devono fare anche dell’altro: devono rendere l’Ue più responsabile dal punto di vista del potere, più pronta a rispondere del proprio operato. il parlamento, malgrado il buon lavoro che ha fatto su alcune leggi, non è riuscito a convincere molte persone che agisce in rappresentanza dei loro interessi. Molti europarlamentari hanno pochi contatti con i sistemi politici nazionali. E la priorità del parlamento sembrano spesso incrementare i propri poteri, ottenere un budget Ue maggiore e dare all’Ue un ruolo più importante, ma non sembra che molti elettori le condividano. I parlamentari nazionali potrebbero far sì che l’Ue risponda maggiormente del proprio operato in due modi. Prima di tutto i collegamenti tra i parlamenti nazionali dovrebbero essere rafforzati. Il trattato di Lisbona ha dato vita alla procedura del “cartellino giallo”, grazie alla quale se un terzo o più dei parlamenti nazionali crede che una proposta della commissione infranga il principio di sussidiarietà, l’idea che le decisioni dovrebbero essere prese al livello più basso compatibile con l’efficienza ( l’opposto di quello che dice Weidmann, ndr), sono autorizzati a chiedere che essa sia ritirata. La commissione deve quindi ottemperare a ciò o giustificare perché intende proseguire nella sua decisione. Questa procedura, utilizzata un’unica volta finora, potrebbe evolvere in un “cartellino rosso”, con la quale i parlamenti nazionali potrebbero costringere la commissione a ritirare una data proposta.

——————–

Spiegazione dello stesso autore: “A un certo punto i governi della zona euro potrebbero cercare di rafforzare la loro valuta prendendo alcuni provvedimenti decisivi in direzione di un sistema più integrato di decisione delle politiche economiche. Ma poi è sufficiente che un parlamento nazionale, un’elezione generale o un referendum blocchino questi provvedimenti e il futuro dell’euro è a rischio“.

Politica batte Economia, vedi Grand Bergain di Tony Blair su questo sito.

Di carlo bastasin ( il modello tedesco e la sfida europea. Brookings Istitution)

The excellent performance of the German economy over the past decade has drawn increasing interest across Europe for the kind of structural reforms that have relaunched the German model. Through those reforms, in fact, Germany has become one of the countries that benefit most from global economic integration. As such, Germany has become a reference model for the possibility of a thriving Europe in the global age. However, the same factors that have contributed to the German “global miracle” – the accumulation of savings and gains in competitiveness – are also a “European problem”. In fact they contributed to originate the euro crisis and rep- resent elements of danger to the future survival of the euro area. Since the economic success of Germany has translated also into political influence, the other European countries are required to align their economic and social models to the German one. But can they do it? Are structural reforms all that are required? This study shows that the German success depended only in part on the vast array of structural reforms undertaken by German governments in the twenty-first century. Much of the transformation took place much earlier. Moreover, it was the consequence of business initiatives by private actors – large-sized firms and banks that were increas- ingly oriented to cut their investments at home and thrive in the global market – more than the choices made by public policy actors. As such, the peculiarities of the German success story cannot be easily reproduced in other countries. The survival of the euro area and its future design depend on making the inevitable differences among countries compatible in a spirit of integration.

I russi mostrano i muscoli di fronte all’esproprio bancario promosso dall’Europa tedesca per Cipro. Almeno cinque fregate terranno a tiro utile le coste dell’isola levantina «permanentemente». Così, quello che sta succedendo al largo di Cipro dimostra per l’ennesima volta che il petrolio, il debito e i soldi si difendono con il deterrente delle armi.
Domenica notte Viktor Viktorovich Chirkov, comandante in capo della marina russa, ha dichiarato che almeno cinque fregate rimarranno «permanentemente» nel Mediterraneo.
Per la precisione tra Cipro e le coste vicine alla Siria.

“Chiunque creda che le questioni della pace e della guerra siano eternamente risolte in Europa potrebbe commettere un errore monumentale. I demoni non sono ancora stati cacciati; essi stanno semplicemente dormendo, come le guerre in Bosnia e Kosovo ci hanno mostrato. Sono sorpreso nel constatare di come le circostanze dell’Europa del 2013 somiglino a quelle di cent’anni fa”.
Lo affermava solo una decina di giorni fa il lussemburghese Jean-Claude Junker al settimanale tedesco Der Spiegel.
La crisi di Cipro, con l’invio di cinque fregate russe schierate

Ciprobanca

dalla marina militare di Mosca – “permamentemente” – di fronte alle coste dell’isola sembra dargli ragione: la crisi finanziaria europea è una crisi di natura geopolitica.

“Il 1913 fu l’ anno prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – esclama il settimanale tedesco – Pensa davvero che possa verificarsi un conflitto armato in Europa?”
Juncker: “No, ma noto ovvi parallelismi nella compiacenza della gente. Nel 1913 molte persone ritenevano che mai vi sarebbe stata un’altra guerra in Europa. Le grandi potenze del Continente erano così interconnesse economicamente da far ritenere impossibile un confronto militare, quanto meno per ragioni di mera convenienza reciproca. Soprattutto nell’Europa occidentale e settentrionale, v’era un completo senso di compiacenza, basato sull’assunto che la pace fosse assicurata per sempre”.

Secondo lo storico Dominic Sandbrook, come scrive sul Daily Mail nel commentare l’intervista di J.C.Juncker, “per la terza volta in meno di cento anni la Germania sta cercando doi prendere il controllo dell’Europa”.
E’ ormai all’ordine del giorno non tanto un “problema Europa”, ma – titola il laburista New Statesman – “un problema tedesco”.

Non è il Quarto Reich, come si è scritto di là e di qua dell’Atlantico più volte nel corso dell’ultimo anno e mezzo, ma sicuramente la Germania si trova di fronte al bivio (“essere troppo forte o troppo debole”) creato dall’ “essere – scrive il settimanale britannico – al centro di una Unione che è stata concepita per limitarne la potenza dopo l’unificazione, ma che invece ha contribuito ad accrescerla: gli errori di progettazione – prosegue il New Statesman – hanno involontariamente privato molti altri paesi europei della loro sovranità senza dar loro in cambio una leva democratica nel nuovo ordine”.

Un bivio che già impegna la cancelliera tedesca in vista delle elezioni di settembre: fino ad oggi ha saputo tenere a bada le correnti autarchiche (e nazionaliste) alla sua destra. Ma da qualche mese, con la nascita del partito “Alternativa per la Germania” che punta all’uscita dall’Euro per intascare in Marchi i dividenti dell’egemonia commerciale e finanziaria acquisita (lasciando agli ex partners Ue i debiti dei propri prodotti finanziari tossici rifilati in passato alle altre banche europee), il sentiero per la riconferma si fa sempre più stretto.

In Germania, i possibili aiuti finanziari per Cipro sono diventati il banco di prova del governo di Angela Merkel, sostiene l’ agenzia Nova da Berlino. Già adesso la sua coalizione “nero-gialla” (Cdu/Csu-Fdp) è in disaccordo sugli aiuti per il salvataggio di Cipro. Mentre il delegato dell’Unione al comitato finanziario del Bundestag, Hans Michelbach, si dice a favore di aiuti finanziari in cambio di riforme radicali e vincoli molto severi, l’esperto finanziario dell’Fdp, Frank Schaeffler ritiene che Nicosia possa salvarsi da sola: “I crediti per Cipro sono totalmente inutili poiché lo stato insulare potrebbe trovare i soldi dalle entrate del mercato del gas”, ha dichiarato Schaeffler. “Per capire come si potrebbe procedere, il governo cipriota potrebbe chiedere consigli al presidente della Bce, Mario Draghi, il quale ha fatto molta esperienza all’interno della banca d’investimento Goldman Sachs”. L’adesione della Grecia all’Eurozona sarebbe infatti un “esempio molto significativo e sarebbe avvenuto in concomitanza del suo incarico in Goldman Sachs”. Il presidente del Consiglio economico della Cdu, Kurt Lauk, si sarebbe espresso analogamente: “Tutti i possibili aiuti finanziari dovrebbero essere garantiti da future entrate provenienti dalla vendita del gas; dopotutto il valore di mercato degli enormi giacimenti ciprioti di petrolio e gas naturale è stato stimato per più di 600 miliardi di euro”, ha dichiarato Lauk.

E dopo la perdita del “proconsole” Sarkozy, una crisi con Putin, lascerebbe la Germania scoperta anche ad est e nell’assoluto isolamento. In un clima anti-tedesco che sta certamente crescendo in modo esponenziale nel Continente che va assolutamente contrastato per non creare una nuova tragica spirale.

Solo un approccio politico alla crisi finanziaria, quindi, può evitare che essa si avviti in crisi geopolitica (e in crisi democratica nella stessa Germania, come ha avvertito un anno fa Junger Habermas).

Con il suo scatto di nervi elettorale l’Italia in realtà travalica la dimensione nazionale dello scontento per mettere l’Europa, sempre sfuggente, di fronte a una serie di verità scomode, di nodi volutamente irrisolti che cominciano, come si vede, a venire al pettine. E rischiano di rimettere in croce l’euro non tanto per la riesplosione della questione italiana quanto perché l’Italia, terza economia del club, mette a nudo tutti i problemi della moneta unica finora rappezzati a metà oppure accortamente tenuti sotto il tappeto.
Il voto di domenica racconta molto di più della diffusa insofferenza verso la politica del rigore e delle tasse in un paese prostrato da recessione e disoccupazione. Esprime la rivolta contro i bramini di un sistema che, dopo aver deciso di entrare nella moneta unica, non ha fatto le scelte conseguenti per restarci: non si è modernizzato, né auto-riformato, non si è “sborbonizzato” né liberalizzato per diventare più competitivo mettendosi al passo con i partner. Creando così nella gente la falsa illusione che si potesse sempre tirare a campare come prima perpetuando grandi e piccole rendite di posizione senza mai pagarne lo scotto.
Invece no. Ma gli italiani non sono i soli in Europa a non aver fatto i conti con la scelta della moneta unica. È da qui che esplode il dilemma: «Più o meno Europa», «Stare o non stare nell’euro». Il dilemma non è solo italiano ma è la domanda proibita, molto più diffusa di quanto non si creda, tra i membri del club e aspiranti tali.Nasce e cresce in un quadriennio di crisi, capace di offrire solo la risposta dogmatica del rigore e delle riforme forzate alla tedesca, senza gli ammortizzatori della crescita e men che meno della solidarietà intra-europea. Addirittura senza, se del caso, il ricorso alla normale dinamica democratica in nome di una presunta più efficace opzione tecnocratica. Il tutto mentre si accentua la frattura Nord-Sud e l’Europa e la sua industria non cessano di perdere quote sul mercato globale.
I sacrifici non piacciono a nessuno. Men che meno a chi in giro per le sue capitali, non a torto, nota che «l’Europa ha i soldi per salvare le banche ma non per far ripartire crescita e lavoro». I mercati, d’altra parte, hanno bisogno di certezze sulla futura tenuta e integrità dell’euro per recuperare la calma. Basterà e fino a quando la garanzia Draghi ora che l’Italia rischia di scoperchiare il vaso di Pandora dei troppi problemi irrisolti dell’euro e dell’Unione?Proprio mentre dovunque si disgrega il consenso popolare all’Europa, paradossalmente la moneta unica ha bisogno per resistere ai suoi guai interni di accelerare sull’integrazione varando la triplice unione, bancaria, di bilancio e politica. Cioè di decidere una volta per tutte se accettare davvero un destino condiviso fino in fondo a tutti i livelli e secondo l’ormai prevalente e pervasivo modello tedesco. (Da Il Sole 24 del 27 febbraio)

20130228-044615.jpg

Il centrosinistra ha ottenuto 120 seggi con il voto popolare e oltre 200 seggi con il premio di maggioranza. Lo stesso sarebbe accaduto in caso di vittoria del centro destra.
Il paradosso che evidenzia l incostituzionalità della legge elettorale e’ manifesto quando i seggi assegnati dal ministero degli interni, attraverso la loro sottrazione al voto popolare, sono piu di quelli assegnati dal voto popolare. o questa legge viene abolita o il parlamento tanto vale giocarselo ai dadi.

Ecco spiegata la vittoria di grillo.

Ma soprattutto ecco spiegata l origine della debolezza politica dell Italia in Europa che e’ alla radice della sottomissione finanziaria e commerciale verso l’ area germanica dell’ euro-marco.

Che spiega la resurrezione di Berlusconi, grazie non alle promesse, ma alla sua opposizione ( seppur tardiva).

Senza la manipolazione del maggioritario, oggi i numeri di una alleanza tra PD e pdl sarebbero quelli di un qualsiasi centro sinistra classico nella prima repubblica. Un alleanza tra cattolici laico-socialisti.

Quindi un governo si potrebbe fare, a sanzione del fallimento bipolare della seconda repubblica.

A tre condizioni per un vero giro di boa:

1- che il programma comune sia basato primato dell interesse nazionale in alternativa all austerità tedesca, riconoscendone la matrice “egemonica” da respingere.
2- che su questa base di autonomia si ristabilisca un criterio di parità tra tutti i membri dell’ unione ( non sfugge a chi è attento che ormai, anche nei dibattiti televisivi e sulla stampa, il giudizio “internazionale” atteso sia solo quello di Berlino e non dell Unione europea, il cui vero presidente e’ il cancelliere tedesco, unico console del fu Direttorio franco-tedesco).
3 la riforma elettorale anti maggioritaria ( proporzionale o uninominale e’ ormai secondario).

Nb: naturalmente tutto questo avrebbe più forza se il PD si decidesse ad aderire alla famiglia socialista in modo che il sistema politico italiano possa essere coerente col sistema politico europeo.

Finché così non sarà, inevitabilmente la politica italiana sarà facilmente preda di divisioni indotte dall esterno e a simmetriche tentazioni servili fino all’ umiliazione, come l ultima: quella di un segretario di partito della sinistra che fa il bacio della pantofola pre-elettorale al ministro democristiano delle finanze tedesche anziché andare negli uffici dei socialisti europei.

NB. Peraltro con sua sfortuna, visto che ogni intromissione della Merkel nelle campagne elettorali altrui ha portato disgrazia ai candidati sostenuti. In Italia in un colpo solo ne ha fatti fuori ben due.

Inviato da iPad

Van Rompuy taglia ricerca e politica estera dall’eurobilancio

Tutto rinviato al 2013. Il vertice di ieri sul bilancio 2014-2020 dell’Unione europea segna un balzo indietro di vent’anni, ma non per il mancato accordo. Il problema non è nemmeno la riduzione al tetto complessivo di spesa da un trilione di euro in sette anni chiesti dal Merkeron. Di inefficienze ce ne sono in tutte le amministrazioni pubbliche: Angela Merkel e David Cameron hanno ragione sulla spending review brussellese. Il problema sono le scelte politiche compiute sui tagli, in nome della necessità di un accordo. Davanti alle minacce di veto, il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha messo sul tavolo una proposta per preservare lo status quo. Qualche miliardo in più alla Politica agricola comune (Pac) e alla Politica di coesione, riducendo consistentemente le risorse per le rubriche “crescita e competitività” e “ruolo globale dell’Ue”: 8 miliardi tolti alla ricerca; 5 sottratti alle infrastrutture; altri 5 alla politica estera. Era il contentino per francesi e italiani che, dopo essersi dichiarati i leader del partito della crescita in Europa, hanno fatto dell’agricoltura e dei fondi regionali le loro linee rosse.

I tagli di Van Rompuy raccontano lo stato dell’Unione meglio di qualsiasi suo discorso: l’Ue è concentrata sul passato e, in un presente di crisi, riesce a guardare solo all’ombelico. Pac e Coesione sono le due rubriche storiche, che da vent’anni pesano di più sul bilancio comunitario, frenando le ambizioni europee. Sette anni fa, Tony Blair aveva cercato invano di riequilibrare le spese a favore di innovazione e competitività. L’apostolo francese del neokeynesismo ha fatto come Jacques Chirac nel 2005: François Hollande ha battagliato per mantenere i privilegi dei suoi ricchi agricoltori. La Commissione per mesi aveva predicato la crescita, ma durante il vertice si è adoperata soprattutto per difendere l’Eurocrazia: i portavoce di José Manuel Barroso circolavano in sala stampa con un grafico per dimostrare di avere meno privilegi dei funzionari britannici. Mario Monti, che voleva valorizzare gli investimenti pubblici, si è invece dedicato alla salvaguardia degli inefficienti fondi europei per Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Con l’aggravante che, in mancanza di risorse nazionali per co-finanziare i progetti, l’Italia non riesce a spendere i soldi, ritrovandosi così nella posizione di primo contributore netto dell’Ue. In queste condizioni, meglio andarsene a casa. Un paio di mesi di riflessione forse permetteranno ai leader di capire che l’Ue di ieri non riuscirà a sopravvivere al domani.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

“Da “Blockupy Frankfurt”, dal meeting di Francoforte al quale abbiamo partecipato il 20 e 21 ottobre scorso, si va verso Madrid, dove reti e movimenti di tutta Europa si incontreranno per parlare di debito, diritti e democrazia, per ragionare insieme su un’idea diversa di Europa, per sperimentare nuovi modi di stare insieme, per trovare un piano condiviso del nostro agire politico”.
Questo l’appello lanciato sulla piattaforma “liquidflaschback” da 99Agorà. Un linguaggio per i partiti europei del tutto sconosciuto, ma maturato negli anni e ora linguaggio di una realtà d’avangiardia giovanile che, come hanno sottolineato mesi orsono la London School e i laburisti inglesi, è un linguaggio che parla al ceto medio europeo, stretto tra crisi economica (soprattutto nel sud Europa) e crisi della rappresentanza democratica (particolarmente temuta nel nord Europa).
Lo sciopero generale europeo ha fatto da detonatore ieri per una mobilitazione contro l’Austerity, violenta e partecipata soprattutto nei paesi come la Spagna, il Portogallo e l’Italia, ma che cova in Germania, in Olanda, in Francia e in Belgio.
Sono esenti solo i paesi fuori dall’eurozona.
Questa micro-geopolitica della conflittualità europea è stata più volte segnalata dai think tank inglesi per queste principali ragioni:
1 – Il verticismo tecnocratico della UE mette in allarme le società nazionali del Vecchio Continente, a cui si chiede di cedere sovranità verso l’alto, verso un’Unione priva di istituzioni rappresentative democratiche popolari. L’Unione è tutt’ora una Volume di Trattati, ma non ancora un organismo politico coerente. Chiedere, in nome dell’emergenza finanziaria e monetaria, cessione di sovranità alle società nazionali, senza dire dove quella sovranità sarà rintracciabile, disponibile, revocabile, crea opposizione.
2 – Un’ Europa senza futuro spaventa le giovani generazioni che quando contestano non rappresentrano l’antipolitica, ma la nuova “politica sotterranea” una “bolla democratica” che si colloca al di fuori dei tradizionali partiti e che chiede democrazia dal basso, “un’altra Europa”, un Europa sociale e non della finanza.
3 – I progetti di unificazione politica dell’ eurozona così come voluti dal ministro degli Esteri tedesco (la Piccola Europa) dividono politicamente l’Unione: emarginano da un lato la Gran Bretagna – e con lei l’area Atlantica favorendo, nella crisi, un rispettivo isolamento della piattaforma continentale dagli Usa e viceversa – dall’altro abbandonano, dall’altro lato, i Paesi dell’ Est europeo ad un progressivo ritorno nell’orbita russa e a un riflusso autoritaritario all’interno dei propri confini.
Tutto questo porterà, sostengono i laburisti, alla destabilizzazione istituzionale, commerciale e politica, all’estremismo di destra, alla divisione sociale di cui lo stesso blocco di Paesi che ruota attorno alla Germania rischia di pagare un elevato costo in termini sia economici che di democrazia. E questo è un pericolo per tutti.
Serve, al contrario, un “Grand Bargain”, un “Grande Patto Costituente”. (vedi articolo di Tony Blair, qui sotto).
L’assenza di risposte adeguate dai vertici politici, sia dell’Unione che nazionali, alla attesa di una Partia promessa come comune, crea sfiducia verso le istituzioni comunitarie. Questo vuoto politico puo’ essere riempito da due prospettive opposte: dal nazionalismo o dalla democrazia sociale.
In questo quadro i laburisti hanno più volte invitato i partiti socialisti europei a non emarginare i movimenti della “subterranean politics”, anzi a dialogare con essi attraverso i loro leader e gli studiosi che frequentano e conoscono queste organizzazioni e le loro proposte di democrazia “open source” e di associazionismo di rete. Viceversa, se la politica non si aprirà a questa “risorsa democratica”, saranno i movimenti nazionalistici e della destra a rompere definitivamente l’unità sociale in tutta Europa, non dell’Europa, ma nell’Europa, nelle società europee.
Il cuore della questione, è dunque il potere e la sua forma istituzionale.
Dittatura finanziaria e nazionalismo sono due cavalli che tirano in senso opposto e che squarteranno il corpo della vecchia Europa e del mercato unico.
Scriveva il coordinamento dei movimenti di democrazia aperta in vista dello sciopero europeo: “Il 14 novembre sarà una giornata centrale e inedita: per la prima volta si darà vita a uno sciopero europeo, una giornata di mobilitazione generale e diffusa nei territori, in cui scenderanno per le strade sindacati ma anche movimenti sociali che si mobiliteranno in forma articolata. Durante il meeting a Francoforte anche i movimenti e le reti tedesche hanno espresso la loro volontà di mettere in campo iniziative per quella giornata. insomma, il 14 novembre ha tutta la potenza per essere una data fondamentale, una tappa importante per un percorso di lotta europeo che sta prendendo sempre più forma. Pensiamo all’Europa che stiamo costruendo, e quindi pensiamo a un percorso costituente che abbiamo intrapreso e vogliamo continuare a intraprendere insieme ad altre realtà europee. Vogliamo tracciare nuovi schemi, nuove linee di un’altra Europa che parla il linguaggio comune della ribellione contro chi ci vuole tutti più poveri e senza diritti”.
Sono parole di unità europea e di democrazia, l’alternativa al rigurgito nazionalista della destra populista che sta montando nel Nord contro il Sud e nel Sud contro il Nord.
Lo sciopero generale europeo ha rimesso al centro dell’attenzione politica la questione sociale e la questione democratica, come avvenne nella metà dell’Ottocento coi movimenti democratici e socialisti.
Sessant’anni di diritti politici e sociali stanno svanendo in pochi mesi.
Il Novecento e le sue conquiste rischia di essere stato buttato al vento.

20121115-011207.jpg

di Tony Blair

From crisis can come opportunity. Out of this European crisis can come the opportunity finally to achieve a model of European integration that is sustainable. But right now this opportunity is heavily disguised. There is an old joke told about the stranger who asks the Irishman the way to his destination and is told “Well I wouldn’t have started from here.”

We might be tempted to say the same about the way to resolve this crisis and it would be equally futile. So I shall resist the irritating temptation of being the Brit outside the Euro trying to tell everyone inside why it was a bad idea. First because I don’t think it is a bad idea. In principle, in the right political and economic context, a single currency along with a single market makes sense for Europe. Second because in any event we are where we are.

There is relevance however in understanding why this this crisis is so acute. It is because monetary union was in many ways an idea motivated by politics but expressed in economics. So politics and economics had to be aligned. They weren’t. So now in the midst of crisis they have to be. Countries whose economies are divergent have to converge. Since this requires a huge degree of integration in decision making, the politics will then have to shift to catch up the economics. True economic union will imply a large measure of political union. This is the post crisis challenge.

Before I address it directly I make one remark about the crisis itself and it is again about the politics and the economics. One odd but telling difference of opinion between Europeans and those from the investment community in the US, China and elsewhere, is that the Europeans by and large believe the Euro will stay. That is because they are focussed on the enormous political will to ensure it survives. The outsiders by and large are deeply sceptical. That is because they are focussed on the maths.

The strategy so far adopted in Europe by political leaders, including by Chancellor Merkel, who has shown great skill and courage in handling the crisis, is entirely comprehensible as politics. It is to go step by step, by a series of increments that are major but do not deal with all the aspects of the crisis simultaneously. So the ECB action and readiness to use OMTs has hugely helped the liquidity issue and given us some respite.

But it doesn’t fully deal with the solvency or growth issues that also dog the Euro. The ESM is still untested and whilst deficit reduction plans are absolutely necessary, austerity makes policies for growth tough. Indeed sometimes it seems as if the public is being given the choice of austerity with reform; or growth without reform. We need growth and reform. And we need liquidity, solvency and growth issues addressed together. Without this, and especially without growth, the pain of the adjustment in debtor countries is frighteningly hard and several years of it may not be politically possible. This is again where politics and economics have to align.

The economics imply a strategy based less on incremental steps; and more on a “Grand Bargain” agreement that deals with liquidity per the ECB; solvency with the necessary fiscal transfers; banking union; a large degree of fiscal coordination; far reaching structural reform; and the back loading not front loading of austerity plans, to protect growth – and all at once. My feeling is that the only way, ultimately, confidence can be restored is with a fully comprehensive set of measures that convince markets and public alike that the fundamental issues have been overcome. The politics of doing so – particularly here in Germany – are fantastically difficult. But the economics of not doing so are even more difficult.

That is the immediate challenge. If it is overcome, then the politics of what comes next is also extraordinarily fraught.

Put simply there can’t be the integration of large areas of economic policy – banking union, fiscal union, even the prospect of an EU Treasury – without a commensurate political union. So inevitably now, along with the resolution of the immediate crisis, comes the investigation of what such a union would look like.

We should conduct this investigation with the lessons of previous efforts at integration in mind.

I bear the scars of participation in the Amsterdam Treaty, the Nice Treaty, the – Laeken process culminating in the Lisbon Treaty and the 2005 EU budget negotiation, when the UK held the Presidency – the most difficult negotiation I participated in, (even including the Northern Ireland peace agreement.) Many of those here today bear similar scars!

Out of that experience I would say there are two crucial strategic objectives which any negotiation for such a political union, should strive to achieve. First, some differentiation in the speed of European integration is now inevitable as members of the Eurozone seek to match political structures with integrated economic decision-making. However this is done is of huge import to the whole of the EU. I can almost feel the relief in some Euro-federalist quarters and amongst most Euro-sceptics at the prospect of a two or three speed Europe. But I would give a stark warning: if Eurozone structures end up with a Europe that is fundamentally divided politically as well as economically; rather than a Europe with one political settlement that accommodates different levels of integration within it, the EU as we know it will be on a path to break up.

Let’s be blunt here and go straight to the UK position. It is massively in Britain’s interest not to play short-term politics with this issue. Personally I would like to see the UK take a constructive role in shaping this new union, recognising the imperative of closer political union for the Eurozone countries and trying to keep the necessary divergence in economic decision making between ins and out, from spilling over into a complete divergence in political structures. It is a very tricky task. But it is an essential one if the UK is not to be side-lined and Europe to be without the active participation of such a large and significant member of the existing Union.

The negotiations over the proposed banking union and possibly over the new EU budget will provide an interesting test case of whether such constructive engagement can yield an optimal outcome. But naturally the UK will expect this to be a two-way process. The rest of the EU will have to understand and hopefully accommodate the UK’s very special position in the financial sector.

Secondly, we should be heedful of why, when monetary union came into being, structures of full scale political integration were not agreed. They were proposed, by the way. They just weren’t agreed. And the reason still has validity as a sentiment today. Greater political integration is indeed inevitable. But any new political union has to balance more carefully than ever before, the nation state and EU integration. This is the hardy perennial of debates over European political union. But now the union proposed for economic decision making reaches right into the heart of decisions normally reserved for national Governments and Parliaments. Though the British are often standard bearers of the nation state side of this debate, it is clear many march behind that standard. There is a reason for the referendum results in France and the Netherlands in 2005 and it wasn’t just domestic politics overshadowing a European decision.

This has always been the dilemma facing the politics of the EU. People feel far closer to national Governments and Parliaments. In the minds of the people, there is no plainly unified, homogenous polity in the way there is, for example, in the USA. Yet as Europe integrates, there opens up a democratic deficit – namely the gap between the importance of the European-wide decisions and the accountability of the European institutions making them. Hence there is the drive toward more Europe wide democracy at present formulated in extra powers for the European Parliament.

Here is the dilemma. Though in theory, as Europe integrates, people should demand more Europe-wide democracy, in practice, because they still feel a far closer affinity to national democracy, they don’t. The Europe political elite does. But the people often don’t. The danger is that the more we talk of “bringing Europe closer to the people”, the more “the people” feel alienated from it.

The dilemma is deepened by another factor. As the EU has grown in numbers and as the complexity of decisions necessary for things like the single market has intensified, so, for reasons of efficacy, Europe needs to have institutions that can rise above any one individual national interest. It is why despite UK objections, more majority voting in some areas can be justified, is even essential to make Europe work. Without it, we can get paralysis when we need movement.

On the other hand take an area like a common defence policy – launched by the UK and France in 1998. Here there was acceptance that it should be done at a Europe Council level rather than through the Commission.

So designing this new union will be very difficult. Let me make a few quick reflections. A Europe wide election for the Presidency of the Commission or Council is the most direct way to involve the public. An election for a big post held by one person – this people can understand. The problem with the European Parliament is that though clearly democratically elected, my experience is people don’t feel close to their MEP’s. This could change but only if the European Parliament and National parliaments interact far more closely.

Relegating the European Council to a side show would be a mistake. Even Eurozone members will look to their own Governments first. But there are a myriad of ways of making the Council more open and its relationship with Commission more transparent. There could even be more explicit links between the European Parliament and the Council.

We should also ask what political union really means. It doesn’t mean simply a set of institutional common bonds. It means also that in the minds of the people of Europe, there is a close connection between them. This can’t be legislated for. It has to be nurtured, culturally and socially as well as politically.

One thing I am certain of: Europe will mean more to people and be supported more by them if Europe re-focusses on practical issues that improve their lives in tangible ways. They understand the need for European action on jobs, on trade, on making the financial sector work for their interests not against them; on common energy policy; a common struggle against illegal immigration and organised crime; even on common defence in a world of increasing security risks and declining defence budgets. I think they could be persuaded to understand the sense of common co-operation on higher education, on science and research on a much bigger scale than present efforts; and likewise with art and culture. If this were combined with a sensible push for subsidiarity, this could amount to a package that would work.

So the balance will need to be struck. If not, then the whole project risks failure. I can’t see any new political settlement being acceptable without direct popular consent through referendums. So imagine this scenario. Suppose we find the will finally to resolve the Eurozone crisis. Suppose we agree the major future steps of integration for European economic decisions as part of that resolution. Suppose we then push forward to a new framework of political union as a necessary part of economic integration. At this point, we need to be reasonably confident the political union will gain consent. Otherwise we will find ourselves with referendums lost and back in crisis – this time with no clear way out.

I would like to make one final point amidst all this anxiety about crisis. The present situation is the most serious to have faced the EU since its inception. And as we speak, the crisis persists. But even so, we should recognise that the underlying, profound rationale for Europe and its union is stronger than ever. This is a point I will make to a British audience in a speech in a few weeks’ time. Ultra Euro-sceptics – by which I mean those essentially in opposition to the whole Europe project – are on the wrong side of history. The 21st Century case for Europe is based not on war or peace but on power or irrelevance. A 21st Century with China and India that in time, as GDP and population size realign, will become vast economic and political powers; with Brazil and Russia behind; a country like Indonesia with a population three times that of Germany; nations like Mexico, Pakistan, Nigeria and Vietnam all bigger than any European nation; in this new 21st Century geo politics, Europe carries weight, multiplies opportunity and makes sense for its individual nations.

In its essence Europe is the right idea, at the right moment of time and in the right geographical space between East and West.

Our challenge now, is, after the crisis, to make out of that good idea a better reality.Immagine

Esproprio di democrazia

Pubblicato: 19/10/2012 in Senza categoria
Tag:, , ,

Con l’annullamento delle alternative e gli acronimi come Esm ed Efsf le autorità europee stanno togliendo ogni potere ai cittadini. Ma i popoli del continente non cederanno senza opporre resistenza.

Hans Magnus Enzensberger
La crisi? Ma quale crisi? Caffè, bar e locali sono sempre pieni, i turisti si accalcano negli aeroporti tedeschi, ci parlano di esportazioni record e disoccupazione in calo. La gente segue sbadigliando i vertici politici settimanali e gli scontri complicati degli esperti. Tutto sembra svolgersi in una sorta di terra di nessuno retorica piena di discorsi ufficiali incomprensibili, che non hanno nulla a che vedere con quella che chiamiamo la vita reale.

A quanto pare nessuno o quasi si rende conto che da qualche tempo i paesi europei non sono più guidati da istituzioni che godono di una legittimità democratica, ma da un sfilza di sigle che le hanno sostituite: l’Efsf, l’Esm, la Bce, l’Abe, l’Fmi e così via. Bisogna essere un esperto per districarsi in tutte queste sigle.

Inoltre solo gli iniziati riescono a comprendere chi fa che cosa e come all’interno della Commissione europea e dell’Eurogruppo. Tutti questi organismi hanno la caratteristica comune di non figurare nella costituzione di alcuno stato e di non associare gli elettori ai loro processi decisionali.

L’indifferenza con cui gli abitanti del nostro piccolo continente accettano di essere privati del loro potere politico fa rabbrividire. Forse questo è dovuto al fatto che si tratta di una novità storica. Al contrario delle rivoluzioni, dei colpi di stato e dei golpe militari di cui la storia europea di certo non manca, questa spoliazione si compie nella massima discrezione. Tutto si svolge pacificamente dietro porte chiuse.

Che i trattati non siano rispettati non sembra ormai stupire più nessuno. Le regole esistenti, come il principio di sussidiarietà stabilito dal trattato di Roma o la clausola di “non salvataggio finanziario” del trattato di Maastricht, vengono tranquillamente ignorate. Il principio pacta sunt servanda [i patti devono essere rispettati] sembra uno slogan vuoto fatto da qualche giurista pignolo dell’antichità.

L’abolizione dello stato di diritto diventa evidente nel trattato che stabilisce l’Esm (Meccanismo europeo di stabilità). Le decisioni dei pesi massimi di questa “società di salvataggio” prendono immediatamente effetto nel diritto internazionale e non sono sottoposti all’approvazione dei parlamenti nazionali. Come succedeva spesso sotto i vecchi regimi coloniali, si nominano “governatori” che non devono rendere conto all’opinione pubblica e che sono tenuti al segreto. Questo fa pensare a quell’omertà che figura nei codici d’onore della mafia. I nostri “padrini” sono dispensati da qualunque controllo giudiziario o legale. E godono di un privilegio che non possiede neanche il capo della Camorra, l’assoluta immunità penale (conformemente agli articoli 32 e 35 del trattato che istituisce l’Esm).

Così la spoliazione politica del cittadino è assoluta. Una spoliazione che è cominciata molto prima, con l’introduzione dell’euro o ancora prima. Questa moneta è il frutto di accordi politici che non hanno tenuto in alcun conto le condizioni economiche necessarie all’organizzazione di un progetto del genere.

Ma invece di riconoscere e correggere le malformazioni congenite della loro creazione, il “regime dei salvatori” insiste sulla necessità di seguire a ogni costo la tabella di marcia prestabilita. Proclamare in continuazione che non abbiamo “altra scelta”, significa negare il rischio di esplosione provocato dall’accentuarsi delle disparità fra gli stati membri. Già da diversi anni le conseguenze di questa situazione si stanno profilando all’orizzonte: la divisione al posto dell’integrazione, il risentimento, l’animosità e i rimproveri reciproci invece della concertazione.

“Se l’euro affonda, affonda anche l’Europa”. Questo stupido slogan dovrebbe unire un continente di mezzo miliardo di persone in favore dell’iniziativa rischiosa di una classe politica isolata, come se duemila anni fossero solo un’inezia di fronte a una moneta appena inventata.

Addio sussidiarietà

La “crisi dell’euro” dimostra che questa non si fermerà alla spoliazione politica dei cittadini, la sua logica conseguenza è la spoliazione economica. Bisogna andare là dove si pagano i costi economici per comprendere cosa questo significa. La gente di Madrid o di Atene scende in piazza solo quando non ha letteralmente altra scelta. E questo non mancherà di verificarsi anche in altre regioni del continente.

Poco importa quali metafore adotti la classe politica, che le sue nuove creature vengano definite con nomi come Esm, bazooka, Grande Berta, eurobond, unione di bilancio, unione bancaria, mutualizzazione del debito – i popoli, quando si metterà mano nelle loro tasche, usciranno dalla loro letargia politica. Già adesso si rendono conto che prima o poi dovranno pagare per i danni provocati dai salvatori dell’euro.

Per uscire da questa trappola nessuna soluzione semplice si profila all’orizzonte. Finora tutte le opzioni prudentemente evocate sono state respinte con successo. L’idea di un’Europa a diverse velocità si è persa per strada. Le clausole di uscita suggerite a mezza bocca non hanno mai trovato posto nei trattati. Di fatto la politica europea ha calpestato il principio di sussidiarietà, un’idea troppo bella per essere presa sul serio. Questo termine barbaro non significa altro che dal livello comunale a quello regionale, dagli stati nazione alle istituzioni europee, deve essere sempre l’istanza più vicina ai cittadini che gestisce quello che rientra nel suo campo di competenza, e che i livelli superiori devono ereditare solo le competenze regolamentari che non possono essere assicurate altrove. Ma tutto ciò è rimasto solo una pia illusione e la storia dell’Europa ne è una prova.

L’orizzonte quindi sembra bloccato. Un periodo fausto per le Cassandre che non profetizzano solo il crollo del sistema bancario e la bancarotta di stati pieni di debiti, ma addirittura la fine del mondo! Ma questi indovini, come la maggior parte dei profeti di sventura, si sfregano le mani un po’ troppo rapidamente, perché i 500 milioni di europei non capitoleranno senza aver opposto resistenza.

Questo continente ha già provocato, attraversato e superato conflitti molto diversi e molto più sanguinosi della crisi attuale. Uscire dalle difficoltà attuali, nella quale ci hanno rinchiuso gli apostoli della nostra salvaguardia, avrà un costo e non sarà fatto senza contrasti e senza tagli dolorosi. In questa situazione il peggiore consigliere è il panico, e chi prevede per l’Europa un ultimo canto del cigno ne sottovaluta le forze. Antonio Gramsci ci ha lasciato questa massima: “Al pessimismo dell’intelligenza bisogna contrapporre l’ottimismo della volontà”.