Mosca fuori dal G 8 ma nel gruppo 5+1 sull Iran? Usa senza strategia, Europa spaccata

Pubblicato: 19/03/2014 in Senza categoria

Le tensioni tra Russia e Stati Uniti potrebbero compromettere fortemente il futuro, oltre che della regione ucraina, di Iran e Siria. Dopo un mese esatto dagli ultimi colloqui sul programma nucleare iraniano, infatti, Teheran e i 5+1 sono alle prese con una nuova due giorni di incontri cominciata martedì e particolarmente sensibile agli ultimi preoccupati sviluppi che giungono da Mosca. Per quanto riguarda Damasco, invece, il segnale di un irrigidimento spaventoso giunge direttamente da Washington: stando a quanto riporta l’agenzia Reuters, la Casa Bianca avrebbe deciso di sospendere le attività dell’ambasciata siriana nella capitale a stelle e strisce – stesso discorso per i consolati in Michigan e Texas -, così da congelare ogni tipo di rapporto e chiedendo a tutto il personale diplomatico non americano o non residente in America di lasciare il Paese. Risvolto, quest’ultimo, che verrebbe confermato dalle parole di Daniel Rubinstein, inviato speciale per gli USA in Siria: “abbiamo determinato come fosse inaccettabile che individui nominati dal regime di Bashar al-Assad potessero condurre operazioni diplomatiche o consolari negli Stati Uniti”. Ma procediamo con ordine, cercando di approfondire entrambe le questioni aperte e messe in pericolo dall’escalation della crisi dell’Ucraina.
Programma nucleare iraniano, strada in salita – come già specificato, i colloqui tra i funzionari di Teheran e i 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia – con l’aggiunta della Germania) sono ripresi martedì a Vienna, ad un mese esatto dall’ultima due giorni di incontri. Il lavoro dei diplomatici riprende sostanzialmente, e formalmente, da dove lo si era lasciato lo scorso novembre, quando venne raggiunto e siglato dalle parti un accordo provvisorio che, entrato in vigore il 20 gennaio, ha validità di sei mesi. In questo arco di tempo, l’Iran dovrà da parte sua dimostrare la propria volontà ad un disgelo che durava decenni rispettando una serie di condizioni: la sospensione dell’arricchimento dell’uranio oltre il 5%, lasciare aperta la strada alle ispezioni dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica tanto a Forzo e a Natanz (impianti di arricchimento) quanto ad Arak (reattore), non attivare quest’ultimo così da scongiurare del tutto la possibilità di una produzione di plutonio, diminuire le proprie rimanenze di componenti arricchite convertendone una parte in ossido di uranio in modo da impedirne il processo di arricchimento e l’interruzione di ogni sviluppo o ricerca relativa al programma nucleare. Dall’altra parte, i 5+1 si sono impegnati a non imporre ulteriori sanzioni rispetto a quelle già previste (terreno di forte scontro ‘interno’ per il presidente Barack Obama, vittima delle critiche di parte del Congresso e, soprattutto, di Israele), sbloccando per contro una minima parte dei soldi iraniani che, relativi ai proventi della vendita di gas e petrolio – 60 miliardi di dollari in tutto -, si trovano bloccati sui conti di banche estere.
Ora il prossimo passo dovrebbe essere quello di trovare un accordo definitivo che porti, con il tempo, ad una risoluzione totale e pacifica che metta d’accordo tutti. Peccato che da Kiev a Sebastopoli, passando per Washington e per Mosca, il quadro internazionale si sia complicato e non di poco. Le forze delle Nazioni Unite impegnate nei colloqui sul nucleare di Teheran potrebbero subire senza ombra di dubbio il contraccolpo degli ultimi sviluppi russo/ucraini, lasciando aperta all’Iran la possibilità di alzare la testa e di mostrarsi meno disposto a sottostare, calmando i bollori dei più conservatori nel Paese, senza se e senza ma alle richieste dei 5+1. Nel bene o nel male, infatti, la cooperazione tra USA e Russia su temi di questo tipo è pressoché fondamentale, anche per non alterare più del necessario i delicati equilibri del panorama mediorientale. Scenario, quest’ultimo, tutt’altro che lontano dalla realtà come confermano le parole di Gary Samore, ex assistente del Consiglio di Sicurezza Nazionale sulla non proliferazione della prima amministrazione Obama: “se il presidente Putin va avanti con la sua apparente intenzione di annettere Crimea – poi rivelatasi martedì assolutamente non apparente ma bensì del tutto effettiva -, l’Occidente sanzionerà ancora più duramente la Russia, la quale quasi sicuramente cercherà di vendicarsi rendendo più difficile la pacifica via dei negoziati con l’Iran”. E che il clima si sia decisamente raffreddato rispetto all’entusiasmo che qualche mese fa sancì l’inizio dei colloqui lo mettono in evidenza anche le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Teheran Mahammad Javad Zarif, il quale parlando dalla capitale del suo Paese durante il fine settimana appena passato ha specificato: “non ci aspettiamo che si possa raggiungere un accordo definitivo in questo round di colloqui”.

Ovviamente lo stallo diplomatico che si è venuto a creare va ad esclusivo vantaggio dell’Iran, tanto che secondo alcuni osservatori non è da escludere che la Russia, decisamente in rapporti migliori con Teheran rispetto agli altri Paesi impegnati nelle trattative, decida di proseguire in solitaria i colloqui. Le armi potenzialmente in canna di Mosca sono parecchie, ma secondo gli osservatori ‘solo’ due potrebbero effettivamente essere messe in campo: in primo luogo, l’Orso potrebbe proporre all’Iran un accordo commerciale che, in cambio di una fornitura agevolata di petrolio – questo aggirerebbe le sanzioni internazionali -, garantisca l’aiuto russo nella costruzione di nuove centrali nucleari nel Paese mediorientale. Mentre l’altra opzione potrebbe essere quella di un rinnovato accordo per la vendita a Teheran di sistemi di difesa antiaerea da parte della Russia, aumentando così indirettamente anche il sostegno militare verso la Siria di Bashar al-Assad – e questo ci introduce al prossimo ‘capitolo’ -, protetta tanto da Mosca quanto dall’Iran. Inoltre, questa eventualità potrebbe riuscire a far fronte al riavvicinamento tra Washington e Teheran, eventuale alleanza che farebbe perdere molto potere alla Russia in medio oriente.
Siria, la guerra fredda passa anche da Damasco – Benché la crisi ucraina abbia concentrato gran parte dell’attenzione internazionale, la guerra siriana continua senza sosta. Ma se fino a qualche mese fa Damasco si trovava effettivamente in difficoltà, recentemente il dittatore Bashar al-Assad è tornato a farsi riprendere dalla tv di Stato mentre visita ospedali e abbraccia bambini. A determinare il ritorno sulla scena di quest’ultimo è stata principalmente la lotta senza quartiere intestina che si è venuta a creare tra le diverse forze ‘ribelli’ che, con diversi fini, vorrebbero sovvertire il potere siriano. Intanto, mentre morti, feriti e sfollati aumentano di giorno in giorno nel bilancio di un conflitto civile senza precedenti nel Paese, le mosse di Mosca e Washington nell’ottica della loro crisi sulla Crimea interessano molto da vicino il fronte siriano. Innanzitutto, come già specificato qualche riga più su, la Casa Bianca ha chiuso l’ambasciata siriana nella capitale statunitense congelando di fatto ogni residuo di rapporto con Damasco. Inoltre, le tensioni tra Russia e USA potrebbero compromettere (ulteriormente) una eventuale, ma poco probabile, risoluzione pacifica della crisi. La rottura di tutti i ponti tra le due grandi superpotenze rischia infatti di andare, come per le tensioni tra gruppi ribelli diversi, a privilegio assoluto del regime siriano, sorridendo però anche a Mosca.

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