Formica a Macaluso: ” Togliatti liberal democratico”

Pubblicato: 02/12/2013 in review
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Padre Dante e il futuro della civiltà europea

Caro Emanuele,
ho letto il tuo libro e dico subito che vi ho trovato conferma del fatto che passione e rigore possono essere tenuti assieme solo a partire da una grande esperienza politica, la tua, vissuta, tra l’altro in un rapporto diretto con Togliatti, appunto con passione militante unita a rigore e autonomia. Al termine della lettura ho pensato che il libro avrebbe potuto avere un altro titolo, forse paradossale: Togliatti, un uomo solo. Replicando quello del libro della figlia di Alcide De Gasperi che ha raccontato la solitudine politica del padre. Togliatti e De Gasperi sono state figure centrali dell’Italia repubblicana. La mia non vuole essere una battuta ma vuole cercare di fissare il nocciolo della tua riflessione sul “partito nuovo” e sulla figura di Togliatti: la svolta di Salerno è stata una grande intuizione, una formidabile costruzione politico-ideale, una sintesi originale di politica estera e politica interna (l’Europa dopo Yalta) che, nonostante il prestigio internazionale e la forza politica del suo ideatore, è rimasta nei fatti minoritaria nel PCI. Una linea certamente condivisa, tu sostieni, ma con altrettanta certezza non compresa nella sua tessitura strategica dalla maggioranza del popolo e del gruppo dirigente comunista. Fatto sta che le due “solitudini” si sono dispiegate entro scenari diversi e soprattutto con esiti diversi. In fondo Togliatti, nella vicenda del post-fascismo nazionale, è risultato un personaggio vincente mentre De Gasperi ha visto, da perdente, l’Italia risorgere e crescere nella democrazia. Ma questa è un’altra storia.
Il Togliatti da te raccontato (con il supporto di una corposa e selezionata documentazione) risulta un personaggio “incompreso”. Infatti la via italiana al socialismo fu osteggiata dall’Urss e dal suo agente fiduciario ancorché di grande spessore politico e intellettuale, Secchia. Fu interpretata “autonomamente” da Amendola e “creativamente” da Berlinguer. La “sinistra comunista” (come tu la chiami passando sopra le infinite differenze e sottigliezze politiche e ideologiche che l’hanno contraddistinta, dal gramscismo movimentista di Ingrao all’anti-gramscismo operaista di Mario Tronti) vi si oppose fieramente e apertamente, vedendone non tanto i limiti “democraticistici” ma il risultato del deliberato decentramento della “questione operaia” (e del partito operaio) dall’orizzonte della via italiana al socialismo. L’unico che ne comprese la ratio, la difese (dal “secondo” Berlinguer e dal “secondo” Craxi) e ne sviluppò il pensiero a ridosso delle profonde trasformazioni del Paese e dello scenario mondiale, ne revisionò la “meccanica” troppo condizionata sia dai fattori esterni e sia dalla crisi nazionale del politico e delle istituzioni fu Napolitano, un altro uomo solo. E non a caso, potremmo dire con il senno del poi!
E adesso entriamo nel vivo delle questioni da te proposte, tra le quali in primis c’è la domanda: quale è stata la vera natura del PCI, inteso quello della “svolta”, un partito anti- sistema, del sistema o nel sistema? Indubbiamente questo è il punto di partenza imprescindibile per dare una versione non propagandistica e accademica della “via italiana al socialismo”. La domanda non ha una risposta secca (come tu ben sottolinei) e non può risolversi in un determinismo storicistico basato sul rapporto tra Stalin e Togliatti. La risposta deve prevedere una “trama” nella quale inserire un ragionamento articolato, un percorso, un processo politico, che parte dalla Costituzione, parte cioè dall’idea togliattiana della Costituzione come processo, come programma politico di costruzione di un modello di democrazia, dentro il quale si devono riconoscere sia le forze politiche che le forme politiche della democrazia e al di fuori del quale si devono collocare tutte le forze “antidemocratiche” da combattere. In sostanza solo dentro il quadrato delle forze politiche che hanno voluto la Costituzione, solo dentro il perimetro totalizzante di quel programma democratico è consentita la legittimazione democratica, solo nell’ “arco costituzionale”è possibile vedere e riconoscere il profilo sistemico e ideale della democrazia della nuova Italia, al di fuori c’è solo l’opacità della reazione.
In sostanza deve risultare evidente, e mi pare che una accorta storiografia oggi non registra più incertezze su questo punto, che tra la visione della democrazia progressiva che è stata di Secchia e quella di Togliatti non vi è solo una differenziazione tattica ma è di sostanza. Nella visione di Secchia le vie nazionali alla democrazia di matrice terzinternazionalista sono l’espediente per “entrare” nel campo della democrazia borghese per decretarne le incompatibilità e su queste innestare processi conflittuali a sbocco rivoluzionario. In Togliatti, all’opposto, l’idea della via nazionale al socialismo deve trovare le “vie” per rendersi compatibile e accompagnarsi per un lungo tratto con le esperienze di liberaldemocrazia, pena lo stesso esaurimento del progetto rivoluzionario e, dall’altro, l’affievolimento dello spirito delle Costituzioni di natura liberal-borghese. Gli interventi di Togliatti alla Costituente vanno letti come un continuo e travagliato esercizio di costruzione di un ponte tra queste visioni delle “Costituzioni delle libertà”, diverse ma non estranee, le libertà e i diritti individuali e le libertà e i diritti dei movimenti sociali organizzati. Di questa ricerca di collegamenti (ma anche di un travaglio interiore) ne è prova questo passaggio dell’intervento di Togliatti, nella seduta dell’11 marzo 1947 nel quale è evidente il tentativo di ricercare un nesso (un compromesso?) tra “vecchie” scuole costituzionali e i nuovi costituente

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