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Come nel 1993: “stabilizzare” la tensione

L’attentato alla scuola Morvillo di Brindisi ha due contesti coincidenti: la ricorrenza dell’assassinio di Falcone (celebrato dalla programmata Cavorana della legalità che appare più che altro offrire un pretesto agli attentatori per depistare) e, più seria ma poco rilevata, la apertura del G8 negli Usa in cui si preannuncia uno spostamento di baricentro italiano – in un quadro di indebolimento della Merkel – sull’ asse USA-Francia-Gran Bretagna (la quale, ricordiamo, non firmò l’accordo del fiscal compact del duo Merkozy e mentre venne data per “isolata” dalla stampa italiana con miopia interessata o conformista, in realtà rompendo la notte del fiscal compact ruppe l’europa a guida Merkozy, scavando la fossa al presidente francese, schiacciandolo sulla Germania – e già con moglie italiana).

Le concomitanze coincidenti

1. L’Italia ora sembra “scelga di scegliere” dopo la prolungata incertezza di fronte al bivio tra la Germania che guarda ad est e gli Usa (perchè questa è la reale posizione di equilibrio geopolitico dell’Italia dopo il Muro, accentuata (e causa) dalla fine della Prima repubblica e succesivamente dall’ 11 settembre: “Atlantico o Eurasia?”. Un dilemma – trasversale agli schieramenti – che ha segnato gli anni del bipolarismo), uno spostamento d’asse verso la rinnovata triplice della “libertà del mare” (gli “alleati” della seconda guerra mondiale) in alternativa al polo centrale della “continuità nella terraferma”. E alla vigilia, Monti si presenta al vertice con il telefono che scotta e il suo Paese insanguinato da un attentato terroristico. “Terroristico”, una valutazione più ampia di “mafioso”.

L’Italia non ha un suo specifico ruolo di anello o di mediazione tra Francia e Germania, come la stampa italiana genuflessa e provinciale le attribuisce. Nè di ago della bilancia in Europa, frutto di titoli seduttori della stampa anglosassone.

2. Anche l’attentato al giudice Falcone fu qualcosa di più ampio di un attentato “mafioso”, fu un attentato terroristico, condotto come una operzione di guerra, che determinò il crollo nervoso del Parlamento e dei Partiti alla prese con una irrisolvibile elezione del Capo dello Stato, che il giorno dopo venne scelto in quanto presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, seconda carica dello Stato, al momento l’unica carica istituzionale disponibile per dare il segno di fronteggiare l’emergenza al Paese e tentare di chiudere la partita politica. Una partita non qualsiasi, ma decisiva, di fase, seconda per importanza strategica solo al centro-sinistra del 62 voluto da Kennedy quattro mesi prima del suo assassinio.

Una partita politica che rifletteva sia la nuova situazione europea senza l’URSS, ma – internamente – già interferita dai primi lampi di mani pulite. Era una corsa contro il tempo con una inchiesta che si preannunciava destabilizzante (da pochi però così percepita) ed un cambio di passo (la riconferma di Craxi a Palazzo Chigi col Pci che in attesa di cambiare nome si autodefiniva una “Cosa”, incerto sulla sua nuova identità) per creare le basi di un quadro politico nuovo, ma stabile, uno sbocco alla fine della centralità democristiana (rivendicata da De Mita), dopo il ciclo della guida socialista e laica degli anni 80. Ciclo inedito persino col centro sinistra degli anni 60 e che sembrava potesse aprire prospettive nuove di alternativa politica mai conosciute durante la guerra fredda.

L’attentato a Falcone taglia la strada a tutto questo e costringe i partiti e lo Stato sulla difensiva. Ma soprattutto il mazzo cambia di mano: d’ora in poi la partita la giocano la procura di Milano, col nuovo Presidente (il “deputato di Novara” del dossier sul tavolo di Borrelli) e l’ex Pci (al momento salvaguardato dalle inchieste giudiziarie, presente l’inviato speciale Usa a Roma, l’ambasciatore dei momenti di crisi, Reginald Bartholomew).

Gli attentati successivi del ’93 di Roma, Firenze e Milano, in realtà “stabilizzano” questa nuova situazione di sospensione della democrazia rapresentativa in attesa di un “nuovo regime” (la seconda repubblica) ed esattamente come accadde dopo Falcone, essi intimidiscono il “Parlamento degli inquisiti” che abbandona ogni residua resistenza, vota il suo suicidio con la nuova legge elettorale maggioritaria, e “pistola alla testa” si autoscioglie immediatamente dopo.

Il contesto interno, dal punto di vista politico, è simile al 1993, forse peggiore, perchè l’Italia è stata lasciata allo sbaraglio di fronte alla speculazione finanziaria, fino a ridurne la forza economica e, soprattutto, politica in modo assai più profondo della speculazione sulla lira del ’92. La crisi stavolta morde la carne della società stessa su cui si esplode anche la bomba contro la gioventù di Brindisi. L’attentao vuole mettere in una luce di fragilità l’Italia di fronte ai “grandi” tra cui siede al G8 statunitense, il primo ministro italiano. Una fragilità tutta politica, di cui la supplenza stessa durante la crisi di un governo divenuto “tecnico” per assenteismo dei partiti, ne è l’apice.

Le analogie

Le analogie della situazione interna col 1993 (vent’anni fa, nascendo la seconda repubblica sulle ceneri violentate della prima) sono

– la liquefazione dei partiti politici. Sorti per essere “bipolari”, i nuovi partiti sono oggi accatastati, senza governo e senza maggioranza degli elettori. La teoria del carisma ha lasciato le istituzioni repubblicane in mano al notabilato e ha allontanato il popolo dalle istituzioni rappresentative.

– le elezioni contestuali nel 2013 delle Camere e del nuovo Presidente della Republica, che oggi è l’unico caposaldo costituzionale che impedice all’intero sistema di crollare e ripiegarsi su se stesso soffocando chi è sotto, come un tendone che si afflosci.

Coincidenze politico-simboliche in un critico quadro economico-istituzionale, danno una lettura politica e non mafiosa della bomba di Brindisi. La criminalità potrebbe essere stata strumento, ma non è neppiure detto che questo sia avvenuto. La nafia cerca consenso nel territorio. Sono mani segrete che non lasciano impronte, probabilmente non italiane. Arabe?

Colpire i giovani meridionali è come gettare un fiammifero nella benzina sulla sponda opposta della “primavera araba”.

Ma poichè il riferimento è a Falcone, sembra essere anche un avvertimento a quanto potrebbe accadere al sistema politico, poichè la morte del giudice fu il punto di non ritorno della prima repubblica. L’attentato avviene dopo le elezioni test del 6 maggio che registrano la crisi di credibilità dei partiti a livelli ormai ingestibili.

Intrecciando queste osservazioni tra loro, in sostanza, l’anno che ci separa dalle elezioni politiche sarà un anno di destabilizzazione che mira alla conflittualità sociale e alla repressione, a un clima da guerra civile che inghiotta, paralizzandolo, uno Stato che si vuole sia percepito come “esigente” e “infedele”, non capace cioè di difendere la vita dei suoi cittadini, ma duro per far tornare conti i “europei”. La conflittualità sociale e la liquefazione istituzionale, sembra essere la profezia di Bridisi. Provocazione all’ interno, ma soprattutto messaggio internazionale.

I poteri forti hanno necessità di Stati deboli. Lo Stato è forte solo quando ha con sè una nazione convinta che la Repubblica – che lo Stato governa e amministra – sia come cosa propria. E questa percezione più che la crisi economico-finanziaria, l’ha fatta perdere la classe politica della seconda repubblica, il suo farsi notabilato imbelle.

Anche stavolta è una corsa con il tempo.

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