La presidenza italiana e la crisi in Ucraina. Un test per rottamare i vincoli

Pubblicato: 21/04/2014 in review
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di Massimo Boffa

Chi per spiegare gli eventi dell’Ucraina evoca il “neoimperialismo”russo manipola la realtà dei fatti. Non a caso, nelle sue narrazioni, rimuove proprio l’eventi da cui tutto ha avuto inizio, quello che ha fatto precipitare la crisi. Il 22 febbraio il presidente legittimamente eletto è stato cacciato a furor di piazza e al suo posto, con la benedizione dell’Occidente, invece di un governo di coalizione ( come previsto dagli accordi del giorno prima sottoscritti anche da Francia, Germania e Polonia) è stato insediato un potere espressione dei rivoltosi del Maidan.
Il problema non sta tanto nell’illegittimità forma del “colpo” di Kiev. Sta piuttosto nel fatto che l’Ucraina è uno Stato che si reggeva su un delicatissimo equilibrio: le regioni su-orientali sommo storicamente legate alla Russia, quelle occidentali alla Mitteleuropa.
Avere voluto spezzare in modo unilaterale quel delicato equilibrio ha provocato tutta la sequenza di gravissimi avvenimenti che è sotto i nostri occhi. E finchè non sarà ritrovato, la crisi non si risolverà.
La secessione e annessione della Crimea è stata la prima, prevedibilissima, direi quasi naturale, conseguenza di quella forzatura. Lo sciagurato pretendete del Kossovo, di cui a Mosca nessuno si era dimenticato, è venuto a fornire la cornice legale. Nonostante ancora ci si arrampichi sugli specchi per negare ogni analogia tra il Kosovo e la Crimea, l’unica grande differenza tra i due casi, differenza non da poco, è che la secessione in Kosovo è arrivata dopo un mese di bombardamento su Belgrado, mentre in Crimea non si è praticamente sparato un colpo.
Ma la secessione della Crimea non ha ristabilito l’equilibrio infranto. C’è il problema delle regioni sud-orientali. Problema che non riguarda solo la volontà delle popolazioni russofone ma anche quello che la Russia considera un requisito vitale della sua sicurezza: come l’America non avrebbe mai accettato missili a Cuba, così la Russia non potrà accettare truppe Nato lungo la frontiera con l’Ucraina.
Ora che gli Stati Uniti ed Europa si sono cacciati in questo pasticcio, propiziando sconsideratamente il colpo di Kiev, hanno il dovere di trovare, insieme alla Russia, una soluzione negoziata. Mosca ha avanzato una proposta: che l’Ucraina si dia una costituzione federale, con ampia autonomia per le regioni dell’est, e che rimanga neutrale, cioè non entri nella Nato.
Questa soluzione, considerata ragionevole da personalità come Helmut Schmidt, Henry Kissinger, Sergio Romano e tanti altri, non cedro sospettabili di ostilità verso gli Stati Uniti, viene sprezzantemente respinta da Kiev e da Washington. Ma al punto a cui sono giunte le cose, chi la rifiuta o ne rifiuta altre perché accettabili da Mosca, lavora pericolosamente per la guerra.
C’è chi obietta che negoziare con 40 mila soldati russi lungo il confine è come negoziare con la pistola sul tavolo. E’ vero, ma bisognerebbe anche ricordare che la pistola degli altri, a Kiev, ha già sparato. (il Foglio, 19 aprile).

Finalmente una parola chiara su fatti stravolti dalla propaganda e dall’uso strumentale del politicamente corretto. Va aggiunto che occorre esaminare due aspetti precedenti al “colpo” di Kiev, collegati tra loro, da cui ne discende la lezione più generale (o Muzos logoi, in greco): il trattato di associazione tra Ucraina e Ue prevedeva 10 anni di monopolio dell’export europeo verso il paese, 10 anni di tempo per mettersi in linea con gli standard finanziari della eurozona, in cambio della libertà di circolazione, ovvero – in un paese in crisi – di emigrare verso la Germania, la Polonia (e la Francia) per offrire manodopera a basso costo. Export significa investire nel paese in cambio di riacquistare, attraverso la regola degli standard finanziari, l’unica risorsa disponibile, ma inerte, ovvero materie prime. Praticamente l’associazione era un annessione gratuita, senza alcun finanziamento europeo per la crisi. Possibile che sia stata una spontanea rivolta popolare quella per entrare in questo tunnel? Il via vai dei funzionari di Bruxelles è del resto stranoto, come fondati i dubbi gravi sui cecchini che hanno ucciso un centinaio di persone. Persino Mc Cain si è recato sul posto prima del “colpo” di Kiev. E la garanzia di Francia, Germania e Polonia per un governo di coalizione, smentita dall’immediato riconoscimento del governo di Maidan, parla da sé sulla mano che ha animato la crisi.
La lezione più generale: Kohl e Mitterrand si accordarono per la riunificazione tedesca in cambio dell’Unione Europea saldata, ancorata, ad una moneta unica. Sembra che i tedeschi abbiano fatto gherminella ai francesi. La Germania è riunita, ma l’Europa è spezzata e cresce tra i tedeschi la parte che vuole tenersi l’Euro tutto per sé, moneta di una area di influenza direttamente circostante, ed egemone nel continente. Non siamo affatto certi che la Germania voglia, dopo la sua riunificazione, l’Unità dell’Europa che Mitterrand prevedeva come contro-bilanciamento al pericolo del ritorno del pangermanesimo. Perché unirsi alla pari con chi si può tranquillamente saccheggiare? La Francia allo scopo serve per la sua enfasi. Un inganno che i francesi capiscono andando a destra visto che c’è un governo di sottomissione, socialista.
Qui sta l’importanza più generale della crisi Ucraina. Che oltre ad essa l’espansionismo sbatte la testa contro Mosca. Si deve fermare.
E gli Usa sbagliano il capolinea: dovrebbero andare a Berlino non a Kiev.
E la imminente presidenza italiana della Ue dovrebbe annunciarsi già ora più assertiva in proposito e favorire certamente la proposta di Mosca. Sarebbe in più un colpo da maestri anche per farsi spazio nei lacci e laccioli di Bruxelles. Un ponte, come l’Italia dà da intendere di voler essere, poggia su due gambe, non su una e mezza. Altrimenti gli appelli al buon senso della Farnesina rimarranno parole senza mordente, politicamente disarmate. E l’Italia coi vincoli europei nella Costituzione di un Paese colonizzato.
s.car.

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