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Luciano Cagnata (consulente aziendale di Manova)

Per Stefano Carluccio
Via Mail
Li, 1 luglio 2013

Parliamo di due fratelli. Due ragazzoni fra i 40 ed i 50 anni di età, piccoli imprenditori veneti fattisi da soli. Ben assortiti in quanto uno portato a vendere e l’altro a gestire la produzione. Dividendosi i compiti, nell’arco di una quindicina di anni di attività in proprio, sono passati dal sottoscala ad un modesto piccolo immobile in affitto ad un immobile in leasing di oltre cinquemila metri quadrati di dimensione attrezzato con macchine moderne con una grande capacità produttiva nel settore della lavorazione del tubo in acciaio. La loro crescita è stata costante ed ininterrotta fino alla seconda metà del 2008. Poi, con lo scoppio della crisi della finanza globale è successo il finimondo. Se ne sono andate l’85% delle commesse. Un disastro ingestibile in quanto l’azienda era, chiaramente affidata per il livello raggiunto e per gli investimenti effettuati. Hanno lavorato duramente ad una riconversione per passare dalle grandi serie che non esistevano più, o, per lo meno, non erano più concorrenziali produrre da noi, ai piccoli numeri. Ai lavori di nicchia. In questo percorso hanno avuto periodi di successo ed altri meno. Hanno, soprattutto, cercato di trovare un prodotto proprio, passando da conto terzisti a venditori in proprio. Grazie a queste iniziative sono riusciti a restare aggrappati al loro sogno di fare gli imprenditori. Imparando anche le lezioni avute. Nel senso che, le produzioni delle nuove attività avviate, le hanno distribuite a terzi, per avere costi certi e flessibilità produttiva. Inoltre, si tratta di produzioni in settori totalmente diversi da quello storico. Con alti e bassi, ma riuscendo a recuperare redditività, hanno vissuto i quattro anni successivi. Dei 40 dipendenti, solo una decina sono stabilmente rientrati, mentre gli altri sono tuttora, e per fortuna, fino a fine 2013, in CIG in Deroga. Ma non hanno smesso di cercare il lavoro perduto. La scoperta stata l’impossibilità a competere sulle grandi commesse in quanto i nostri costi di produzione non sono competitivi rispetto a quelli esistenti in altri Paesi, anche vicini. Il costo dell’energia è fra il 30 ed il 50% più alto nel nostro Paese. Le imposte sul reddito incidono oltre il 75%, mentre, fuori le nostre mura, vanno dal 15 al 30% massimo. Ciò significa che loro producono utili che reinvestono, mentre noi, nelle situazioni migliori, possiamo pensare a sopravvivere. A mungere le aziende finché si può. Sapendo che le si accompagna verso la fine ineluttabile. Ho un cliente che viene da famiglia industriale storica italiana. Su 660 mila euro di utile, ante imposte, ne paga oltre 550 di imposte, appunto. Nel ventennio che va dal 1988 al 2008, ha mediamente investito oltre un milione di euro l’anno (con un fatturato medio di 15 milioni di euro). Oggi non investe più un euro, ma la sua azienda, che era punto di riferimento del settore a livello nazionale, è destinata a finire, fra pochi anni.
Ma torniamo ai nostri giovani veneti. In cerca di opportunità, si sono imbattuti in quelle associazioni che stanno cercando di portarci via le piccole e medie imprese. Avendo politici capaci, sanno benissimo che la crescita che costa di più è quella che si fa per acquisizione. Costa meno crescere acquistando aziende che creandole. Anche se le paghi bene. Per questo destinano somme per portarci via le aziende. Offrono loro i capitali per acquistare, con società residenti nei loro Paesi, rami d’aziende che abbiano capacità produttiva. Gli hanno offerto un capannone in affitto ed un finanziamento per acquistare i macchinari della loro azienda veneta. Quelli del ramo d’azienda che occupa 40 persone. Gli hanno fatto il piano industriale e procurato rapporti commerciali per riprendere a produrre in gran quantità, essendo tornati competitivi.
Ne hanno parlato fra loro e con i loro principali collaboratori, ed, alla fine, hanno deciso di andare. Il fratello specializzato nella produzione ha anticipato le proprie ferie estive con la famiglia ed oggi sta organizzando la carovana. Si perché, assieme a loro, fanno trasloco anche una quindicina di famiglie di dipendenti. Che non ne possono più di vivere di CIGS e di qualche lavoro in nero. In Italia resterà, per il momento, la nuova attività che non occupa mano d’opera diretta in quanto prende i prodotti da fuori casa. In futuro si vedrà. Perché , una volta che si è messo un piede in altro Paese, se Ti trovi bene, non si sa mai. Così, i Paesi vicini, come la Serbia, in questo caso, ma la Croazia, la Slovenia e la stessa Austria, ci stanno portando via la vera ricchezza. Che è data dalla voglia di creare impresa dei cittadini del Nord Est, che non hanno uguali al mondo. Che ha creato un’area ricca, con una ricchezza molto distribuita e con un benessere diffuso. Quel modello di sviluppo che non riesce a trovare una forza politica che ne comprenda l’enorme valore. Economico ed umano. Un modello di sviluppo che coniuga il capitale finanziario con quello umano. Una frontiera di difendere con le unghie e con i denti dall’attacco del grande capitalismo finanziario che considera ricchezza il solo possesso dei soldi. Un modello che speravo si fosse auto distrutto con la crisi del 2008, ma che, invece, si sta riproducendo e ricreando con ancora maggiore vigore. Basti guardare alla borsa americana, laddove i valori dei titoli sono ancora mostruosamente alti e completamenti avulsi dai valori veri e reali. I nostri politici, da Monti in avanti, hanno tutti operato contro questo modello, creando i presupposti per la fuga delle imprese.

un saluto, Luciano

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Per Margherita Boniver, deputato del Pdl e Presidente del Comitato Schengen, “urge un’inversione di rotta di stampo neokeynesiana. Il sostegno al Governo tecnico è stato ed è una scelta consapevole, ma il programma dei moderati deve perseguire l’interesse nazionale”. Ha perfettamente ragione. Ci sono due asset a nostra disposizione che nessuno spiega perché non si usino. 1 – Il nostro risparmio e la ricchezza ancora presente in Italia possono permettere di convertire le tasse sul debito in nuovo risparmio e meno morsa fiscale 2 – Possiamo ricomprare tutto quello che supera, ad esempio, i 200/250 punti di spread senza nuova richieste di prestiti ai mercati internazionali. Gli speculari sparirebbero dai nostri paraggi, perché svalutandoci non avrebbero fatto un buon affare con i nostri titoli nelle loro mani. Il sistema della “crisi-assedio al’Italia” ha bisogno che il valore del titolo italiano regga a spese dell’economia sociale del paese per obbligare a contrarre nuovi prestiti. In questo modo risparmi e aziende poco alla volta passano di mano, dagli italiani a mani straniere. Adottare misure anticicliche rispetto alla struttura della crisi è il cambio di passo che il governo dovrebbe compiere per la salvaguardia urgente dell’interesse nazionale. La crisi attuale non è altro che una crisi d’assedio con cui si toglie l’acqua e i viveri a chi si vuole sconfiggere. Questa e la situazione che va risolta. Perché non lo fa? Se questa inversione di rotta non si opera è perché il sistema di potere (in senso molto ampio) si è strutturato in modo squilibrato a favore di chi anche in Italia ha interessi divergenti all’interesse nazionale. Non comprenderlo è come esserne complici, e a poco vale il tono sommesso se non ad ipnotizzare, a far addormentare il paziente. Sotto questo profilo – voltando per un secondo lo sguardo- la cronaca scandalistica del ceto socio-politico della seconda repubblica è quella dei giochi al Colosseo: mentre il popolo gode del sangue versato, nelle case, non sorvegliate, sparisce l’argenteria di famiglia. Lo diciamo noi, figli della famigerata prima repubblica, al cui confronto la seconda è una greppia: i servi sono inutili, anzi servono che siano in pasto alle belve per distrarre con lo spettacolo dalla rapina vera, quella dai “toni sommessi”; e per perfezionare il tutto inoculando il siero di una sfiducia definitiva verso le istituzioni e la democrazia, così da avere campo libero sui conti correnti. In sostanza accade che la speculazione e la “Piccola Europa” dell’ex marco tedesco (oggi euro) sono da oltre un anno orientati verso l’Italia, perché in Italia ci sono più soldi veri che fuffa di prodotti finanziari derivati. E i sistemi bancari intossicati hanno necessità di soldi veri italiani per liberarsi della falsa moneta speculativa di cui sono pieni i loro forzieri. Se lo spread dovesse salire per una eventuale crisi di governo, come molti prevedono – quasi fosse una cosa automatica, inevitabile come una nevicata – ciò significherebbe una sola cosa: che il nesso tra speculazione e limitazione di sovranità diverrebbe di lampante evidenza. Tutti capirebbero, finalmente, che siamo davanti ad una crisi economica di natura politica, sia estera che interna, un ricatto anti-italiano con un uso politico del debito sovrano nazionale per impoverirci. Per un cambio del passo, serve partire tuttavia dalle basi materiali della forza del governo Monti: queste non stanno nell’aulico prestigio all’estero, ma nell’esigenza più concreta dei “nominati” al Parlamento – in ferie dal novembre scorso – di arrivare a fine carriera per la pensione. Esclusivamente per questo una salutare crisi di governo è un’ipotesi improbabile. A meno di un sussulto “etico-patriottico” della maggioranza dei deputati e dei senatori, prudentemente accompagnato – qui è il punto tattico della leva politica – dalla consapevolezza che alla pensione ci arriveranno lo stesso – non temano – con un governo di fine legislatura che cambi il passo alla politica italiana senza andare alle elezioni, ma che metta in sicurezza i rapporti con l’europa. Questo lo scambio che proponiamo tra rappresentanti e rappresentati: la pensione, ma cambiate governo. Serve un governo che metta in sicurezza l’Italia in Europa, ovvero: – che che metta i risparmi al riparo riacquistando il debito estero e pagandolo meglio agli italiani che ai mercati internazionali con lo sconto fiscale che lascia liquidità in cassa, – che interrompa il dissanguamento di futuro per i giovani cancellato dal chiedere nuovi prestiti per pagare i debiti e cancellato dalla inevitabile recessione interna, – che possa finalmente scoprire che se si toglie il cappio dal collo si può ridurre la pressione fiscale, riaprire il credito, creare i presupposti per uscire dalla recessione. E sconfiggere così il pericolo principale per la libertà politica del Paese: l’astensione della maggioranza degli elettori che sarebbe non anti-politica, ma molto peggio: disprezzo per la democrazia e resa senza condizioni alla vittoria di chi ha ben manovrato l’intreccio tra finanza e poteri politici stranieri.