Elezioni a Milano, PD tra arroccamento e civismo

Pubblicato: 06/03/2016 in Senza categoria
di stefano carluccio
E’ evidente che le difficoltà nella sinistra milanese, che si registrano in modo più accentuato dopo le primarie, sono il segno che l’egemonia del PD, ovvero la prospettiva della sua “vocazione maggioritaria”, non ha riscontri politici: nè nelle alleanze, dove non esporta egemonia ma importa divisioni, e tantomeno nella rappresentanza elettorale che è sorretta da un premio di maggioranza di non eletti che è pari numericamente agli eletti.
In questo stato di salute, il PD nazionale affronta la questione del passaggio dall’esperienza della giunta Pisapia a quella di Sala con uno spirito di apparato assolutamente ingiustificabile dallo stato delle cose. Infatti quel che accade a Milano è il sintomo che la crisi del bipolarismo – che sta scardinando i due pilastri su cui si è retto per 25 anni – è filtrata lentamente dall’astensionismo e dall’antipolitica, fino ai muri portanti della struttura del sistema politico. Dopo il partito degli iscritti della prima repubblica, ora è in crisi anche il modello del partito “comitato elettorale” della seconda repubblica, che non attrae, ma respinge elettori come schegge impazzite.
La questione deve interessare anche i socialisti e in modo nuovo. Nella sinistra milanese (senza più socialisti), infatti, è in corso una resa dei conti importante nell’ area non “ex PCI” (a Milano il Pci ha avuto una forte radice riformista, ma il 92 l’ha spazzata via e gli argini non hanno retto i detriti) tra “esprit repubblicain”, il cosiddetto civismo che è in definitiva “repubblicanesimo liberalsocialista” (nella fase nascente) e “manettari giacobini” (nella fase agonizzante). Una replica, in bemolle, tra l’89 e il ’92 (del ‘700). Il PD milanese è quindi a un bivio nazionale, che solo a Milano si manifesta sempre con chiarezza: o torna sulle proprie tracce riformiste delle giunte di sinistra e si orienta verso una moderna riforma della democrazia sociale nelle istituzioni pubbliche non zoppicando da solo, ma con una seconda gamba che rappresenta la vena della partecipazione attravers una nuova generazione di istituzioni sociali oltre che radicalmente distinta dal giacobinismo-giustizialista; o, se si arrocca nella visione visionaria della “vocazione maggioritaria”, regalerà la piazza vuota alle quattro “calzette sotto il patibolo”. Poi nessuna meraviglia – o “analisi del voto” – se dopo 20 anni perderà le elezioni con quelli della “foto di 20 fa”. Basta il buon senso. Perché Parisi sarà ancora per qualche settimana “poco noto”, ma l’impronta socialista che a Milano non ha volto, ma sentimento, come la maschera di Anonimus, non farà fatica ad emergere dai suoi comportamenti e programmi.
Una maturazione nella sinistra che si estendesse e schiacciasse il residuo arroccamento giustizialista, contribuirebbe, in caso di vittoria del centrosinistra, a creare un clima “civico”, uno spirito repubblicano municipale, che spariglia persino il leader dello schieramento opposto che ha un sicuro imprinting riformista. Credo sia questo il tema della “lista Balzani”: arginare gli opposti arroccamenti, il partito “maggioritario” e la deriva giacobina. Una posizione delicata e di responsabilità. Una “chiave di svolta” che apre nuove prospettive allo stesso PD di fronte ad un campo più vasto, dove persino i socialisti possono ritrovare diritto di parola (nel vasto campo, si intende), se intendono parlare. Una questione che non dovrebbe essere liquidata col “quale posto in giunta”. Una sciocchezza pura e semplice. Poichè si tratta di un punto d’ equilibrio in un passaggio politico cruciale non solo per Milano. Mentre per Milano, in particolare, questo punto di equilibrio, sia nel governo della città che nel Consiglio, costituirebbe un enorme vantaggio per la prospettiva dell’Area metropolitana, da un lato, e nei rapporti con lo Stato centrale, dall’altro. Sono realtà con cui confrontarsi per l’intera legislatura e non sono realtà omogenee politicamente con la formula che, in ogni caso e qualunque essa sia, vincerà a Milano. Il “civismo” sembra essere dunque più un metodo che un partito. E questo è l’unico metodo “civico”, sia da destra che da sinistra, auspicabile per il il “rito ambrosiano” che è locomotiva del Paese.

Viceversa è inutile rintanarsi ed evocare la fama internazionale di Expo. Le due cose si divaricherebbero, poichè sulla strada dell’arroccamento la sinistra milanese si infilerà in un viottolo di provincia.
Mario Martucci. Un’analisi parziale tirata giù coi piedi. Andrebbe rovesciata e  rimessa coi piedi a posto
Replica: Chiarissimo. Fai un esempio rovesciato che sarebbe utile, lo dico senza ironia.
 
Mario Martucci La cosiddetta vocazione maggioritaria va riscontrata nel fatto innegabile di aver acquisito(non solo in occasione delle elezioni europee,ma anche negli scontri parlamentari ) votanti e parlamentari moderati e di aver arrestato la emorragia verso i 5*.
Replica: Caro Mario e’ un’ illusione ottica: alle europee c e’ stato ( se non ricordo male) il record del rifiuto del voto. Il 33/35 per cento di mezza torta, lo sai bene, e’ il 16/17 per cento della torta intera. C’ era quasi arrivato il Psi. Ed era accusato di “rendita di posizione”. Martelli la definì, perfettamente, “rendita di coalizione”. E ora diventa “vocazione maggioritaria” / fratto 2? Direi che si tratta di “rendita maggioritaria”, piuttosto che di vocazione
Per il resto e’ trasformismo. Berlusconi dovette lasciar perdere “perché l Europa ci guarda”. Il governo cadde con la maggioranza parlamentare.
In conclusione tra premi di maggioranza che sostituiscono l astensionismo con “non eletti”, e stampelle trasformiste, non mi pare il Pd sia in ottima salute. Ma il sistema politico non e’ in ottima salute. Quindi “allargare” e non “arroccarsi” e una ” movida” politica che può mettere in moto un sistema di coalizioni legate da affinità politiche in relazione proporzionale tra loro e non incastrate nelle “scatole cinesi” ( ogni riferimento mi e’ venuto per puro caso, ma lo lascio). Un abbraccio.
S.car.
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