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L’omaggio della Critica Sociale a Morris Ghezzi una settimana dopo la sua morte, è voluto per coniugare le parole del suo ricordo con la ricorrenza del Primo Maggio.

Non solo perchè socialista.

In questa sfaccettatura, tra le numerose della sua personalità e intelligenza poliedrica, con noi ha fatto gruppo nella Direzione della Critica Soclale. Con noi ha ispirato il programma di ripresa dell’attività del Centro Internazionale di Brera, anch’egli sopportandone le vicissitudini, le difficoltà, la momentanea sconfitta e la felice ripresa di cui purtroppo non potrà godere nell’avvio imminente dei lavori di ristrutturazione e di adeguamento dei luoghi alla creatività libertaria e socialista di respiro internazionale nel cuore di Milano sin dagli anni 70. Di tutte le nuove attività, su cui i lavori si svilupperanno, Morris ha contribuito a mettere su carta forse le due principali: il Teatro Popolare e la Scuola di Politica.

L’attesa del Primo Maggio, per scrivere poche righe indispensabili per il tranquillo ricordo che ne abbiamo nell’animo, non si motiva con una semplice ragione di appartenenza politico-culturale. Sarebbe immiserire la fantasiosa precisione della mente di Morris.

Per comprendere meglio, riferisco di un colloquio su temi che esulavano completamente dal contesto in cui ci trovavamo, seduti in un bar di fronte alla sede della Lega durante la campagna elettorale per le politiche con la lista di Giulio Tremonti.

Notando, da parte mia, la sua costante imperturbabilità, ne chiesi la radice, se fittizio autocontrollo o da convincimento in qualcosa. Mi disse: “Ogni cosa si muove nello Spirito. Egli (lo Spirito) ha sempre un disegno anche nella vicenda storica. Di fronte agli imprevisti e alle apparenti difficoltà non mi agito mai. Si tratta di contraddizioni che si sciolgono sempre. Cerco di comprenderle, fino a che sia possibile, cosa che va sempre a proprio beneficio.  Ma in ogni caso anche se al momento non comprendo l’ impedimento e il contrasto delle forze, so che ognuno di noi – e anch’io –  ha un posto nel Suo disegno. E attendo, perchè capirò: e sarà sicuramente non una sintesi, ma un superamento in una nuova condizione giusta. Il tempo non conta assolutamente niente, in questa prospettiva. Per questo sono sempre calmo sui processi di fondo”.

Naturalmente le parole sono in molta parte le sue. Sicuramente, perfettamente suo è il senso della risposta.

Che c’entra il Primo Maggio e il suo ricordo?

Tra le cose che si muovono nello Spirito, il Lavoro è per l’Uomo nelle prime di esse.

Erede di Renato Treves all’Università, e sebbene nella Cattedra di Sociologia del Diritto abbia tenuto corsi di Sociologia del Lavoro, nella sua intensa attività al di fuori dall’ambito Accademico, Morris non è stato attivista nelle organizzazioni sindacali, nè delle associazioni imprenditoriali.

Ha animato con tutto se stesso la Società Umanitaria.

La sua idea di Lavoro non è nè sindacale, nè imprenditoriale, ma profondamente di radice spirituale. Il Lavoro è campo di manifestazione dello spirito umano nelle circostanze concrete, le elabora, le evolve e così operando magnifica la sua anima. E’ un pensiero riformista del socialismo umanitario, perchè il cambiamento storico in cui agisce il Lavoro gli è implicito, ma mai il suo principio. E’ dunque una base filosofica di dottrina sociale che supera lo stesso positivismo e non condanna al rogo (tantomeno nessuno) neppure l’intenzione umanistica del marxismo. Ne condanna gli esiti politici, l’elaborazione fuorviante di quella intenzione iniziale.

Il Lavoro non ha al suo fondo valore di necessità, nè di opportunità. Il Lavoro che arricchisce è quello di cui si può dire “non mi pesa, mi piace”.

Può la società capitalista giunta all’apice dell’astrazione ritornare a concepire il Lavoro in questo modo, affinchè tutti (secondo principio di giustizia) possano dire “non mi pesa, mi piace”?

Certamente no. Anzi si stacca talmente dalla realtà che al Lavoro non riesce a far giungere gran parte degli abitanti della sua stessa sfera del mondo. Con grande danno per lo Spirito della propria civiltà.

Tra le cose che più amava delle realizzazioni all’Umanitaria, per Morris era la Scuola di panificazione e la vendita del Pane. Riteneva che altre iniziative per la formazione al lavoro e per dare lavoro dovranno essere prese. Questa è la vocazione originaria della Società.

Nel 120 anniversario della fondazione, di cui ha curato con Alfredo Canavero il volume “Alle origini della Sociaetà Umanitaria” Morris prepara la Critica Sociale al Memoriale trovando nella nostra Collezione (anno 1902) il Rapporto delle due Sezioni programmatiche  dell’Umanitaria (la 4a e la 5a Sezione) su “Uffici di collocamento e l’ Ufficio del lavoro per gli operai di città”. Le due Relazioni erano stese rispettivamente da Angelo Omodeo (collaboratore di Turati in “Rifare l’Italia”) e da Giovanni Montemartini (padre della scuola di Economia del Diritto di impronta liberalsocialista, fiorita alla notorietà negli anni ‘60 nelle Università americane, e i cui ultimi esponenti in Italia sono  Pietro Trimarchi alla Statale di Milano e, prima ancora, Francesco Forte a Torino e quindi a Roma).

Relatore al Consiglio dell’Umanitaria del progetto del “Collocamento e dell’Ufficio del Lavoro” fu Attilio Cabiati.

Il Collocamento ci è noto. Meno noto l’Ufficio del Lavoro, che fu vera perla del programma della Società Umanitaria, in analogia col programma delle Agenzie labouriste dei coniugi Webb, cellule staminali del socialismo anglosassone.

Obiettivo, conoscere la situazione del Lavoro con inchieste statistiche nelle manifatture raggruppate per Arti e Mestieri, nella campagna, nei movimentti migratori. Tutti i dati confluivano nel Consiglio del Lavoro, costituito dai rappresentanti della Camera Generale del Lavoro, dai lavoratori agricoli delle Leghe, dai rappresentanti dell’Umanitaria.

Secondo l’idea di Montemartini, questa attività costante di monitoraggio del lavoro era per governare più moderne relazioni industriale secondo “gli ideali economici della presente generazione” rispetto a quella passata, in termini non di rottura, anche se “le differenze tra individualisti e collettivisti” erano evidenti. Ma “le rivendicazioni che si vogliono sono le medesime: eguale scopo ultimo a cui si tende”. L’idea del CNEL sorgerà dall’Ufficio del Lavoro dell’Umanitaria.

Scrive Montemartini sulla Critica Sociale nel settembre del 1902: “Vado indagando quali furono le utopie della passata generazione e quali sono le nostre utopie…se furono vaghe fantasticherie della mente o sogni rispondenti ai desideri dei tempi”. In questa lunga analisi in quattro puntate sulla Rivista socialista, Montemartini nota come “è notevole il fatto che sempre, anche ai primi cultori della nostra disciplina, l’ideale economico sia apparso non come ideale individuale, ma come ideale collettivo (lo scrive un autore di scuola liberale!). L’economista è sempre stato il rappresentante di un gruppo, e questo gruppo si andò successivamente allargando fino a comprendere tutta la collettività. In questo passaggio da gruppi minori a gruppi maggiori vi furono sogni egoistici. Ma la missione altissima dell’economista fu sempre quella di avvertire ogni apparizione di un antagonismo di interessi tra l’individuo o una classe, e l’intera collettività…di strappare il velo degli interessi di classe. Data questa aspirazione, postulata l’equità di un benessere collettivo, il problema è quello di trovare la scala per salire, la scala mistica della redenzione che sale al Paradiso”, dove “l’ideale economico è più antico di quello religioso” che rappresenta in forma mistica, dopo la vita, l’ ideale della pace economica e della concordia nel godimento dei beni che si cerca di raggiungere. “Talchè gli ideali degli economisti non stanno più nella determinazione delle forme paradisiache – sulle quali forme unanime è il consenso – ma si differenziano nella determinazione dei modi più convenienti. Gli ideali economici sono dunque ideali di condotta”.

E conclude l’illustrazione della sua ricerca sugli “ideali economici della presente generazione”: “Libertà individuale e intervento dello Stato sono appunto le due forme di condotta ideale invocata

per raggiungere il paradiso economico”. La precedente generazione era individualista e realizzava quanto era maturato fino all’Unità nazionale. Ora la nuova generazione ha un più vasto orizzonte e l’intervento di Stato e la condotta “collettivista” sono necessari per la costruzione della nuova società che sorge dall’indipendenza nazionale.

Nell’alleanza tra capitale e lavoro (di ispirazione repubblicana), il socialismo democratico dell’Umanitaria si svolge in parallelo con quello positivo della Critica Sociale e della novità di un partito socialista che apre l’ingresso nella politica italiana al Mondo del Lavoro. Il “classismo” è dichiarato apertamente ma non come guerra, bensì come rispettiva posizione di partenza di interessi che devono trovare una intesa nello Stato e nella Società.

E’ il Mondo del Lavoro che inaugura la programmazione nella libertà di mercato. Perchè il Lavoro è un bene comune su cui poggia lo spirito della Nazione, così come l’anima di ogni uomo.

Se dunque nel mezzo è la virtù, Morris – come dimostrano anche questi ed altri testi da lui ritovati nella Critica per i 120  anni dell’Umanitaria – è nel “medio”, nella “misura “, nell’ equilibrio.

Una condizione sempre precaria, tuttavia, che richiede molta energia e forza per essere custodita, ma causa molte sofferenze, morali e fisiche. E a Morris, seppure “imperturbabile”, non ne sono mancate. Lo ricordiamo vivo nel suo pensiero e con lui la Critica Sociale offre un contributo a celebrare questo Primo Maggio. Che il caso lo vuole in antitesi al centenario della rivoluzione bolscevica e dell’eresia comunista.

Eresia, certo. Poichè è la percezione dello spirito – che è promotore di libertà – nel metodo del programma sociale che distingue socialismo da comunismo.

Nelle prossime settimane pubblicheremo in e-book un’antologia di scritti con testimonianze per non disperdere il suo Lavoro, e rilanciarlo in mezzo al gioco.

Sarà un bel documento. E un ottimo programma.

stefano carluccio

 

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Ripubblichiamo la lettera ai familiari che l’allora presidente Eni inviò dal carcere poco prima di togliersi la vita. Cagliari venne arrestato dai pm de Pasquale e Di Pietro. Dopo 4 mesi di carcerazione preventiva, scrisse: «Ci trattano come cani ricacciati ogni volta al canile».

Gabriele Cagliari fu nominato presidente dell’Eni il 3 novembre 1989. Nel 1993 fu arrestato dai pm milanesi Fabio de Pasquale ed Antonio Di Pietro, accusato di aver versato ai partiti una maxi tangente. Dopo quattro mesi nel carcere di San Vittore a Milano si suicidò il 20 luglio del 1993.

Lettera di Gabriele Cagliari alla sua famiglia del 10 luglio 1993

” Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna.

La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.

Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.

Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.

Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare

Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti.

Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.

L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”.

La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani.

Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti.

Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.

La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente.

Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.

Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.

Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.

Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.

Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.

Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.

Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.

Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.

L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione.

Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta.

La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.

Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo.

Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.

Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui.

Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?

Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.

Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola.

Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.

Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano.

Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose.

Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa.

Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui.

Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione.

Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia.

A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.

Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre.

Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.

Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta.

Il vostro sposo, papà, nonno, fratello

Gabriele”
Da IL CASO CAGLIARI edizioni QUADERNI DI CRITICA SOCIALE

Perchè saranno lunghi i tempi della riforma elettorale.
Sono ancora dieci i Tribunali che devono decidere. Intervista a Felice Besostri, coordinatore del pool che ha vinto il ricorso di fronte alla Corte Costituzionale

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di stefano carluccio

Milano 11 febbraio – Iniziano lunedì i primi incontri tra le presidenze dei gruppi parlamentari della Camera e del Senato e gli avvocati del pool anti-Italicum che hanno promosso il ricorso contro la legge elettorale, in larga parte accolto dalla Corte costituzionale.

Su quali siano i primi gruppi che hanno accettato il confronto c’è, alla vigilia, un impegno di riservatezza. Lo scopo in vista della riforma elettorale è quello di trovare, come auspica il presidente Mattarella, la strada per “armonizzare” le leggi per la formazione delle assemblee di Camera e Senato. Ogni gruppo, subito dopo l’incontro con i legali del pool anti-Italicum, farà un suo comunicato sull’esito della riunione.

Per ora si sa che sono quattro i primi gruppi in calendario, di cui tre della Camera e uno del Senato. Tra questi, un gruppo della maggioranza di governo e tre dell’opposizione. Un giro di “consultazioni extraparlamentari” che intende evitare che nella fretta si finisca per varare una nuova legge elettorale che ripeta gli errori compiuti dopo il Porcellum da cui nacque l’Italicum, anch’esso bocciato dalla Consulta.

Inoltre una “spada di damocle” pende sulla riforma elettorale: la convocazione tra febbraio e marzo di ben otto nuove udienze da parte dei Tribunali Civili di Roma, Bari, Lecce, Potenza, Brescia, Trento, Salerno e Catania, tutte città capoluogo dei distretti di Corte d’Appello. Udienze che potrebbero concludersi con nuove ordinanze di rinvio dell’Italicum alla Consulta, contro le altre parti su cui la Corte non si è espressa.

A questo punto, secondo il regolamento della Camera (art. 108), la Commissione Affari Costituzionali dovrebbe tenerne conto nell’ iter di avvio di riforma elettorale in Parlamento, per esaminare le eccezioni di costituzionalità, anche da parte di uno solo degli otto Tribunali con udienza   già fissata.

Di qui l’avviso del pool degli avvocanti anti-Italicum ai gruppi parlamentari: “Se si continua a confezionare leggi in fretta – dice Felice Besostri, l’avvocato che ha coordinato il ricorso alla Corte costituzionale – e leggi confezionate su misura secondo il momento politico,  noi faremo il terzo ricorso che vinceremo. Meglio riflettere, quindi, sui cardini di costituzionalità già indicati per la seconda volta dalla Consulta. E tenere conto delle altre osservazioni che saranno oggetto dell’esame di otto Tribunali che si pronunceranno nei prossini sessanta giorni. E potrebbero inviare nuove Ordinanze alla Consulta su altri punti controversi”, sottolinea.

Besostri guiderà da lunedì la delegazione che con gli avvocati Anna Falcone, Pietro Adami, Giuseppe Sarno, Michele Ricciardi, incontrerà i primi gruppi parlamentari. La proposta di ragionare assieme è stata comunque estesa anche ai segretari di partito. Finora hanno risposto in due: Ferrero (Rifondazione) e Fratoianni (Sinistra Italiana). “Aspettiamo Renzi”, aggiunge.

Ironico? “No. Sono molto serio. Abbiamo scritto a tutti. Siamo a disposizione di tutti. E proprio l’incontro con Renzi mi pare con tutta evidenza molto significativo. Se accetta di incontrarci”.

Sono sei  i punti segnati negli appunti pronti per gli incontri.

“Le leggi elettorali non si fanno con procedure speciali come quelle utilizzate dal governo che ha posto il voto di fiducia. In materia elettorale e costituzionale le leggi devono essere varate con procedura normale. Questo va ricordato ai partiti subito”.

Poi si passa dal metodo ai principi, che verranno ribaditi ai parlamentari a soli fini collaborativi:non vogliamo imporre un nostro punto di vista, ma solo dialogare..

“Il voto è sempre diretto. La Costituzione fa divieto di vincolo di mandato, il voto è sempre personale e uguale, così come uguali sono i diritti dell’elettorato passivo, dei candidati”.

Quali sono ancora i punti scivolosi, a vostro parere, in una riforma elettorale in questa situazione?

“Il premio di maggioranza è dinamite, per chi lo maneggia. E’ accaduto persino all’Avvocatura dello Stato, la controparte nella vertenza davanti alla Corte Costituzionale. Proprio gli Avvocati del Governo, che si è opposto al ricorso, replicando alla nostra obiezione sul sacrificio della rappresentanza che il maggioritario determina, soprattutto in presenza anche di uno sbarramento di accesso, hanno inciampato sul principio del cosiddetto mandato imperativo che la Costituzione vieta. Infatti, abbiamo osservato, “perchè il premio di maggioranza è previsto fino a quota 340 deputati, se per avere una maggioranza bastano 316 seggi?”.  L’Avvocatura dello Stato ha risposto che la differenza in più non costituiva un problema poiché ogni deputato, una volta in Parlamento, può votare secondo coscienza, cioè come gli pare. “Allora abbiamo chiesto – ricorda Besostri – a che servono tutti questi deputati in premio? Non certo a garantire il governo, se ognuno poi vota come vuole, senza mandato imperativo”. Si imponeva cioè una sofferenza inutile al principio di rappresentanza senza assicurare governabilità. Una contraddizione che lascia un problema aperto. Questa sofferenza va tolta. Ma grazie anche all’Avvocatura dello Stato, questa contraddizione  è stata involontariamente resa ancor più chiara. E decisiva per l’abolizione del ballottaggio”.

Al punto 3, “Capilista bloccati”. Non è sufficiente il sorteggio per ripristinare il rapporto con il collegio elettorale, sottraendolo così dall’arbitrio della scelta dell’eletto?

“Assolutamente no. Il voto è personale e non può ammettere che se ad esempio io intendo dare la preferenza a un candidato in lista, automaticamente il mio voto si “trasmette” al capolista che non intendo votare, ma che è “in allegato” al simbolo della lista. Non intendo votare il capolista, ma il candidato “x”. Tuttavia, il mio voto va a finire anche chi non ho votato. Il capolista non è eletto quindi sulla base di un voto personale. E questa è una violazione di un principio costituzionale. Proprio su questi altri punti si attendono decisioni, che la sentenza della Consulta ha reso più facili.. La partita non è ancora finita”.

Perché non sarebbe un cavillo questo rilievo? Nella riforma elettorale che incidenza potrebbe avere in pratica?

“Aggiungo che in un sistema elettorale costituzionale non sono obbligatorie le preferenze. Si può votare anche un unico candidato per collegio. Ma questo significa che se il concorrente vince, chi perde resta fuori. Ecco allora che il capolista bloccato è in realtà un candidato uninominale portato a spalla dai candidati in coda di lista. Le preferenze in realtà sono così uno specchietto per elettori-allodole”.

Quindi che devono fare i gruppi?

“Eliminare i capilista bloccati se vogliono le preferenze. Sennò meglio i collegi uninominali. Gli elettori non sono, appunto, allodole”.

Contestate anche la varietà di soglie per l’accesso al Parlamento tra Camera e Senato, tra lista e coalizione.

“Certamente questa varietà rende il voto diseguale. E questo è contrario al principio del voto uguale e personale previsto dalla Costituzione. Infatti a parità di risultato elettorale, una lista alla Camera e al Senato vede entrare i propri eletti da una soglia del 3 per cento alla Camera ad una dell’8 per cento al Senato. Significa che fino a da partire 25 anni (età per votare per il Senato, ndr) i voti non sono uguali agli altri. Ma serve una differenza del 5 per cento in più di  elettori ultra-venticinquenni per avere un risultato di eletti che sia in equilibrio con quello della Camera. E’ questa una “disarmonia” tra Camera e Senato (riconfermato dal No al referendum) che penalizza la rappresentanza e ancora una volta la governabilità”.

Per le coalizioni?

“L’ ingiusta rappresentanza è moltiplicata per 20 (soglia di accesso al Senato per le coalizioni, ndr)

Punto 5. “Liste alla Camera e Coalizioni al Senato”. Che signfica?

“Al Senato restano previste le coalizioni, ma per formarle non ci sono più norme applicabili, perché la loro costituzione rinvia agli articoli 14, 14 bis e 15 del DPR 361/1957 che regolano la formazione delle coalizioni alla Camera e che non ci sono più dal 2015, cioè da quando la Legge 52 le esclude! I gruppi  parlamentari, quindi, facciano attenzione ai “cavilli”. Questi si possono cambiare, ma l’impianto della nuova legge deve risultare coerente in se stesso e con la Costituzione”.

Infine chiedete il riequilibrio della rappresentanza di genere tra Camera e Senato.

“Al Senato  le circoscrizioni sono regionali, dunque assai ampie per un solo candidato, cui dare la preferenza. Alla Camera invece 100 circoscrizioni sono più piccole e battute da candidati in coppia, uomo e donna. Questo viola il diritto di uguaglianza dell’elettore passivo al Senato rispetto a quello della Camera. Il candidato al Senato ha una campagna elettorale più difficile e costosa di quella del candidato alla Camera che ha il vantaggio dell’abbinamento e di un collegio elettorale più piccolo”.

Ecco in breve un’anticipazione della scaletta che il pool anti-Italicum presenterà ai gruppi per “armonizzare” Camera e Senato, come chiede il Presidente Mattarella.

“Come si vede le questioni sul tappeto per gli otto Tribunali, che hanno già convocato le udienze sul ricorso contro l’Italicum, non mancano. Basta che un solo Giudice invii alla Consulta una nuova Ordinanza di rinvio per l’esame di costituzionalità su uno di questi punti e il lavoro di riforma in Parlamento ne deve tener conto e se la Corte Costituzionale fissasse una nuova udienza persino interrompersi.. Quindi è impossibile procedere con fretta per definire le norme che regolano il processo di formazione della rappresentanza popolare nell’ordinamento dello Stato.

Un’ultima osservazione. Certamente l’art. 88 della Costituzione consente al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Ma sarebbe una forzatura sciogliere il solo Senato dove la maggioranza è più labile, perché la maggioranza alla Camera è il frutto di una legge elettorale incostituzionale e applicata anche dopo la sentenza del 2014 sul Porcellum, per fare surroghe ”.

 

 

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BELLISSIMO INTERVENTO DI CLAUDIO MARTELLI AL LICEO PARINI DI MILANO

Fuori dall’immediata attualità politica, un evento internazionale di grande livello storico e culturale nel quadro di BookCityMilano 2016.
Si inaugura così l’impegnativa ripresa di Critica Sociale e del Centro Internazionale di Brera, grazie anche alla ospitalità dell’Accadema delle Belle Arti mentre è in corso la ristrutturzione dei nostri locali nella Canonica di San Carpoforo.
Nei giorni seguenti daremo altri documenti: Il saluto di Catherine Camus, del Presidente dell’Accademia di Brera, Livia Pomodoro, del Preside del Liceo Parini, Giuseppe Soddu. Quindi gli interventi del Console Generale di Ungheria, Judit Timaffy, di Carlo Tognoli, Agnes Spiquel e Giovanni Gaetani della Societé des Etudes Camusiennes.
Brani del Recit “La Peste a Budapest” di Dario Fertilio, il testo sanscrito del Canto eseguito dall’artista Varijasrhee Venugopal su musica di Riccardo Nova, la sua lettura del prof. Giulio Geymonat, Spezzoni del docufilm realizzato dal prof. Domenico Nicolamarino direttore del corso LightDesign dell’Accademia, su ricerca storica di Critica sociale.

Clicca e Leggi l’intervento di Claudio Martelli nella giornata preparatoria del Memoriale, nell’Emiciclo della Presidenza del Liceo Parini con gli studenti ed il prof. Marco De Paoli

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di stefano carluccio
E’ evidente che le difficoltà nella sinistra milanese, che si registrano in modo più accentuato dopo le primarie, sono il segno che l’egemonia del PD, ovvero la prospettiva della sua “vocazione maggioritaria”, non ha riscontri politici: nè nelle alleanze, dove non esporta egemonia ma importa divisioni, e tantomeno nella rappresentanza elettorale che è sorretta da un premio di maggioranza di non eletti che è pari numericamente agli eletti.
In questo stato di salute, il PD nazionale affronta la questione del passaggio dall’esperienza della giunta Pisapia a quella di Sala con uno spirito di apparato assolutamente ingiustificabile dallo stato delle cose. Infatti quel che accade a Milano è il sintomo che la crisi del bipolarismo – che sta scardinando i due pilastri su cui si è retto per 25 anni – è filtrata lentamente dall’astensionismo e dall’antipolitica, fino ai muri portanti della struttura del sistema politico. Dopo il partito degli iscritti della prima repubblica, ora è in crisi anche il modello del partito “comitato elettorale” della seconda repubblica, che non attrae, ma respinge elettori come schegge impazzite.
La questione deve interessare anche i socialisti e in modo nuovo. Nella sinistra milanese (senza più socialisti), infatti, è in corso una resa dei conti importante nell’ area non “ex PCI” (a Milano il Pci ha avuto una forte radice riformista, ma il 92 l’ha spazzata via e gli argini non hanno retto i detriti) tra “esprit repubblicain”, il cosiddetto civismo che è in definitiva “repubblicanesimo liberalsocialista” (nella fase nascente) e “manettari giacobini” (nella fase agonizzante). Una replica, in bemolle, tra l’89 e il ’92 (del ‘700). Il PD milanese è quindi a un bivio nazionale, che solo a Milano si manifesta sempre con chiarezza: o torna sulle proprie tracce riformiste delle giunte di sinistra e si orienta verso una moderna riforma della democrazia sociale nelle istituzioni pubbliche non zoppicando da solo, ma con una seconda gamba che rappresenta la vena della partecipazione attravers una nuova generazione di istituzioni sociali oltre che radicalmente distinta dal giacobinismo-giustizialista; o, se si arrocca nella visione visionaria della “vocazione maggioritaria”, regalerà la piazza vuota alle quattro “calzette sotto il patibolo”. Poi nessuna meraviglia – o “analisi del voto” – se dopo 20 anni perderà le elezioni con quelli della “foto di 20 fa”. Basta il buon senso. Perché Parisi sarà ancora per qualche settimana “poco noto”, ma l’impronta socialista che a Milano non ha volto, ma sentimento, come la maschera di Anonimus, non farà fatica ad emergere dai suoi comportamenti e programmi.
Una maturazione nella sinistra che si estendesse e schiacciasse il residuo arroccamento giustizialista, contribuirebbe, in caso di vittoria del centrosinistra, a creare un clima “civico”, uno spirito repubblicano municipale, che spariglia persino il leader dello schieramento opposto che ha un sicuro imprinting riformista. Credo sia questo il tema della “lista Balzani”: arginare gli opposti arroccamenti, il partito “maggioritario” e la deriva giacobina. Una posizione delicata e di responsabilità. Una “chiave di svolta” che apre nuove prospettive allo stesso PD di fronte ad un campo più vasto, dove persino i socialisti possono ritrovare diritto di parola (nel vasto campo, si intende), se intendono parlare. Una questione che non dovrebbe essere liquidata col “quale posto in giunta”. Una sciocchezza pura e semplice. Poichè si tratta di un punto d’ equilibrio in un passaggio politico cruciale non solo per Milano. Mentre per Milano, in particolare, questo punto di equilibrio, sia nel governo della città che nel Consiglio, costituirebbe un enorme vantaggio per la prospettiva dell’Area metropolitana, da un lato, e nei rapporti con lo Stato centrale, dall’altro. Sono realtà con cui confrontarsi per l’intera legislatura e non sono realtà omogenee politicamente con la formula che, in ogni caso e qualunque essa sia, vincerà a Milano. Il “civismo” sembra essere dunque più un metodo che un partito. E questo è l’unico metodo “civico”, sia da destra che da sinistra, auspicabile per il il “rito ambrosiano” che è locomotiva del Paese.

Viceversa è inutile rintanarsi ed evocare la fama internazionale di Expo. Le due cose si divaricherebbero, poichè sulla strada dell’arroccamento la sinistra milanese si infilerà in un viottolo di provincia.
Mario Martucci. Un’analisi parziale tirata giù coi piedi. Andrebbe rovesciata e  rimessa coi piedi a posto
Replica: Chiarissimo. Fai un esempio rovesciato che sarebbe utile, lo dico senza ironia.
 
Mario Martucci La cosiddetta vocazione maggioritaria va riscontrata nel fatto innegabile di aver acquisito(non solo in occasione delle elezioni europee,ma anche negli scontri parlamentari ) votanti e parlamentari moderati e di aver arrestato la emorragia verso i 5*.
Replica: Caro Mario e’ un’ illusione ottica: alle europee c e’ stato ( se non ricordo male) il record del rifiuto del voto. Il 33/35 per cento di mezza torta, lo sai bene, e’ il 16/17 per cento della torta intera. C’ era quasi arrivato il Psi. Ed era accusato di “rendita di posizione”. Martelli la definì, perfettamente, “rendita di coalizione”. E ora diventa “vocazione maggioritaria” / fratto 2? Direi che si tratta di “rendita maggioritaria”, piuttosto che di vocazione
Per il resto e’ trasformismo. Berlusconi dovette lasciar perdere “perché l Europa ci guarda”. Il governo cadde con la maggioranza parlamentare.
In conclusione tra premi di maggioranza che sostituiscono l astensionismo con “non eletti”, e stampelle trasformiste, non mi pare il Pd sia in ottima salute. Ma il sistema politico non e’ in ottima salute. Quindi “allargare” e non “arroccarsi” e una ” movida” politica che può mettere in moto un sistema di coalizioni legate da affinità politiche in relazione proporzionale tra loro e non incastrate nelle “scatole cinesi” ( ogni riferimento mi e’ venuto per puro caso, ma lo lascio). Un abbraccio.
S.car.

Critica sociale, 125 anni

Pubblicato: 15/01/2016 in Senza categoria

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Accesso libero all’Archivio Storico del 1891 della Rivista

Napoleone entra a MIlano L’ingresso di Bonaparte a Milano in Porta Romana

Nell’anniversario della nascita, uno spunto tra l’organizzazione repubblicana dell’Armata d’Italia e i temi della riforma sociale

Nella concezione della guerra di Bonaparte si coglie un principio moderno di organizzazione sociale.
Infatti così come egli riteneva indispensabile per una superiore condotta delle operazioni, la assoluta autonomia di ogni soldato, dell’intero reparto e della Armata nel suo insieme, da ogni dipendenza dalle retrovie e dai rifornimenti giunti di lontano con lunghe linee interne che esponevano al nemico l’intero esercito sin nell’avanguardia, tardandone la manovra; così anche un’organizzazione sociale basata sull’autonomia di ogni cittadino dalla dipendenza in ogni cosa che debba gungere da lontano, dalle retrovie della burocrazia pubblica o privata (corporativa), e allo stesso modo per le comunità legate ad una dipendenza in tutto e per tutto dello Stato, questa indipendenza dei singoli e delle comunità moltiplica le possibilità di manovra negli indirizzi di governo.

Oltre a questo, un valore aggiunto è nel ciclo virtuoso tra le maggiori possibilità di successo delle campagne e il legame saldo all’interno dell’Armata e nella fiducia verso il suo leader, ciclo che produce una ulteriore risultato attraverso con i la giusta redistribuzione dei risultati ottenuti a tutti, cosa che nuovamente innalza le forze morali indispensabili al successo medesimo. E così via.

Tutto però ha inizio non dalle forze materiali e dalla quantità, ma da un’organizzazione che si basa sulla spinta delle esclusive forze morali, a cui danno conferma i risultati concreti e la loro gestione secondo giustizia. Il bottino diventa lavoro e il bagaglio divengono i risparmi fiscali.
Giustizia nel lasciare i fruttu che è percepita innanzitutto come riconoscimento del proprio spirito in temini di benessere corporale, rafforzando e stabilizzando così il primato della forza morale in ogni circostanza, anche se difficile o negativa, quando è cioè persino vitale e necessaria.

Dunque, dall’ideazione della guerra secondo un organizzazione della società militare basata sulla forza morale e sulla giustizia, si può concludere che anche un popolo può essere governato come un esercito secondo libertà e giustizia, ma anche con legittimità e consenso.
Questo è l’essenza dello spirito repubblicano, così come con Bonaparte è giunto alla sua perfezione nell’organizzazione militare.
Esso può giungere alla sua pefezione anche nell’organizzazione sociale.
Nessun cenno al cosiddetto liberalismo che è il suo contrario, nè al socialismo della disciplina che smorza ogni forza morale.

Ma questa perfezione repubblicana sarà possibile, sull’esempio pratico di Bonaparte, solo quando ciascun cittadino sarà autosufficiente: questo egli intende per libertà ed eguaglianza, perchè solo allora non ci saranno dissidi.

Quando ciascuno sarà libero per riconoscimento della propria forza morale, aiutato ad esserne consapevole e messo in gioco senza restare escluso, allora giunto ad un grado di effettiva indipendenza, cercherà l’eguaglianza perchè è quel che il popolo vuole, poichè è invidioso. Ma anche per giustizia e autodifesa della propria medesima indipendenza raggiunta, che resta il primo obiettivo della sua vita e su cui giudica l’efficienza della società in generale verso di lui.
Questa doppia ragione, invidia e paura, farà dell’indipendenza il motore della volontà di eguaglianza a cui si conformeranno le leggi, mentre sui loro principi (Principi, linee guida, non regolamenti – tantomeno attuativi) si organizzerà una coerente azione del governo.

Così si eleva lo spirito e la forza morale di un aggregato che oggi è privo di ogni indipendenza e dunque disorganizzato e senza strategia. Così si crea una nazione come associazione, che nella libertà vede la possibilità della giustizia e dunque cerca nell’eguaglianza delle leggi la sua appartenenza ad un valore di identità morale che fonda la sua stessa partecipazione al possesso del suo Stato come cosa propria. E che in merito alla loro coerenza ne apprezzerà i suoi governi.

teatro del borgo

Pubblicato: 11/08/2015 in Senza categoria

L’inaugurazione del Teatro del Borgo con la Biblioteca storica della Critica Sociale e dell’Avanti! nel quartiere di Brera a Milano, nel Centro internazionale di piazza Formentini.

Il centro nacque per iniziativa combinata di socialisti e giovani artisti prevalentemente anarchici. Fu sostenuto da Bettino Craxi che si adoperò per farlo sistemare da Comune di Mlano che aveva letteralmente abbandonata una chiesa che risale all’800 dC e che venne ristrutturata dal Cardinale federico Borromeo, fino alla sua sconsacrazione alla fine del 1500 e nel XVIII sec al suo riutilizzo da parte di MariaTeresa d’Austria per il primo Catasto di Milano.

L’inaugurazione della ripresa delle odierne attività è legata alla tradizione socialista, ma con una chiara sensibilità rivolta alle origini cristiane del sito storico (dove vissero nella Casa laterale al n.8, allora un unico complesso, S.Marcellina e il fratello S. Ambrogio e successivamente S. Bernardo di Chiaravalle, prima della costruzione dell’Abazia milanese) è stata voluta con una rappresentazione teatrale di una piccola compagnia su testo di Andrea Riscassi, giornalista Rai, è ha registrato ben tre repliche consecutive.

E’ il sito che nei giorni scorsi è stato al centro di una polemica che per ora è rientrata per la disponibilità del Comune a confermare la permanenza della Biblioteca Storica di Critica e dell’Avanti! e la realizzazone di un insistito progetto di trasformazione della vecchia sala cinematografica in un Bistrot letterario per eventi di ogni genere d’arte, dal teatro, alle letture, alle manifestazioni musicali, alle riunioni di formazione e dibattito culturale e politico riformista.

Nel link  http://d.pr/f/1e8wn trovate una breve scheda che fu realizzata in occasione della inaugurazione nel 2011 e che resta tuttora di grande interesse e attualità per comprendere lo spirito che anima la tenacia con cui insitiamo nell’iniziativa.

teatro del borgo.pdf

Joseph Stiglitz, economista 
Visti dall’esterno, i contrasti tra i paesi europei possono sembrare l’inevitabile epilogo della tragica partita tra la Grecia e i suoi creditori. In realtà i leader politici del continente stanno finalmente cominciando a far trapelare la vera natura di questa crisi del debito, e la verità è piuttosto spiacevole: è tutta una questione di potere e di democrazia, più che di denaro e di economia. Naturalmente l’aspetto economico del programma che la troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) ha imposto alla Grecia cinque anni fa è stato il più importante, dato che ha fatto crollare del 25 per cento il pil del paese.
Non mi viene in mente nessuna depressione economica così deliberatamente forzata e con conseguenze così catastrofiche: il tasso di disoccupazione giovanile greco è arrivato al 60 per cento. È sorprendente che la troika non se ne sia assunta la responsabilità né abbia riconosciuto quanto fossero sbagliate le sue previsioni e i suoi modelli. Ma è ancora più sorprendente che i leader europei non abbiano imparato niente da quello che è successo, e chiedano alla Grecia di accumulare un avanzo primario (il saldo tra entrate e uscite, escluso il pagamento degli interessi sul debito pubblico) pari al 3,5 per cento del pil entro il 2018.
Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese
Molti economisti giudicano questo obiettivo esagerato, perché per raggiungerlo il paese cadrebbe in una crisi più profonda. Anche se il debito greco venisse ristrutturato oltre l’immaginabile e al referendum del 5 luglio gli elettori votassero a favore delle richieste della troika, il paese resterebbe comunque in depressione.
Pochi paesi sono riusciti a fare quello che la Grecia ha fatto negli ultimi cinque anni per ottenere un avanzo primario. E anche se questo è costato enormi sacrifici alla popolazione, le ultime proposte di Atene andavano incontro alle richieste dei creditori. Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese. È servito praticamente solo a pagare i creditori privati, comprese alcune banche tedesche e francesi. La Grecia ha avuto solo le briciole e per salvare il sistema bancario di quei paesi ha pagato un prezzo altissimo.
Il Fondo monetario internazionale e gli altri creditori “istituzionali” non hanno bisogno dei soldi che chiedono. In una situazione normale, probabilmente li presterebbero subito di nuovo ad Atene. Ma, come ho già detto, non è una questione di soldi. Stanno semplicemente usando le “scadenze” per costringere la Grecia a cedere e ad accettare l’inaccettabile: non solo le misure di austerità, ma anche altre politiche regressive e punitive.
Perché l’Europa fa questo? Non è democratica? A gennaio i greci hanno eletto un governo che si era impegnato a mettere fine all’austerità. Se avesse semplicemente mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, il primo ministro Alexis Tsipras avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di incidere su una decisione cruciale per il futuro del paese. Questa esigenza di legittimazione popolare è incompatibile con la politica dell’eurozona, che non è mai stata un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi dell’area non ha chiesto il parere del popolo prima di rinunciare alla sovranità monetaria a favore della Banca centrale europea. Quando il governo svedese l’ha fatto i cittadini hanno detto di no. Avevano capito che se la politica monetaria fosse stata decisa da una banca centrale preoccupata solo dell’inflazione, la disoccupazione nel loro paese sarebbe aumentata (e nessuno avrebbe prestato sufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto, perché il modello alla base dell’eurozona presume rapporti di potere sfavorevoli per i lavoratori.
Quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras
E senza dubbio quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi. Sembrano convinti che prima o poi riusciranno a far cadere questo governo, costringendolo ad accettare un accordo in contraddizione con il suo mandato.
È difficile consigliare ai greci cosa votare il 5 luglio. Una vittoria del sì darebbe il via a una depressione a tempo indeterminato. Forse a un paese senza più risorse, che ha venduto tutto e costretto i suoi giovani a emigrare, alla fine il debito sarebbe condonato. Forse, dopo essersi ridotta a un’economia a medio reddito, alla fine Atene otterrebbe l’aiuto della Banca mondiale. Tutto questo potrebbe succedere nei prossimi dieci anni, o forse nel decennio successivo.
Una vittoria del no, invece, darebbe almeno alla Grecia, con la sua lunga tradizione democratica, la possibilità di riprendere in mano il suo destino. I cittadini avrebbero l’opportunità di costruirsi un futuro che forse non sarebbe prospero come il passato, ma sarebbe molto più carico di speranza dell’insopportabile tortura del presente. Io so già come voterei.