La crisi del riformismo italiano, la sua inflazione

Pubblicato: 18/01/2014 in review
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Ci sono tre aspetti  che possono costituire altrettanti spunti per discutere del tema  “cosa sia un programma riformista oggi”.

Il primo aspetto riguarda la “determinazione” di cosa si possa indicare come riformismo.
Il secondo aspetto riguarda la questione se esso sia effettivamente necessario o meno e quali ne siano eventualmente i soggetti sociali
Il terso aspetto riguarda il contesto politico.

1. Si deve partire da un’osservazione empirica ma non eludibile che esemplifico con una battuta per evidenziare il paradosso che discende dalla mancata risposta al primo dei tre aspetti: non ci sono mai stati così tanti astenuti in Italia da quando il “riformismo” è divenuto egemone in tutto l’arco delle forze politiche.
Fino agli anni Ottanta compresi, essere riformisti era un insulto, equivaleva a dare dell’opportunista, a denunciare una mancanza di autentica chiarezza ideologica, a indicare una spregiudicata disponibilità al compromesso. Essere riformisti significava “essere tutto per non dover essere niente”, se non al ministero.
Questa opinione generale anti-riformista non è una novità del dopoguerra. Il primo “riformista” della storia italiana, come è noto, è Filippo Turati che, in una lettera del 1913 a Luigi Einaudi ( liberale e socialista, editorialista economico del Correre della Sera e da dieci anni collaboratore della rivista del vecchio fondatore del PSI, Critica Sociale) il quale gli chiedeva di sostenere nel Partito socialista l’abolizione dei dazi all’interno del mercato nazionale per non strozzare l’agricoltura, (allora forse ancora prima settore economico, che del regime dei dazi soffriva), gli rivelava che avrebbe cercato sì di farsene parte in causa, ma senza garantire nulla, poiché ormai la sua posizione era definita nel PSI – cito – “col nomignolo di riformista”, facendone dunque qualcosa di parziale rispetto ala qualifica di “socialista” senza aggettivi a cui Turati, forse a buon diritto ma sbagliando, avrebbe voluto essere considerato. Tuttavia vista la piega massimalista e rivoluzionaria che il PSI aveva assunto, “si acconciava ad accettarla e a fare una posizione”.

Sin dalle sue origini essere “riformista” è stato un insulto.
Lo stesso successe a Craxi dopo il congresso di Palermo dell’ 80 quando modificò il nome della corrente nenniana da “autonomista in “riformista”, appunto, per andare oltre una analisi puramente “metrica” della distanza nei rapporti col Pci, ma per definire la qualità  della distinzione tra movimento comunista e movimento socialsta, indicandone l’origine nella scissione del movimento europeo di democrazia risorgimentale di cui i “riformisti “ di Turati – come disse perfettamente Benedetto Croce – erano gli ultimi coerenti eredi, senza quasi rendersene conto, prima ancora di essere “socialisti” come si intendeva il termine dopo il 1917 e come loro stessi nonostante tutto continuavano a rivendicarlo per sè.

Tutto questo, che può sembrare una cavilloseria filologica. Viceversa fa ancor più risaltare, il paradosso politico  italiano di oggi: scomparso il PSI – dove gli unici rifornisti erano presenti e quasi sempre in posizione di minoranza – da quel momento (primi anni ’90) tutto l’arco politico italiano ( e persino, non senza comicità, alcuni organi dello Stato come la magistratura) si dichiarano orgogliosamente “riformisti”.
Non c’è mai stata  nella storia politica italiana un’ auto-comprensione di sé come “riformista” da parte dei movimenti cattolici (salvo i “riformati” di Lutero qualche secolo prima, ma che con l’Italia c’entrano poco)) o da parte liberale, tantomeno da parte della destra. Figuriamoci da chi ha vissuto, ed ormai ha alle spalle, la storia comunista. 
Di colpo invece tutti fanno a gara per distinguersi in “ riformismo”.
Molto bene, si dirà. La morte del seme ha fatto germogliare la pianta.
Purtroppo  da quel momento, ovvero all’apice del successo universale del “riformismo senza se e senza ma”, gli elettori progressivamente abbandonano le urne, fino al dato macroscopico ultimo del 25 per cento di astenuti, più il 25 per cento a Grillo, che fanno dei partiti che rivendicano entrambi il primato “riformista”, nemmeno la metà dell’elettorato italiano, per giunta non vedendo essi  l’ora di “bipolarizzarsi”, ovvero di  dimezzare il “riformismo” residuo su opposti  schieramenti.

E’ evidente, anche se la cosa fa sorridere per come si è messa,  che non si capisce cosa sia oggi tanto riformismo. Esso deve avere quindi una sua “determinazione” per la quale non è sufficiente il richiamo al “cambiamento”.

Anzi propongo di definire il riformismo a partire da ciò che intende conservare.  Almeno capiremo su quali radici valoriali e storico-politiche intende poggiare il passo del cambiamento, qual è la sua identità, non di partito necessariamente, ma di civiltà di riferimento e dunque che orizzonte offre chi se ne vuol fare portavoce o interprete.

2. Di qui si finisce al secondo aspetto: é davvero necessario il riformismo, quali sono i soggetti del riformismo?
Purtroppo siamo fermi, in proposito, alla Conferenza di Rimini del 1982 e ail’ alleanza tra  “meriti e bisogni”.  Altra definizione così precisa di cosa si intenda per riformismo in oltre vent’anni non ne ho lette. Il concetto di “Merito” e di “Bisogno” per definire i soggetti del riformismo moderno, rompe lo schema classista (presente anche nel riformismo delle origini) e introduce un vocabolario “etico” nel linguaggio della soggettività sociale e perciò nel linguaggio politico.
Non si tratta di sentimentalismo, né di psicanalisi. Non si parla di “poveri” e “ricchi”, né di una loro “alleanza” fondata sulla carità (di origine liberale) per una redistribuzione della ricchezza (di natura socialdemocratica). Si è fatta un’operazione che ha affascinato molti, ma che non tutti hanno compreso a fondo: Craxi e Martelli, con Proudhon e la Conferenza di Rimini, destrutturano lo schema “ossificato” (così lo chiamano) dell’analisi di classe e guardano non al risultato, cioè alla fotografia della società, ma ai suoi vettori, alle sue funzioni direttrici, verso l’alto e verso il basso. Fanno un’analisi dinamica che permette di dare un ‘indirizzo all’azione politica che anticipa, ripeto che anticipa, il cambiamento perché lo definisce prima. E lo può fare perché poggia non sull’analisi delle classi, ma su una base di valori che permette di cercare nella realtà sociale l’intenzione riformista.
Come è stata possibile questa innovazione metodologica in una leadership politica? Perché non è nata in un college, ma in un partito? A mio parere perché l’ancorarsi alla democrazia risorgimentale  di forte impronta idealistica, ha permesso di derogare all’ortodossia marxista (Mazzini definiva il socialismo di Marx una scissione del movimento democratico europeo) e di entrare senza complessi di inferiorità nell’interclassismo (dal punto di vista marxista) secondo un punto di vista nazional-democratico e “repubblicano” che per la prima e forse unica volta in Italia (in Gran Bretagna Blair ha fatto lo stesso dieci o più anni dopo) per porre in primo piano le dinamiche e non le stratificazioni geologiche appartenenza sociali (che diventa ideologia, non cultura). 
Per esemplificare ancora con un paradosso: dal punto di vista del manifesto riformista dei “meriti e bisogni” (che per intenderci si allontana metodologicamente dal pur prezioso lavoro di Silos Labini sulle classi sociali in Italia) il merito potrebbe cadere in determinati casi sul lavoratore o sul giovane privo di opportunità, se posto in grado di sviluppare appieno le proprie facoltà personali (e sociali). Al contempo, il “bisogno” potrebbe cadere sulle spalle dell’imprenditore che si trova al termine di un ciclo, ad esempio commerciale, che ne rende superati “i mezzi di produzione”. Non c’è confine classista. C’è amore di patria e lo si presuppone utile a tutti.
Il lavoratore o il giovane saranno i nuovi soggetti dell’innovazione che i vecchi mezzi di produzione richiedono, in un’alleanza che darà al bisogno dell’imprenditore la forza che sopraggiunge dal merito e questo a sua volta trarrà un’opportunità dalla necessità di ricomporre la distanza dal bisogno. 
In questo quadro il tema dell eguaglianza nel riformismo torna centrale: essa non una fotocopia delle dichiarazioni dei redditi, ma una posizione di partenza che solo lo Stato (delle cui forme più adeguate è finalmente possibile discutere, perché così abbiamo il bandolo della matassa, il senso) deve assolutamente garantire, per l’accesso alle opportunità. Chi non ce la fa non è abbandonato, ma rimesso in gioco con una nuova chances (Rocard).
Per inciso tutto questo pensiero è nato nel sud europa, non nel nord, nemmeno in Svezia. Lì vige la redistribuzione della ricchezza  e dunque uno modello di Stato adatto a quello scopo, diciamo con un intervento politico sui rapporti sociali. Qui invece  prevale la diffusione del reddito e dunque un modello di Stato che svolge un ruolo di volano, di avviamento.
Se così inteso, per concludere questo secondo punto, il riformismo serve e servirà sempre e il suo soggetto non è questo o quel settore di riferimento sociale, ma la nazione. (Italia oggi. Europa, lo avremmo desiderato)

3. Il contesto politico. L’Europa entra a gamba tesa, è in primo piano. Le prossime elezioni europee probabilmente saranno le più importanti elezioni politiche del dopoguerra.  Ma non per i rapporti nel quadro politico italiano che determineranno, quanto per la ripresa di iniziativa politica italiana, misureranno la sua capacità di reazione e la forza politica dell’intero paese. La posta in gioco è la definitiva cancellazione o meno dell’Italia  dall’agenda politica (o meglio, di potere) del Vecchio Continente. E per estensione, saranno elezioni che decideranno se la civiltà Europea – di millenaria tradizione –  sarà destinata a scomparire o se avrà ancora vigore nel mondo.

Il riformismo, in questo caso, è la vera cifra dello scontro. Perché è al centro di una scelta di civiltà paradossalmente al bivio tra due opzioni entrambe sorte in occidente.
Il progresso tecnico-scientifico che unifica il mondo o la  persona umana che unifica il mondo?
Quali delle due visioni avrà il sopravvento?
L’attuale contesto politico è a favore della prima delle due visioni.
Ma la previsione della seconda è che questa opzione porterà non a unire ma a dividere, prima, e ad emarginare, poi, l’Europa. E dentro l’Europa c’è l’Italia e il Mediterraneo.
Camus vedeva l’Europa come un luogo unico al mondo in cui per il sorgere a Sud della sua civiltà umanistica, l’uomo greco-latino, l’uomo repubblicano, vedeva il cielo e sapeva che gli sarebbe sopravvissuto. Aveva cioè il senso innato del proprio limite, da cui, nella sua provvisoria attualità, avvertiva la necessità del senso della misura, del modus.
Mai avrebbe pensato ad una civiltà che avrebbe per sempre sconfitto dolore e morte, Anche noi consapevoli delle potenzialità dell’intelletto, vi possiamo scorgere il bene comune. Non come  qualcosa da distribuire, ma come modalità  di relazione, il modus dell’intelletto che comprende la misura sociale possibile nei  limiti storici dati. Questo punto di vista sul progresso colloca il riformismo come motore del suo movimento perpetuo che da la misura tra ciò che deve essere conservato e ciò che è utile innovare. 
L’alleanza, appunto tra Meriti e Bisogni. Noi diremmo in una formula politica tra socialismo e libertà,  la solidarietà di chi sa che essere fortunato o sfortunato è in generale una  condizione provvisorie cui la Storia va oltre, ma a cui la politica della associazione nella libertà, il liberalsocialismo o socialismo repubblicano, può dare il maggior equilibrio possibile, la giusta misura  ed indirizzare oltre  i singoli destini anonimi il segno storico della loro sapienza comune.
L’Europa riformista – in tal senso –  ha un valore innanzitutto morale.
Il “futuro della  civiltà europea” (che è il titolo della conversazione ad Atene nel 1955  di Albert Camus di cui ricorre il centenario della nascita) è il contesto politico dentro cui si giocherà il riformismo che la civiltà tecnico.scientifico-amministrativa, o della “governamentalità” come la chiamava Foucault, non ha affatto necessità di averlo tra i piedi, perché già monopolizza l’ideologia del progresso. La questione purtroppo, è che tra i piedi, con il riformismo, ci siamo noi stessi.




 

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