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One party for one nation

Pubblicato: 20/10/2012 in review
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di Ed Miliband
dal discorso alla Conference di Manchester
  

È fantastico essere qui nella Manchester laburista. Sapete che conservo un ricordo speciale di Manchester, perché è qui che due anni fa sono stato eletto leader di questo partito. Sono più vecchio – a dire il vero mi sento molto più vecchio – spero di essere un po’ più saggio, ma sono più orgoglioso che mai di essere il leader del partito laburista. […] Oggi vorrei raccontarvi la mia storia, chi sono, quello in cui credo, e perché credo fortemente che insieme possiamo cambiare questa storia. È una convinzione radicata nella vicenda della mia famiglia, una vicenda che comincia a mille miglia da qui perché negli ultimi cinquecento anni i Miliband non sono mai potuti restare seduti sotto la stessa quercia. Entrambi i miei genitori sono arrivati in Gran Bretagna da immigrati, profughi ebrei del nazismo. Non potrei essere qui su questo palco, oggi, senza la compassione e la tolleranza del nostro grande paese, la Gran Bretagna.
Sono nato nell’ospedale pubblico più vicino a casa, lo stesso dove sarebbero nati i miei due figli. Sono andato alla scuola del mio quartiere, con ragazzi di tutte le estrazioni. […] La Gran Bretagna ha regalato alla mia famiglia una cosa che i miei genitori non hanno avuto: un’infanzia tranquilla e sicura. I miei genitori non parlavano molto delle loro vite: era troppo doloroso, la sofferenza per le persone perdute, il senso di colpa dei sopravvissuti. Ma credo che la loro esperienza li abbia portati a crescere me e David in modo diverso, proprio perché hanno dovuto lottare per la sopravvivenza stessa ci hanno insegnato il dovere di alleviare le sofferenze altrui. […]
È questa educazione che mi reso ciò che sono: un uomo di fede, non una fede religiosa, ma pur sempre una fede. Una fede – penso – che anche molte persone religiose riconoscono. La mia fede è questa: credo che abbiamo il dovere di lasciare il mondo un po’ meglio di come l’abbiamo trovato. Credo che non possiamo limitarci a scuotere le spalle di fronte alle ingiustizie, dicendo “il mondo è fatto così”, e credo che se ci mettiamo insieme come persone possiamo superare qualsiasi difficoltà. […]
Vorrei parlare a tutte quelle persone che hanno sempre pensato di essere benestanti, e che oggi faticano a far quadrare i conti. Oggi chiedono: perché se il prezzo del petrolio sale la benzina diventa più cara, ma se il prezzo scende la benzina costa sempre lo stesso? Perché le bollette continuano ad aumentare? Perché le ferrovie privatizzate possono fare centinaia di migliaia di dollari di profitti mentre i prezzi dei biglietti salgono del 10 per cento ogni anno? […] C’è un problema serio su come questo paese viene mandato avanti e chi prospera al suo interno: certe regole per chi sta al vertice, altre per tutti gli altri. Due nazioni, non una sola. Vorrei dire a quelle persone che non è questa la Gran Bretagna in cui credete voi, non è questa la Gran Bretagna in cui credo io, non è questa la Gran Bretagna che piace a questo partito. […]
Centoquaranta anni fa, centoquaranta anni proprio quest’anno, un altro leader dell’opposizione fece un discorso. Era alla Free Trade Hall, che stava di fronte a questo palazzo. Si chiamava Benjamin Disraeli, era un conservatore – ma non lasciatevi confondere da questa cosa (risate dal pubblico, ndr). Gli ci vollero tre ore per fare il suo discorso e si bevve due bottiglie di brandy. Davvero! Tranquilli, tranquilli: so che un discorso così lungo vi ucciderebbe – e le due bottiglie ucciderebbero me. Ma dobbiamo ricordare quello per cui Disraeli fu acclamato: era una vision della Gran Bretagna. Una vision in cui patriottismo, lealtà, fedeltà alla causa comune scorre nelle vene di tutti e nessuno si sente lasciato fuori. Una vision della Gran Bretagna che fa gruppo per superare le sfide che affrontiamo. Disraeli la chiamò «One Nation», una nazione. Riascoltammo questa frase quando il paese si unì per sconfiggere il fascismo, e la udimmo ancora quando il governo laburista di Clement Attlee ricostruì il paese dopo la guerra. […] Ogni volta che la Gran Bretagna ha affrontato le sfide più gravi, abbiamo superato la tempesta perché siamo una nazione sola. Ma spesso i governi si sono dimenticati quella lezione. […]
La grande domanda di oggi è: chi può renderci “una nazione”? Chi può unire la Gran Bretagna? Forse i tory? (La platea risponde di no, ndr). Vi spiego perché. Voglio parlare direttamente a quelli che hanno votato per David Cameron alle ultime elezioni: capisco perché lo avete fatto, capisco perché avete bocciato l’ultimo governo laburista. Il governo attuale è andato al potere in tempi difficili, mentre il paese faceva ancora i conti con la crisi finanziaria. Capisco perché avete dato a Cameron il beneficio del dubbio. […] Ma che dire del debito pubblico? Il debito, la loro priorità numero uno. Quest’anno il debito sta crescendo, non diminuendo. E non perché non ci siano stati sacrifici e aumenti delle tasse e tagli che colpiscono tutte le famiglie, non perché non abbiano provato a tagliare il debito, non perché i servizi ai cittadini stiano migliorando. Ma perché se si impedisce all’economia di crescere più persone restano disoccupate e chiedono sussidi, le imprese faticano e pagano meno tasse, e come risultato il debito aumenta. Debito che non serve a investire su scuole, ospedali, trasporti ed educazione, ma debito speso per tenere la gente a casa. […] Quando David Cameron vi dice “tirate avanti e aspettate che succeda qualcosa”, non dategli retta. I vostri sgravi fiscali vengono tagliati perché il governo dice di non poterseli permettere. Vostra mamma e vostro papà non hanno l’assistenza che gli serve perché il governo dice di non potersela permettere. Ma ci sono cose che il governo può permettersi. Cosa hanno scelto come loro priorità? Un taglio delle tasse per i milionari. Ad aprile, Cameron strapperà un assegno da quarantamila sterline per ogni milionario di questo paese. Nel frattempo, ad aprile saliranno le tasse per i pensionati. Noi – il Labour e il paese – sappiamo che questo è sbagliato. […]
Nella one nation il Labour non può tornare all’Old Labour. Dobbiamo essere il partito del settore privato tanto quanto del settore pubblico. Il partito delle piccole imprese che combattono con la crisi e quello delle famiglie che combattono coi tagli. Il partito del nord e quello del sud. Il partito della classe media in difficoltà e dei poveri. Questo partito non ha futuro come partito di uno solo degli interessi di questo paese. E dobbiamo andare oltre il New Labour. Perché il New Labour, nonostante le sue grandi conquiste, è stato silenzioso nei confronti delle responsabilità di quelli che stavano ai piani alti e troppo timido sulle responsabilità di chi stava al potere. Nella one nation, le responsabilità si spartiscono fino al livello più alto della società. […]
La prima questione è risolvere il problema delle banche. Risolverlo una volta per tutte. Non solo prevenire una nuova crisi, ma fare quello che non è mai stato fatto: fargli pagare il loro posto nel mondo. Le banche devono essere al servizio del paese. […]

Ci serve un sistema scolastico per i giovani. Pensate a un quattordicenne poco portato per lo studio. Quel ragazzo non può permettersi di farsi strada senza un titolo di studio, né può permetterselo il paese. E non possiamo neppure mandarlo a lavorare, perché lo perderemmo per strada anche così. Dobbiamo puntare l’attenzione su quel 50 per cento dimenticato che non va all’università. Ecco la scelta che vogliamo offrire a quei ragazzi: inglese e matematica fino a diciott’anni, perché il rigore dei curriculum è necessario. Ma anche esperienza coi datori di lavoro, che culmini a diciott’anni, un nuovo titolo di studio professionale, un nuovo diploma tecnico. L’istruzione professionale non può essere di seconda classe. Solo un datore di lavoro su tre offre programmi di apprendistato, e nel settore pubblico la situazione è molto, molto peggiore. Anche questo è compito del prossimo governo laburista. […]
Per essere un’economia da one nation, dobbiamo rendere la vita più facile per i produttori e più difficile per i predatori. […] Le aziende in Gran Bretagna possono venir comprate e vendute in modo molto più facile che in altri paesi. Sapete che quando si avvia la vendita di un’azienda gli speculatori e gli hedge fund si fanno avanti annusando profitti facili. Non agiscono nell’interesse delle aziende, o della nazione, intervengono solo per il soldo facile. È sbagliato e lo cambieremo. […]
Sono enormemente fiero di essere figlio di immigrati, nella Gran Bretagna multietnica che ci ha fatto vincere la candidatura per le Olimpiadi. Ma sull’immigrazione il mio approccio sarà diverso sia dai governi laburisti del passato sia dal governo conservatore. Abbiamo bisogno di una gestione sicura delle frontiere, ma il cambiamento vero deve essere nel modo in cui funziona la nostra economia. L’immigrazione porta benefici economici enormi. Ma non quando viene usata per indebolire i lavoratori che sono già qui e per sfruttare quelli che arrivano. L’ultimo governo laburista non ha fatto abbastanza per affrontare questi problemi, i tory non lo faranno mai. Per questo il prossimo governo Labour attuerà un giro di vite sui datori di lavoro che non pagano il salario minimo agli immigrati. […]
E poi non c’è settore più importante del nostro sistema sanitario nazionale. La cosa bella dei nostri ospedali è che non devi entrare con la carta di credito in mano. E credo che i tory abbiano mostrato, con questo governo, che questa cosa loro non la capiscono. […] Lo dirò con chiarezza. Il prossimo governo laburista la farà finita con l’esperimento del libero mercato e rimetterà i principi giusti al cuore del sistema sanitario.
Ecco, amici. Questo è ciò che voglio. Questo è ciò che sono. Questo è ciò che credo. È la mia fede. […] Faccio la domanda un’altra volta. Chi, in questa generazione, può ricostruire il futuro della Gran Bretagna? Amici, tocca a noi. Tocca al partito laburista, come è toccato alle precedenti generazioni di pionieri laburisti, di lasciare il paese in una situazione migliore di quella in cui l’abbiamo trovato. Non fare mai spallucce di fronte all’ingiustizia, dicendo “il mondo è fatto così”. Mettersi insieme, lavorare insieme come paese. Non è un sogno impossibile. Lo abbiamo ascoltato, lo abbiamo visto, lo abbiamo sentito. Questa è la mia fede. Una nazione, un paese per tutti, ciascuno che fa il suo. Una Gran Bretagna da ricostruire insieme. Grazie mille.
Ed Miliband

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