Renzo fa maggioranza promettendo ai tacchini di abolire il Natale. Faccia come vuole, ma trovi i soldi per tutti

Pubblicato: 15/02/2014 in Senza categoria

Verso il “partito unico” a doppia maggioranza, a fascio rotante. Questa, in sintesi, è la prospettiva di metamorfosi radicale della Repubblica dopo l’imminente passaggio intermedio del quadro politico che la “staffetta” Renzi-Letta inaugura.

Il mancato passaggio parlamentare di Letta, almeno per un rapporto sulle ragioni delle sue dimissioni, seppur doppiamente simbolico – la sfiducia non è ai voti, gli eletti sono in parte nominati, in parte vincitori della lotteria maggioritaria – tuttavia avrebbe posto pubblicamente la contraddizione della continuità delle alleanze del nuovo governo rispetto a quello precedente, chiarendo che o un cambio di agenda o un tema di gestione del potere sono all’origine della crisi.
Perché è importante chiarire la contraddizione? Perchè questo stesso Parlamento che si appresta a dare la fiducia a Renzi non ebbe la forza di eleggere un nuovo Capo dello Stato, che accettò il secondo mandato con un discorso che fu uno schiaffo in faccia alla classe politica nella sua interezza, a cui la medesima rispose con una “standing ovation”, facendo dell’ipocrisia l’apice dell’estetica pubblica. Da allora il principio del “tertium non datur” è stato definitivamente abolito. E’ diventato illogico.
Se dunque la vecchia logica non c’è più, ce ne deve essere per forza una nuova con struttura molecolare del tutto differente, senza alcuna somiglianza con la logica fin qui abituale. Qual è questa nuova logica? Evidentemente una logica che fonda se stessa sulla contraddizione come principio guida. E infatti: il patto sottoscritto tra Parlamento e Napolitano nel momento del reincarico collocava il Capo dello Stato in una posizione di centralità politica in luogo della mancanza di baricentro dell’assemblea parlamentare. Ai limiti del presidenzialismo senza elezione diretta del presidente. Ma l’origine dell’anomalia stava tutta nel Parlamento e nella mancanza di rappresentatività. Era allora logico, quindi, che il patto Quirinale-Parlamento portasse con sé la formula della convergenza, in cui il Quirinale era asse portante politicamente ed in surroga della mancanza di autosufficienza della Camera e del Senato.
Da allora, nei mesi successivi, c’è stata la scissione del Pdl, la frantumazione di Scelta Civica e l’elezione di Renzi alle primarie, vinte fuori dalle sezioni di partito (dove ha perso), coi voti dei “cammelli” esterni e soprattutto non nelle grandi città, ma in provincia. Le frizioni nel patto col Quirinale hanno iniziato a dare i primi rumori del suo scricchiolamento.
Nella vecchia logica del principio di non-contraddizione, il patto regge finchè le larghe intese hanno i numeri, altrimenti si torna a votare. Di questa provvisorietà si teneva conto nel patto, al punto che l’orizzonte del governo era stato stabilito in 18 mesi da usare per superare le incongruenze istituzionali che inceppano il meccanismo, senza spingersi a riforme Costituzionali. Interrompendosi il patto del programma a termine per lo sfarinamento delle convergenze che lo sostenevano, non restava che il voto sulla base ( ad esempio ) di un decreto luogotenenziale di convocazione delle elezioni che tenesse in contro i rilievi della Corte: in sostanza elezioni con la proporzionale e con una preferenza. Poi le nuove Camere, sciolte da ogni vincolo, avrebbero potuto trovare in se stesse le convergenze (che il proporzionale esalta) per fare le riforme, costituzionali comprese.
Non è andata così. Il patto delle larghe intese fondato sulla centralità politica del Quirinale, per esplicita richiesta del Parlamento, è saltato e la contraddizione tra autosufficienza ed emergenza e’ semplicemente scavalcata dal nuovo patto che Renzi offre Parlamento: nessun termine prima della fine naturale della legislatura. La contraddizione esce dal Parlamento e viene spostata sul versante dell’ emergenza sociale. In casa, nella casa della rappresentanza, le cose sono tornate normali, anzi doppiamente normali, poiché arroccati nel Parlamento Lungo (in cui Cromwell entrò a cavallo e a spada sguainata) ci si può permette due maggioranze, una maggioranza di governo e una per le riforme anche se non coincideranno tra loro. Un surplus di nuova centralità del Parlamento che libera il Quirinale dal ruolo di surroga emergenziale superato dal distacco delle istituzioni dalla società.
Ma è verità o inganno? Se è verità il presidente Napolitano può finalmente, se lo crede, liberarsi del peso che porta sulle spalle oltre il dovuto. Se invece è un inganno, Napolitano dovrà intervenire ancora e ripetutamente a rabberciare un quadro di rapporti politici che sarà sempre in evoluzione. Perché la contraddizione tra emergenza e rappresentanza non è superabile con lo sbianchetto.
La “vocazione maggioritaria” del Pd infatti sarà il picchetto su cui Renzi tenterà di far ruotare le frazioni dinamiche della maggioranza. Un fascio rotante. Questo è il senso che attribuisce al suo “bipolarismo”: dinamiche proporzionali attorno ad un polo unico. Un fascio di forze, anzi una fascio di tacchini a cui Renzi ha promesso di abolire il Natale.
Ecco, il “patto del tacchino” terrà a battesimo il “partito unico” della legge elettorale non se ne farà più nulla perché semplicemente non ci sono più le elezioni. Se ne riparlerà a tempo debito.
A questo punto la società politica è diventata un disco volante di extraterrestri. Per compensazione – poiché nulla si crea o si distrugge – il baricentro politico della società si sposterà inevitabilmente sempre più fuori dal perimetro istituzionale e la lotta per il potere tra società e politica sarà poco liturgica, ma ci sarà poco di cui lamentarsi: il galateo non c’ e’ più dopo la rottura dell’ alleanza costituzionale con l’ esproprio dello Stato alla società . Già si sente un crescente mormorio dell’ altro campo, quello del popolo : Renzo, adesso trova i soldi per tutti. O la democrazia 3.0 si vendicherà a Natale.

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