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Il fallimento di uno Stato sul proprio debito sovrano nell’Eurozona deve essere possibile per assicurare una disciplina di mercato”. E’ questa l’opinione di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere della BCE secondo quanto riferisce il Sole 24 Ore.
“Nel lungo termine – ha detto ad un convegno monetario organizzato dalla Banca di Francia – dobbiamo assicurare che sia possibile il fallimento di uno Stato. La possibilità di un “default” è un elemento chiave per la disciplina di mercato. E’ per questa ragione, ha continuato Weidmann, che l’Eurozona sta lavorando sulla regolamentazione finanziaria e per la creazione dell’unione bancaria che spezzerà il legame tra le banche e il debito sovrano del proprio Paese”.
Le clamorose dichiarazioni del capo della Banca centrale tedesca nel giorno in cui l’ andamento dei mercati segnala che si sta ritracciando tutto, sono due PROVE DEL NOVE su quanto Giulio Tremonti prevedeva solo lunedì scorso in un’intervista al Corriere della Sera che pubblichiamo oggi, mentre va in edicola il nuovo numero dell’Economist dal titolo beffardo “I Sonnambuli” con i leader europei che camminano sull’orlo del baratro. (leggi l’editoriale cliccando il titolo ed entrando nel sito della Critica Sociale)

L’intervista è accompagnata da ampia scheda di proposte per una svolta che metta in sicurezza il nostro Paese.
Tremonti nell’intervista metteva in guardia dal pericolo dello scoppio della bolla di liquidità e puntava il dito sul programma Bail-in per il quale in caso di crisi del debito, non saranno più gli Stati, ormai esausti, a pagare (vedi vignetta dell’Economist), ma direttamente i correntisti e i risparmiatori (vedi Cipro).

Weidmann ne spiega senza peli sulla lingua la filosofia sottostante: separando Stati dalle Banche i primi potranno falllire, tanto i soldl li metterano i clienti degli Istituti.

Una nostra notazione: un linguaggio simile che prevede il fallimento di uno Stato, di solito si usa nelle guerre. E questa ha tutte le caratteristiche di una guerra: distruzione delle risorse, della capacità produttiva e degli spazi commerciali dell’avversario, dove la disciplina di mercato è la base dell’armistizio scritto nel quartier generale della potenza vincitrice. L’arma? il credit-crunch per famiglie e imprese. I vertici europei? Utili come Monaco 1938

Nelle foto:

Sopra: la copertine dell’inserto speciale dell’Economist con le macerie degli Stati sotto la vittoria del Toro del Mercati.

Sotto: la copetrina dell’ultimo numero del settimanale inglese: I SONNAMBULI. Angela Merkel in testa ad un drappello con Hollande, Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla sua sinistra Draghi, Letta e Samaras alla sua destra: tutti in marcia verso lo strapiombo. Titolo: “The sleepwalkers” (i sonnambuli, appunto). Sottotitolo: in attesa di un disastro europeo.

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THE SLEEPWALKERS – I SONNAMBULI (dall’Economist del 24 maggio)

“Un gruppo di sonnambuli che cammina ignaro verso il precipizio. È così chel’Economist vede i leader europei, da Angela Merkel ad Enrico Letta. “Forse non ve ne siete accordi – si legge nell’editoriale – ma questa settimana c’è stato un summit dell’Unione Europea”. Un meeting – nella lettura del settimanale finanziario – tra sonnambuli, che invece di affrontare il burrone verso cui si sta dirigendo l’Ue preferiscono raccontarsi la favola di una crisi già relegata al passato.

I leader europei – argomenta l’Economist – sembrano essersi dimenticati della crisi, e già non si parla più di dissoluzione dell’euro. In realtà, stanno marciando come sonnambuli verso l’orlo del precipizio. È il senso della copertina dell’ Economist in edicola oggi, che mostra Angela Merkel in testa ad un drappello con Hollande, Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla sua sinistra e Draghi, Letta e Samaras alla sua destra: tutti in marcia verso lo strapiombo. Titolo: “The sleepwalkers” (i sonnambuli, appunto). Sottotitolo: in attesa di un disastro europeo.

Nell’editoriale del settimanale economico britannico si osserva che in generale “la somma dell’indebitamento di governi, privati e imprese è ancora eccessivo”, che “le banche sono sottocapitalizzate e gli investitori internazionali si preoccupano per le perdite ancora da determinare” e che se anche “gli interessi sono bassi, le aziende dell’Europa del sud soffrono per una crudele stretta creditizia”.

L’Economist scrive anche che “i mercati finanziari sono stati anestetizzati da quando Mario Draghi ha promesso ‘di fare qualsiasi cosa serva’ per proteggere l’euro del collasso” e che la mossa del presidente della Bce ha dato sia tempo che mezzi per combattere la speculazione. Ma al contrario i leader politici non riescono a trovare una via di uscita per “riforme ordinate”.

“E se i leader dell’eurozona inciampassero? Come il Giappone – conclude l’Economist – l’Europa sarà in ombra per gli anni a venire. Il costo sarà misurato in termini di disillusione, comunità sociali arrugginite e vite sprecate. Ma a differenza del Giappone, l’Eurozona non ha coesione. Per tutto il tempo che stagnazione e recessione stresseranno la democrazia, l’eurozona rischia un fatale rigetto popolare. Se i sonnambuli tengono alla loro valuta e alla loro gente, devono svegliarsi”.

“Qualcuno chiami un’ambulanza per sonnambuli”, invoca l’Economist. Il Prodotto Interno Lordo dell’Eurozona continua a restringersi, e il turbamento si sta espandendo anche a paesi chiave come la Finlandia e l’Olanda. Le vendite al dettaglio stanno calando. La disoccupazione, superiore al 12%, è un record, basti pensare chepiù di una persona su quattro in Spagna è senza lavoro. Nonostante i tagli alla spesa, i deficit restano persistenti e alti. Di fronte a un quadro così grave – osserva l’Economist – la calma ostentata a Bruxelles è un segno non tanto di convalescenza, quanto piuttosto di decadenza.

“Per il bene di tutti – si legge ancora nell’editoriale – i leader europei devono scuotersi dal loro letargo. Devono capire che se non agiscono, l’Eurozona rischia di andare in pezzi”. “Dopo anni di crisi, la lista delle cose da fare è chiara”. Il compito più urgente – sostiene l’Economist – consiste nel troncare il legame tra banche e governi troppo deboli per supportarle. Era questo lo scopo dell’unione bancaria approvata lo scorso anno. Ora che la pressione si è allentata, però, l’unione si è ritrovata intrappolata in una serie di tecnicismi. “Questo ritardo è altamente dannoso”, avverte l’Economist. “Le banche europee hanno bisogno di fondi con qualsiasi strumento. L’America ha recuperato prima dell’Europa non solo perché è stata meno austera, ma anche perché ha riorganizzato le sue banche in maniera tale che potessero fare di nuovo dei prestiti”.

L’immobilità dei “sonnambuli” non deriva certo dalla mancanza di cose da fare, prosegue l’editoriale, quanto piuttosto dalla mancanza della “volontà” di farle. L’Economist individua almeno due ragioni per questo immobilismo. Da un lato le elezioni di settembre in Germania. Dall’altro, il risentimento diffuso degli elettori europei verso i propri politici in generale e l’Unione europea in particolare. Spendersi per l’Ue, insomma, non sembra convenire troppo ai leader europei, che però così rischiano di piombare, bellamente, giù dal burrone”.

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Nacque per condivisione dei debiti tra gli Stati pre-unitari: una lezione per l’Europa

Il 24 agosto 1862, con la firma da parte di Vittorio Emanuele della legge n. 788 sull’unificazione monetaria, la lira italiana ebbe corso legale e sostituì tutte le altre monete circolanti nei vari stati preunitari, unendo così l’Italia anche dal punto di vista economico”.
A presentare la legge fu il bolognese Gioacchino Napoleone Pepoli, Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, che nella relazione alla Camera – come troviamo sul Corriere della Sera del 3 luglio 2010 – sottolineò che “la moneta, mentre corre nelle mani di tutti come segno ed equivalente di ogni valore è pure il monumento più popolare, più costante e più universale che rappresenti l’unità della nazione”.

Già l’anno precedente, per la verità, il corso legale della lira era stato esteso, con decreto del 17 luglio 1861, a tutto il territorio del Regno dei Savoia, pur mantenendo la validità anche delle altre monete degli stati preunitari. Curiosamente, la prima moneta espressamente denominata “una lira italiana” non era stata però emessa in territorio piemontese, bensì nel dicembre 1859 ad opera del governo provvisorio della Toscana.