Sapere Aude, l’ Illuminismo e il principio dell’ autogoverno

Pubblicato: 21/01/2013 in review
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Nel 1784 il mensile berlinese “Berlinische Monatsschrift” pone agli intellettuali tedeschi una domanda: “Che cosa è l’illuminismo?” (Was ist Aufklärung?). Lo scopo dichiarato è quello di “illuminare noi e i nostri concittadini. Il rischiaramento di una città grande come Berlino presenterà ostacoli; se però essi sono rimossi, la luce si propagherà non soltanto in provincia, ma anche nell’intero paese. E quanto felici noi saremmo se anche soltanto alcune scintille qui prodotte diffondessero con il tempo una luce sull’intera Germania nostra patria comune!”. Nel dicembre 1784 Immanuel Kant pubblicò sulla stessa rivista la celebre “Risposta alla domanda: Che cosa è l’illuminismo?”.

Proponiamo la lettura del testo kantiano nella traduzione di Piero Martinetti (1872-1943), uno dei massimi studiosi italiani del kantismo.

I. Kant, Risposta alla domanda: Che cosa è l’illuminismo?

Illuminismo (Aufklärung) è la liberazione dell’uomo dallo stato volontario di minorità intellettuale. Dico minorità intellettuale, l’incapacità di servirsi dell’intelletto senza la guida d’un altro. Volontaria è questa minorità quando la causa non sta nella mancanza d’intelletto, ma nella mancanza di decisione e di coraggio nel farne uso senza la guida di altri. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto! Questo è il motto dell’illuminismo.

La pigrizia e la viltà sono le cause perché un cosí grande numero di uomini, dopo che la natura li ha da un pezzo dichiarati liberi da direzione straniera (naturaliter majorennes), restano tuttavia volentieri per tutta la vita minorenni; e perché ad altri riesce cosí facile il dichiararsene i tutori. È cosí comodo essere minorenne. Se io ho un libro che ha dell’intelletto per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che giudica del regime per me e cosí via, io non ho piú alcun sforzo da fare. Se pago, non ho piú bisogno di pensare: c’è chi se ne prende la briga per me. E che la maggior parte dell’umanità (tra cui tutto il bel sesso) tenga la liberazione non solo per incomoda, ma anche pericolosa, è cura dei sopradetti tutori, i quali si sono benignamente assunti la sovrintendenza. Dopo d’aver reso stupido il loro bestiame e d’aver impiegato ogni cura perché questi tranquilli esseri non osino muovere un passo fuori del carruccio da bambini, in cui li hanno chiusi, essi mostrano loro in appresso il pericolo che li minaccia se s’arrischiano a camminare da soli. Certo il pericolo non è grande e dopo qualche capitombolo alla fine imparerebbero a camminare: ma un caso di questo genere li rende timidi e li dissuade generalmente da ogni ulteriore tentativo.

È quindi per ogni singolo cosa difficile l’uscire da questa tutela diventata quasi in lui natura. Egli l’ha anzi presa in affezione ed è per il momento realmente incapace di servirsi del suo intelletto, perché non vi è mai stato abituato. Le regole e le formule, questi strumenti meccanici dell’uso razionale o piuttosto dell’abuso dei suoi doni naturali, sono le catene che lo tengono in questa perpetua tutela. Chi le gettasse lungi da sé, non farebbe anche sopra il piú piccolo fosso che un salto malsicuro, perché non avvezzo a liberi movimenti. Pochi sono perciò quelli che sono riusciti, per una autoeducazione del proprio spirito, a liberarsi dalla tutela e tuttavia ad acquistare un incedere sicuro.

Piú facile è che si illumini da sé una collettività; anzi è quasi, quando ne abbia la libertà, inevitabile. Perché si trovano sempre, anche tra quelli preposti come tutori della grande massa, alcuni che pensano da sé e che, dopo d’avere scosso da sé il giogo della tutela, cercano di diffondere intorno a sé lo spirito d’un razionale apprezzamento del proprio valore e della vocazione di ogni uomo a pensare da sé. Degno di nota è questo: che il pubblico, il quale è stato dai suoi tutori sottoposto a questo giogo, costringe essi stessi in seguito a non uscirne, quando venga a ciò aizzato da quelli, fra i suoi tutori, che sono impenetrabili ad ogni illuminazione: tanto pericoloso è il seminare dei pregiudizi, i quali alla fine si volgono contro quelli stessi o i successori di quelli stessi, che li hanno seminati. Quindi un pubblico non può essere illuminato che lentamente. Una rivoluzione potrà produrre la fine di un despotismo personale e d’una oppressione cupida e dispotica; ma nuovi pregiudizi serviranno, come gli antichi, a dirigere ciecamente la grande moltitudine che non pensa.

Per questa illuminazione non s’esige tuttavia altro che libertà e invero la piú innocente di tutte le libertà: quella di fare pubblicamente uso del proprio intelletto in tutti i punti. Io odo bene da tutte le parti esclamare: Non ragionate! Il militare dice: Non ragionate, ma fate l’esercizio! L’agente delle tasse dice: Non ragionate, ma pagate! Il prete dice: Non ragionate, ma credete! Qui abbiamo tante limitazioni della libertà. Ora quale limitazione è contraria alla illuminazione? E quale non vi è contraria, ma anzi vi contribuisce? Io rispondo: il pubblico uso della ragione deve sempre essere libero ed esso solo può servire ad illuminare gli uomini; l’uso privato della stessa deve invece essere spesso molto strettamente limitato, senza che ciò particolarmente noccia al progresso dell’illuminismo. Io intendo per uso pubblico della ragione quello che uno ne fa, come studioso, dinanzi al pubblico dei lettori. Intendo per uso privato l’uso che egli deve fare della propria ragione in un dato posto od uffizio civile a lui affidato. In quelle pratiche, le quali riflettono il pubblico interesse, è necessario un certo meccanismo, per virtú del quale alcuni membri della comunità debbono comportarsi del tutto passivamente, affine di poter essere indirizzati, per un artificioso accordo, verso le finalità pubbliche o almeno essere trattenuti dalla loro distruzione. Qui certo non è lecito ragionare: bisogna ubbidire. Ma in quanto questo membro del meccanismo statale si considera come membro della comunità, anzi della umanità civile, quindi in qualità di studioso, esso può benissimo ragionare senza che ne soffrano gli affari, ai quali esso, come membro passivo, è applicato. Cosí sarebbe esiziale se un militare, comandato dai superiori, volesse in servizio apertamente ragionare sulla convenienza o sull’utilità dei comandi: egli deve ubbidire. Ma non può equamente venir impedito, come studioso, di fare osservazioni sulle deficienze del servizio bellico e di sottoporle al giudizio del pubblico. Il cittadino non può rifiutarsi di pagare le imposte: anzi un biasimo indiscreto, nell’atto che si paga, può essere punito come uno scandalo (che potrebbe provocare una resistenza generale). Ma con tutto ciò lo stesso non agisce contro il dovere di cittadino quando, come studioso, esprime pubblicamente i suoi pensieri contro l’inopportunità ed anche l’ingiustizia di tali imposizioni.

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